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Gianni Cuperlo: che fine sta facendo la sinistra democratica?

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Cosa serve alla sinistra democratica per non perdersi? Intervista a Gianni Cuperlo, che nel suo ultimo libro parla del viaggio dentro la sinistra alla ricerca di se stessa

Gianni Cuperlo sulla sinistra democratica: che fine sta facendo?

Il leader del Partito democratico Nicola Zingaretti. REUTERS/Ciro de Luca

“Il guaio vero è perdersi, smarrire il senso di sé e di dove si sta andando”.

Ricostruire l’identità della sinistra democratica e, di concerto, declinarla nell’orizzonte ampio della più stringente attualità – senza trascurare la partecipata rievocazione, a tratti cronachistica, dei fatti che portarono alla nascita del presente governo giallorosso – costituisce l’operazione cardine del nuovo saggio del 59enne membro della Direzione Nazionale del Pd Gianni Cuperlo, intitolato Un’anima. Cosa serve alla sinistra per non perdersi e, durante gli ultimi scorci dello scorso anno, pubblicato – come i precedenti Par condicio? Storia e futuro della politica in televisione (2004), Sinistra, e poi. Come uscire dal nostro scontento (2017) e In viaggio. La sinistra verso nuove terre (2018) – da Donzelli Editore.

Cuperlo, lei scrive che “si è creduto di compensare una fragilità dell’impianto con un dirigismo superiore”. Un eccesso di personalismo ed elitarismo ha, in maniera cospicua, nuociuto all’offerta politica e valoriale espressa dal Partito democratico?

Il tema non è solo il Pd, che per altro dimostra doti di resilienza non banali. Il problema è la difficoltà della sinistra in tutto l’Occidente a prendere le misure di un cambio d’epoca senza eguali, nel modo di produrre, consumare, lavorare, costruire legami e relazioni sociali. Parlo di un ritardo che riguarda gli ultimi 20-25 anni, non l’ultimo semestre. Il punto è che leadership anche forti non sono bastate a ridurre la forbice coi bisogni emergenti di un pezzo di popolazione.

In un passo della sua analisi afferma: “Devi tradurre i titoli di ieri in modi di pensare coerenti ai tuoi valori, ma comprensibili allo spirito di ora”. Trova che sia necessario, per la sinistra, adottare modelli comunicativi ed ermeneutici maggiormente improntati allo spirito del tempo?

Anche, ma non è solo questo. Intendo, non è solo un problema di comunicazione. Prenda l’articolo 36 della Costituzione sul diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata a qualità e quantità del lavoro prestato e tale da garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. È un capolavoro di forma e sostanza, ma come lo trasferiamo oggi nell’esistenza precaria di quel mezzo milione di italiani impiegati nella Gig economy, pagati spesso a cottimo e senza tutele? Se ti limiti a recitare l’articolo 36 è probabile che non capiscano la tua lingua; se invece ti proponi uno statuto dei diritti per tutti i lavori, tradizionali o meno, allora puoi ricostruire un legame di senso anche con quella parte.

Non mancano, nel suo libro, riflessioni su ripresa economica e occupazione. Quali misure, secondo lei, andrebbero adottate con maggiore determinazione in tale ambito?

Penso che dovremmo tutti avere il coraggio della verità. Il Paese è fermo e rimpallarsi le colpe tra schieramenti soddisfa la propaganda di parte ma non serve a granché. La produttività è stagnante da un ventennio e lo stesso dicasi del reddito medio pro capite. Uguale sorte per gli investimenti, vero volano di crescita. Se mettiamo in fila i provvedimenti simbolo – gli 80 euro, quota 100 e reddito di cittadinanza – vediamo che il loro impatto su economia e occupazione è stato minimo. Allora forse conviene invertire le priorità, investire su scuola e ricerca, ripensare il ruolo pubblico dello Stato in termini di indirizzi strategici e non di gestione, allargare il welfare alla generazione entrante e più penalizzata. Servono idee radicali: non nel senso di estremiste quanto di ambiziose.

Quello che inizialmente poteva essere considerato come un parziale “ripiegamento tattico”, ovvero il Governo giallo-rosso, potrebbe ora farsi espressione di un significativo orizzonte riformista?

Per quanto riguarda il rapporto tra le due forze principali della maggioranza, penso che il travaglio dei 5 Stelle vada rispettato e rifletta una maturazione in seno a quel movimento. Le parole del Ministro Patuanelli sul proprio ancoraggio al campo del centrosinistra sono una risposta alla crisi attuale e mi auguro possano raccogliere il consenso della parte più larga di iscritti ed elettori di quella forza.

Il controverso memorandum Italia-Libia, stipulato nel 2017 durante il Governo Gentiloni, è stato prorogato automaticamente alle stesse condizioni per i successivi tre anni. Concorda con tale proroga o ritiene che essa rappresenti un grave vulnus a valori quali l’accoglienza e il rispetto delle diversità, caratteristici della tradizione della sinistra democratica?

Credo sia evidente che quel memorandum, su cui vi erano legittimi dubbi al momento della firma, abbia perso la sua validità di fronte ai fatti successivi. La Libia è uno Stato tecnicamente fallito, lacerato da una guerra civile e attraversato da tribù che rispondono a interessi parziali e, in quanto tali, inaffidabili. Pensare che la collaborazione con la guarda costiera libica, anche dopo le rivelazioni sulla commistione con trafficanti di esseri umani, abbia un senso e si possa difendere mi pare un azzardo poco razionale. Le notizie sui campi di detenzione e sulle violenze e torture che lì si continuano a perpetrate chiude la fotografia. L’Europa cerca di correre ai ripari, come avvenuto con la conferenza di Berlino, ma lo fa anche per la presenza sul terreno di Russia e Turchia. Se l’obiettivo è stabilizzare il Paese e fermare la tratta di corpi e vite servirebbe mettere a punto una strategia capace di tener conto di tutti questi elementi.

Nel saggio dà voce alla necessità di “fare un congresso come buon senso comanda”. Quali dovrebbero essere, a suo avviso, i principali nodi da affrontare durante il prossimo Congresso del Pd?

Mettere al centro la politica, i temi accennati anche qui, e, per una volta, non partire da nomi e gazebo. Sarebbe già una buona premessa.

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