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Elefanti a parte

Ggentismo con caratteristiche indiane

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Appena sotto la notizia del giorno, il rapporto del ministro delle Finanze Chidambaram in parlamento, è partito un confronto a distanza tra “Chidu” e l’eroe delle masse Narendra Modi. Segno dei tempi e del livello del dibattito.

In breve, a margine dell’intervento di Chidambaram, che annunciava una serie di sgravi su beni ad appannaggio della classe media – cellulari, automobili… –  per incentivare la spesa e rilanciare l’economia indiana vittima della crisi globale, Modi ha sottolineato come per far ripartire il paese non servano “i laureati di Harvard” (come Chidambaram), ma “gente che si dà da fare”.

Chidambaram non ha glissato sulla provocazione, ribadendo che sia sua madre che i professori di Harvard gli avevano insegnato a lavorare sodo. Seguono rimbrottamenti vari, interlocutori, fino alla chiosa di Modi pronunciata durante un comizio: “Studiare ad Harvard non serve a nulla. Un uomo che ha studiato in una scuola normale, ha venduto il tè ai banchetti – ha spiegato Modi parlando, come suo solito, di sé in terza persona – e non ha nemmeno visto i cancelli di Harvard, ha dimostrato come si debba occuparsi di economia” riferendosi ai numeri di crescita del suo stato, il Gujarat, in verità pesantemente contestati dalla maggioranza di governo (che sostiene Modi abbia raccolto i frutti di riforme fatte precedentemente dall’amministrazione del Congress).

Ora, non è interessante andare a prendere i numeri, fare analisi economiche per decretare chi abbia torto o ragione: ai fini del voto sono esercizi assolutamente inutili. Modi e i suoi consiglieri sanno che la partita si giocherà, per le prossime elezioni, sul concetto di immedesimazione.

È una lezione messa in pratica in modo più efficace tenendo conto dell’uragano Aam Aadmi Party (il partito dell’uomo comune), che ha fatto della corrispondenza tra elettorato ed eletti il punto di forza della propria – vincente – campagna elettorale a Delhi: noi siamo come voi, non come i vecchi politici, i VIP educati nelle scuole di prestigio anglosassoni che vengono qui a dirvi cosa dovete fare e quanto dovete pagare le cipolle, per esempio.

Buttando lo scontro politico sul populismo, Modi entra in un campo in cui ha sicuramente un vantaggio rispetto al legnoso Rahul Gandhi, uomo probabilmente di buona volontà ma impacciato di fronte alle telecamere, debole nell’oratoria  percepito – a ragione – come il cocco di mamma Sonia tutelato dal Partito. Modi, al contrario, è il simbolo del “sogno indiano”: da venditore di tè a cavallo vincente per la poltrona da primo ministro; da uomo della strada a incarnazione del revanchismo indiano che vuole sedersi ai tavoli internazionali a testa alta, sbattendo i pugni e pretendendo un rispetto troppe volte negato al mesto nonnino Manmohan Singh.

Si tratta di una strategia messa in atto a ripetizione nelle varie tornate elettorali, considerando che – numeri alla mano – la stragrande maggioranza dell’elettorato indano è – tagliando con l’accetta – un uomo o una donna della strada: non si fa abbindolare dai discorsi tecnici sullo stato delle economia mondiale ma, come l’immaginario collettivo dei mass media impone, ripone fiducia in personalità sopra le righe, autoritarie, sfrontate e sicure di sé.

Conterà solo il carisma e se nessuno troverà un modo per inculcare nel “bamboccione” Rahul un po’ di adrenalina, l’esito del voto di maggio potrebbe davvero essere già scritto.

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