All’ombra della tomba di Carlo Magno, in quella Aquisgrana (oggi Achen tedesca) Angela Merkel e Emmanuel Macron, martedì scorso con il Trattato “sull’integrazione e la cooperazione franco-tedesca”, hanno lanciato la loro campagna contro i populismi e i nazionalismi che dovrà caratterizzare la prossima campagna elettorale delle europee. Due leader indeboliti dai sondaggi (Macron) o a fine carriera (Merkel) ma pur sempre alla guida dei due Paesi più importanti dell’Unione hanno cercato di rimettere in moto quel che resta dell’usurato ma pur sempre insostituibile motore franco-tedesco. Non certo un esercizio vuoto di egemonia sulle sorti dell’Europa come pure hanno evidenziato autorevoli commentatori ma una “vox clamatis in deserto” per fare appello a quel che resta nei cittadini degli Stati membri del “sogno europeo”. Semmai, c’è da chiedersi che fine ha fatto l’altro storico compagno di viaggio di Parigi e Berlino, quell’Italia che è il terzo grande attore dell’economia e della politica continentale al quale, a fasi alterne, è sempre andato un posto (anche se quasi mai in prima fila) nel vagone di testa dell’Unione.

Ci sono stati momenti in cui ci siamo battuti perfino per uno “strapuntino” nel direttorio franco-tedesco, in ossequio a quella politica del “sedere” o del “posto a tavola” rigorosamente indipendente dalla bontà ed efficacia delle proposte che su quel tavolo venivano poi da noi messe all’ordine del giorno. Ma basti ricordare i tentativi di un grande europeista come l’ex Ministro degli Esteri Renato Ruggiero (poi vanificati durante il lungo interim di Silvio Berlusconi) per farci accettare in quella “cooperazione rafforzata” o, nel 2011, l’invito di Merkel e Sarkozy a Strasburgo all’ex premier Mario Monti che poi a Roma creò addirittura un “direttorio” a quattro Germania-Francia-Italia-Spagna senza parlare di Matteo Renzi che aveva fatto dare l’ordine all’ufficiale di rotta della portaeromobili Garibaldi di allineare la nave sulla quale si stava tenendo il vertice con Hollande la Merkel sul futuro dell’Europa senza mai lasciare la skyline dell’isola di Ventotene e del suo cimitero dove risposa la salma di Altiero Spinelli.

Era solo l’agosto del 2016 ma sembra un’altra epoca. Un tempo infinito a giudicare dal ruolo attuale che l’Italia sta giocando in Europa. In quel vagone di testa l’Italia non c’è. Forse non ci sarà per molto tempo. E i Governi del futuro che vorranno bussare alla porta saranno costretti a lunghe anticamere, a penose “Canosse”. Tutto nel nome di “prima gli italiani” che è ormai diventato un meschino, deludente “prima il mio partito”.

@pelosigerardo