Giappone, alle urne per (non) decidere


Due anni fa avevo preparato su China Files una tabella per presentare al lettore italiano interessato lo spettro politico giapponese alla vigilia delle elezioni.

Due anni fa avevo preparato su China Files una tabella per presentare al lettore italiano interessato lo spettro politico giapponese alla vigilia delle elezioni.

Qui l’articolo originale.

Ecco come più o meno si presentava allora: 

 

Oggi, a pochi giorni dalle nuove elezioni per la Camera bassa, fatti i dovuti distinguo – ad esempio l’uscita del “vecchio pazzo” Ishihara e del suo gruppo dal Partito della Restaurazione, affermatosi nel 2012 come quarta forza nazionale, per formare un nuovo soggetto politico – potremmo fermarci benissimo alla prima casella.

Organizzata a tempo di record – l’annuncio dello scioglimento delle camere è arrivato solo il 21 novembre scorso – la prossima tornata elettorale sarà come un episodio del Tenente Colombo: sappiamo già chi è l’assassino. O meglio, il vincitore.

Chi a inizio anni 2000 sperava che il Giappone potesse rivoluzionare il proprio sistema politico e introdurre il tanto apprezzato “sistema bipartitico” come negli Stati Uniti o in Gran Bretagna si sbagliava di grosso.

Le ultime previsioni – e su questo quotidiani e centri di ricerca sono abbastanza concordi sulle cifre – danno all’attuale maggioranza tra i 300 e 310 seggi su 475 disponibili, numeri che consentirebbero al partito di Abe di governare da solo, anche senza l’appoggio del Kōmeitō, partito vicino all’influente gruppo religioso Sōka Gakkai e attuale partner della coalizione conservatrice al governo.

Quella che uscirà dalle urne di domenica prossima sarà una Camera bassa molto simile a quella odierna, con una sola forza in campo: il Jimintō, il Partito liberaldemocratico (Pld) dell’attuale primo ministro nipponico Shinzō Abe.

Niente di diverso, in realtà, da quanto politicamente successo in Giappone a partire dal 1955 – il cosiddetto sistema 1955 o, in inglese, 1955 setup – con l’egemonia incontrastata del Pld durata fino al 1993 con la nomina di un primo ministro non Pld.

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