George Floyd: chi era veramente e perché il caso ha infiammato le elezioni


Non sappiamo quanto la morte di George Floyd abbia contribuito alla sconfitta di Trump ma l’empatia generale ha prodotto le elezioni più partecipate negli ultimi 120 anni

Non sappiamo quanto la morte di George Floyd abbia contribuito alla sconfitta di Trump ma l’empatia generale ha prodotto le elezioni più partecipate negli ultimi 120 anni

Una veglia per il compleanno per George Floyd nel quartiere di Brooklyn di New York City, Stati Uniti, 14 ottobre 2020. REUTERS/Brendan McDermid

The Third Ward è un grande quartiere di case basse nella parte sud di Houston, in Texas. Edilizia popolare, mattoni rossi, era molto apprezzato negli anni ‘30 dagli afroamericani che lasciavano le altre zone nel sud degli Usa e andavano in cerca di lavoro. La vita notturna sfavillante e l’entusiasmo della prima ondata però si erano spenti presto. Come in molte altre città del Paese, le banche rifiutavano di concedere mutui per acquistare le abitazioni nel Third Ward e quindi si creava una selezione al contrario: quelle case attiravano la parte di popolazione che può pagare un affitto ma non comprare. I più poveri. Che era un modo neutro per dire gli afroamericani. Un paio di autostrade piazzate in modo strategico dal piano urbanistico per separare il quartiere dal resto della città avevano aumentato il senso di segregazione.

George Floyd: da dove veniva

Di fatto, il cosiddetto redlining era una pratica per concentrare la minoranza afroamericana in una zona ed evitare che si mescolasse con gli altri quartieri di Houston. È una pratica che in seguito è stata riconosciuta come razzista, ma è andata avanti fino agli anni ‘80 e siccome il mercato immobiliare e la demografia si muovono con lentezza le conseguenze di questa pratica si vedranno ancora per qualche anno. George Floyd è l’afroamericano ucciso dalla polizia a fine maggio a Minneapolis, a 2000 km da Houston, ma è cresciuto e ha passato la maggior parte della sua vita in un angolo del Third Ward che si chiama Bricks, i mattoni, un riferimento agli onnipresenti mattoni rossi. È anche il quartiere da dove viene Beyoncé, la stella del pop americano.

La mamma di Floyd era una donna separata che i vicini consideravano forte. Era un’attivista, aveva le idee chiare, frequentava la comunità religiosa locale e si occupava anche dei figli degli altri. Floyd non dava problemi. Al primo anno di liceo era già alto 1,80 cm e aveva talento per gli sport. Assieme alla corporatura sovradimensionata aveva anche un buon carattere, i suoi compagni di squadra hanno raccontato che dopo ogni partita andata male era lui a rompere la tensione con una battuta. Lo chiamavano Perry, che è il suo secondo nome. La sua squadra di football americano vinse il campionato dei licei del Texas nel 1992 e detta così sembra una cosa amatoriale, ma è un risultato di alto livello. Pubblico, sponsor, stadi pieni, dirette televisive. Alla fine del liceo Floyd aveva confidato ai suoi amici: “Voglio toccare il mondo”, cioè provare lo sport da professionista, basket e football americano. Per uno con le sue qualità era la strada diretta per uscire dal Third Ward.

George Floyd: gli studi e il lavoro

E infatti per due anni è andato all’università, che negli Usa costa parecchio, grazie ai meriti sportivi. Poi aveva mollato. Non sappiamo perché, succede, per uno che diventa un professionista ce ne sono cento che lasciano. Di nuovo ai Mattoni a 23 anni, Floyd aveva cominciato a occuparsi di macchine da truccare e modificare – una subcultura dove avere ruote con i cerchioni enormi fa guadagnare punti – e di musica hip-hop. Cantava con un registro di voce molto basso che lo rendeva particolare. Ma la fine della carriera sportiva e il ritorno a casa avevano coinciso con l’inizio dei suoi problemi. Droga, furti, violazione di proprietà. Tra il 1997 e il 2005 Floyd è finito 8 volte in prigione. La condanna più seria fu a 4 anni per rapina, era entrato armato in una casa. La sua fedina penale è stata rispolverata da molti a giugno per dimostrare che era un soggetto pericoloso.

Fuori di prigione Floyd era diventato religioso, si era trasformato in tuttofare per la chiesa locale dei metodisti, si occupava di assistenza ai poveri. Passava molto tempo alla Chiesa della Resurrezione, che tiene molti dei suoi servizi religiosi nel campo da basket lì vicino. La sua specialità era spostare la grande vasca per i battesimi da dentro la chiesa fino al centro del campo da basket. I battesimi sono un momento spettacolare del rito metodista e lui a suo modo era entrato a farne parte. Non lo chiamavano più Perry, ma Big Floyd. Lavorava al centro di assistenza per le persone in difficoltà e allo stesso tempo era anche uno degli assistiti.

George Floyd: la morte

Tre anni fa la chiesa lo aveva spostato a Minneapolis, in Minnesota. Tutti nella comunità sanno cosa vuol dire, è una specie di ripartenza, la chiesa trasferisce alcuni uomini per fargli cambiare ambiente e tenerli lontani dal Third Ward. Floyd si era trovato lavoro come camionista e faceva la guardia per l’Esercito della Salvezza, un ente benefico che si occupa di senzatetto. Faceva anche il buttafuori in un locale che si chiamava El Nuevo Rodeo (è stato distrutto da un rogo) e che il giovedì sera si animava molto perché era il giorno della gara di ballo.

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