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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Afghanistan: senza gli Usa, a rischio la stabilità

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Un rapporto del SIGAR segnala un aumento del 37% degli attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Senza gli Usa, c’è il rischio che i Talebani trionfino

Le forze di sicurezza afghane scortano i militanti Talebani a Jalalabad, Afghanistan, 14 marzo 2021. REUTERS/Parwiz

“La guerra in Afghanistan […] non è mai stata concepita come un’impresa multigenerazionale di costruzione della nazione”. La frase, pronunciata dal Presidente americano Joe Biden nel suo primo discorso al Congresso, è significativa perché riassume quello che è diventata la guerra in Afghanistan, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti: è iniziata quasi vent’anni fa, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 compiuti da al-Qaeda.

Il contesto dietro la dichiarazione

L’obiettivo iniziale della guerra era catturare il leader dell’organizzazione terroristica, Osama bin Laden, che in Afghanistan aveva la sua base, e rovesciare il regime talebano che lo aveva sostenuto. L’Emirato islamico (questo il nome dello stato creato dai Talebani) cadde dopo un paio di mesi, nel dicembre 2001; bin Laden venne ucciso il 2 maggio del 2011 nel vicino Pakistan

Nonostante la distruzione dell’Emirato, in Afghanistan i Talebani non sono ancora stati sconfitti. Per questo motivo, gli Stati Uniti hanno mantenuto per tutti questi anni una presenza militare nel Paese, benché nel tempo si sia ridotta notevolmente: ad oggi i soldati sono solo 2500. A disincentivare la ritirata completa erano i timori che, in assenza del deterrente creato dalle truppe americane e degli alleati della Nato, i Talebani potessero approfittarne per rovesciare il debole Governo afghano e conquistare il potere. Facendo nuovamente dell’Afghanistan un rifugio per il terrorismo internazionale e riportando, così, la situazione al punto di partenza. E vanificando gli sforzi fatti sia nella lotta al terrorismo, sia nella costruzione delle istituzioni.

Biden come Trump?

Questi timori non sono svaniti. Ma a metà aprile Biden ha comunque annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno completamente dall’Afghanistan l’11 settembre 2021, data evidentemente carica di simbolismo. “Ho deciso che è ora di porre fine alla guerra più lunga d’America. È ora che le truppe americane tornino a casa”. Per poi aggiungere: “non passerò questa responsabilità a un quinto” Presidente.

Il ritiro dall’Afghanistan era già una delle priorità in politica estera di Donald Trump, che rientrava in una dottrina di disimpegno internazionale mirata a concludere le “guerre infinite” e a spendere in patria le risorse destinate alle missioni all’estero. Anche il suo predecessore Barack Obama, benché di colore politico opposto, condivideva la volontà di terminare la guerra in Afghanistan.

Motivi di consenso e motivi strategici

Dietro alle intenzioni di Trump e alla decisione di Biden c’erano e ci sono motivazioni di consenso interno: l’opinione pubblica americana è contraria all’impegno in Afghanistan perché pensa che non ne valga la pena. È del resto un evento che affonda lontano nel tempo e che è distante dai loro interessi; spesso è addirittura incomprensibile.

Ma ci sono anche motivazioni di carattere strategico. Come ha detto Biden al Congresso, “la leadership americana significa mettere fine alla guerra infinita in Afghanistan”. Significa che gli Stati Uniti, affinché possano mantenere la guida dell’ordine mondiale, devono distaccarsi dalle regioni non più fondamentali per il loro primato geopolitico e concentrarsi invece sui quadranti critici: il Medio Oriente è l’area che devono lasciare, anche se non del tutto; l’Indo-Pacifico è invece quella che conta, perché è qui che si concentra la competizione con la Cina.

Per potersene andare dal Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno prima bisogno di una regione stabile e autonoma nella gestione delle conflittualità interne. Le parole di Biden sull’Afghanistan sono formalmente molto più eleganti di quelle di Trump, ma nella sostanza non sono così diverse: l’ex Presidente pensava che “in Afghanistan agiamo come se fossimo una forza di polizia e non una forza di combattimento. Dopo 19 anni, è tempo che [gli afghani, ndr] sorveglino il loro Paese”.

Chi contesta la decisione di Biden

Il cambio di inquilino alla Casa Bianca non modifica però né la situazione in Afghanistan, né cancella le perplessità di militari, agenzie e politici americani circa il ritiro completo delle truppe.

Un recente rapporto del SIGAR, l’autorità governativa che monitora i programmi di ricostruzione dell’Afghanistan, ha mostrato che nel primo trimestre del 2021 c’è stata una crescita del 37% degli attacchi contro le forze di sicurezza afghane, compiuti principalmente dai Talebani, rispetto all’anno prima. Il dato più notevole è quello degli attacchi dall’interno, cioè di Talebani infiltratisi nei corpi statali: in questo caso l’aumento è dell’82%.

Il Governo dell’Afghanistan dipende militarmente e finanziariamente dagli Stati Uniti; in assenza di questi ultimi, c’è il rischio che i Talebani violino gli accordi – i colloqui di pace sono attualmente in stallo – e prendano il controllo di Kabul.

Preoccupate, se non contrarie alla ritirata americana sono le ex segretarie di stato Condoleezza Rice (sotto George W. Bush) e Hillary Clinton (sotto Obama). Non si tratta delle uniche voci scettiche nella politica americana, anche se sembrano mancare alternative concrete al piano di Biden o al mantenimento dello status quo.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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