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Quando l’Africa ci va di mezzo

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La Cina e gli Stati Uniti sono i suoi maggiori investitori. Quali conseguenze sta generando sull’economia del continente nero la guerra dei dazi?

Da quando, nel giugno 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò l’imposizione dei primi dazi per un valore di 50mila milioni di dollari sui prodotti cinesi, la guerra commerciale tra le due super potenze prosegue tra retorica, segnali di aperture al dialogo e l’applicazione di nuove imposte sui beni di importazione. Una disputa che per molti versi assomiglia a una partita a scacchi, in cui agli attacchi di Trump seguono le contromosse di Xi Jinping, che nel corso degli ultimi mesi hanno più volte alimentato la volatilità sui mercati finanziari.

Tutto questo andrà a incidere sulle performance delle due maggiori economie del mondo con ripercussioni tangibili su tutti i Paesi, che avranno ricadute economiche progressivamente dirompenti stimate dal Fondo monetario internazionale (Fmi) in una perdita dello 0,3% del Pil globale.

La trade war sino-americana è inoltre destinata a produrre una conseguente contrazione del commercio mondiale e della domanda globale, che avrà effetti sull’intera sfera economica del pianeta e di conseguenza anche sui Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli che intrattengono rapporti commerciali con la potenza asiatica. Primi fra tutti, il corposo numero di Stati africani che negli ultimi quindici anni hanno beneficiato di un ingente flusso di merci e di capitali cinesi.

A riguardo, l’economista dell’Università della California, Maurice Obstfeld, ex direttore del dipartimento di Ricerca del Fondo monetario internazionale, evidenzia come la Cina sia il principale partner commerciale delle economie più sviluppate dell’Africa e prevede che se i suoi prodotti vengono colpiti dai dazi statunitensi potrebbe prodursi un effetto a catena nel continente africano.

Dan Steinbock, fondatore del Difference Group, in una sua recente analisi pubblicata sul portale China Us Focus avverte che nei prossimi mesi in Africa sub-sahariana gli effetti collaterali della trade war cominceranno a diventare più rilevanti. L’economista finlandese ritiene anche probabile che l’impatto negativo sia aggravato dal protezionismo statunitense che ostacola l’integrazione economica della macro-regione.

Mentre Akinwumi Adesina, Presidente della Banca africana di sviluppo (AfDB), è dell’opinione che la guerra commerciale Usa-Cina, insieme all’incertezza legata alla Brexit, rappresenti uno dei due evidenti fattori di instabilità per le prospettive economiche dell’Africa sub-sahariana. Gli stessi due fattori che hanno indotto il Fmi a rivedere le sue previsioni di crescita per l’Africa sub-sahariana dal 3,3% al 3,1% per il 2019.

Un’altra analisi realizzata dalla Observer Research Foundation di Nuova Delhi indica che per determinare le ricadute dello scontro in atto tra i giganti economici mondiali sulle economie africane sarà necessario monitorare l’impatto della disputa commerciale sui prezzi delle materie prime.

Un fattore che sembra influire in maniera significativa sulle vicende economiche dei singoli Stati africani, come dimostra il fatto che la maggior parte delle economie dei Paesi africani, troppo poco diversificate e dipendenti dalle risorse naturali, hanno già registrato una crescita molto più lenta dei proventi da esportazione, rispetto all’indebitamento con l’estero.

Del resto, già all’inizio del 2019, l’AfDB aveva avvertito che nel prossimo biennio la guerra dei dazi avrebbe potuto incidere in negativo determinando una riduzione del 2,5% del Pil dei Paesi africani maggiormente dipendenti dalle materie prime, oltre a un calo dell’1,9% per quelli esportatori netti di petrolio, come la Nigeria. L’AfDB si aspetta in particolare un impatto notevole nei settori commerciali, soprattutto verso le materie prime più esportate come minerali e petrolio.

Un impatto che per i Paesi africani costituisce uno degli effetti più preoccupanti del contenzioso in atto tra Washington e Pechino, in quanto suscita preoccupazioni in merito alla capacità che gli Stati sub-sahariani hanno di rimborsare il proprio debito.

Un dato ampliato dal fatto che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti arrivano in un momento particolarmente critico per le economie sub-sahariane fortemente dipendenti dalle esportazioni di materie prime. Molte di queste economie non si sono ancora riprese dalla fine del super ciclo delle commodities, che tra il 2014 e il 2016 ha prodotto un drastico crollo dei prezzi di tutto il comparto, dal petrolio all’oro, dal rame ai metalli ferrosi.

La dipendenza dalle materie prime si relaziona soprattutto con la Cina, alla quale vanno la maggior parte delle esportazioni dei Paesi africani più ricchi di risorse. Ad esempio, il Sud Sudan esporta il 95% della sua produzione petrolifera verso la Cina, mentre l’Angola cede il 60% del suo greggio a Pechino e lo Zimbabwe invia nell’ex Impero di Mezzo il 44% della sua produzione di diamanti e altri minerali.

La disputa commerciale tra Washington e Pechino sta colpendo anche i generi alimentari, tra cui la soia, un legume usato per l’alimentazione dell’uomo e come mangime per gli animali da allevamento, di cui la Cina è il maggior acquirente su scala globale. Un tempo, la potenza asiatica acquistava un terzo del suo fabbisogno dagli Stati Uniti, pari a un valore di 12 miliardi di dollari, ma dal luglio 2018, quando per ritorsione ha gravato l’importazione di soia dagli Usa di un dazio del 25%, ha quasi azzerato le commesse.

Dopo l’applicazione della pesante imposta aggiuntiva, le aziende cinesi hanno acquistato il legume da produttori più piccoli, comprese le aziende di mangimi che operano in Ruanda, Etiopia, Uganda e Repubblica democratica del Congo. Questo ha generato una rilevante carenza di soia nei quattro Paesi africani e un conseguente aumento del prezzo di circa il 25%, dagli originari 520 dollari per tonnellata ai 650 degli ultimi mesi.

Tuttavia, la disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina non ha impedito a Pechino di continuare a rafforzare le sue relazioni con l’Africa. E le difficili relazioni con Washington stanno incoraggiando il gigante asiatico a intensificare il volume degli scambi commerciali e degli investimenti nel continente africano.

La prova di questo ulteriore avvicinamento tra Pechino e i suoi partner africani è arrivata con la prima fiera sino-africana dell’economia e del commercio (CAETE), che si è tenuta dal 27 al 29 giugno scorsi nella città di Changsha, situata nella provincia dello Hunan nella Cina centrale.

Una manifestazione incentrata sul tema “cooperazione win-win per una più stretta partnership economica Cina-Africa”, che ha attirato più di 1600 delegati provenienti da 53 Paesi africani e ha registrato la firma di 84 accordi di cooperazione tra Governi locali, aziende statali e private, istituti finanziari, associazioni di settore e organizzazioni non-governative cinesi e africane.

Tradotto in cifre, un volume di affari per un valore di 20,8 miliardi di dollari in vari settori. Tutto per sostenere l’Africa nel suo momento di crescita endogeno e assicurare lo sviluppo della cooperazione economica tra i due blocchi.

Ma anche una conferma di quanto sostiene il Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS) di Washington, secondo cui la Cina sta usando la guerra commerciale per rafforzare la sua immagine come partner straniero preferito dell’Africa. Per evitare tutto ciò, forse gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare la loro recente strategia africana, basata sulla promozione dei propri interessi, per tornare a una politica più tradizionale strutturata sugli investimenti e sul commercio.

@afrofocus

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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