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Giappone, proteste contro il governo nelle maggiori città

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Dopo la sconfitta elettorale della scorsa settimana a Tokyo, la pressione sul primo ministro Abe continua a crescere. Domenica, in migliaia sono scesi in piazza in alcune grandi città giapponesi per chiedere le dimissioni del primo ministro.

«Abe yamero»Abe vattene. Striscioni e cori hanno riempito le strade di alcune grandi città giapponesi, come Tokyo, Nagoya e Osaka. Nella capitale, riportano i media giapponesi, 8mila persone hanno manifestato intorno alla stazione di Shinjuku, uno degli snodi ferroviari principali della metropoli. Alla protesta hanno partecipato anche centinaia di giovani, alcuni dei quali protagonisti del gruppo di attivisti universitari dei SEALDs (Students Emergency Action for Liberal Democracy), attivo tra il 2015 e il 2016 contro l’approvazione delle leggi di sicurezza nazionale — approvate del parlamento a settembre 2015.

Su Twitter l’evento è stato etichettato come #MarchforTruth, «marcia per la verità». Il governo è infatti accusato di aver utilizzato impropriamente i soldi dei contribuenti per aiutare la costruzione di un istituto veterinario — il Kake Gakuen — di proprietà un amico intimo di Abe. Ma soprattutto, è accusato di violazioni delle libertà individuali con una nuova legge che prevede pene anche per chi venisse intercettato a parlare di attentati — definita una misura anti-terrorismo.

La protesta ha unito momenti politici — la marcia e comizi da parte di esponenti dei partiti di opposizione — a momenti di festa — come i dj set organizzati sulla piazza antistante l’uscita est della stazione di Shinjuku

Abe, approvazione in picchiata

Ha fatto di tutto per restare nella storia del suo paese ma questo gli si sta ritorcendo contro. Più che ai numeri di piazza — tutto sommato contenuti — a Shinzo Abe preoccupano i sondaggi che lo vedono in picchiata. Non aiutano nemmeno gli impegni internazionali di questi ultimi giorni — da giovedì era al summit del G20 di Amburgo — che, se possibile, ne macchiano ancor di più la reputazione in patria. Gli ultimi sondaggi — anche quelli più «soft» — lo danno al di sotto del 40 per cento di approvazione, con oltre il 41 per cento dei giapponesi contrario alle politiche del governo. 

Di più, sempre secondo quanto rivelato dall’agenzia di stampa Shingetsu, i giapponesi si lamentano della scarsa presenza del capo del governo in un momento in cui il sud del paese vive un emergenza a causa di forti piogge e frane che hanno fatto finora 18 morti, 30 dispersi e più di 200 evacuati. A causa dell’emergenza Abe ha comunque anticipato il proprio ritorno rinviando il viaggio in Estonia previsto per la settimana prossima.

Al centro delle attenzioni del pubblico, scrive Mark Schreiber del Japan Times, sono anche le abitudini personali di Abe fuori dall’ufficio — le sue visite ricorrenti nella palestra dello Hyatt grand hotel a Roppongi, Tokyo e le sue spese medicinali per tenere sotto controllo un’ulcera che da anni ne pregiudica la salute. Ulcera o non ulcera, Abe sarà presto chiamato a rispondere. In piano c’è già un rimpasto di governo. Funzionerà per tenere lontani i pretendenti al posto di nuovo capo del governo?

C’è chi spera di sì. La vittoria del partito di Yuriko Koike, attuale governatrice di Tokyo, alle scorse elezioni per l’assemblea metropolitana della capitale, hanno dimostrato che fuori dal Partito liberaldemocratico ci sono figure politiche in grado di attirare voti e consenso. E ora il rischio è che la governatrice della capitale, per anni tra le figure di spicco del primo partito conservatore giaponese, arrivi a minare dall’interno il partito liberaldemocratico del primo ministro. Così, secondo alcune indiscrezioni, nel prossimo rimpasto potrebbero cadere teste pesanti (in giapponese). In cima alla lista una fedelissima di Abe, Tomomi Inada, ministro della difesa, incappata di recente in una gaffe: ha invitato l’esercito a votare per il partito suo e del premier, atto considerato improprio data la funzione apolitica delle forze armate. 

@Ondariva

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