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Nessuno vuole morire per Kiev


Una politica lungimirante avrebbe probabilmente potuto evitare questa guerra che è conseguenza della mancanza di una strategia a lungo termine nei confronti della seconda potenza nucleare del pianeta

Stefano Pontecorvo Stefano Pontecorvo
Già Ambasciatore italiano in Pakistan, dal 2020 è Senior Civilian Representative della Nato in Afghanistan. Ha gestito il traffico all’aeroporto internazionale di Kabul durante la crisi afghana.

Quella che apparentemente si presentava solo come una crisi si è evoluta in una guerra che trasforma in profondità lo scenario europeo. Essa viene da lontano ed è frutto di calcoli strategici più che di nostalgia russa, oltre che di una sottovalutazione e incomprensione dei dati di base da parte dell’Occidente. L'invasione di un Paese terzo non ha mai giustificazioni e l’azione militare contro l'Ucraina è stata giustamente condannata dal mondo intero, compresi i cinesi, seppure senza accenti particolarmente duri; si potrebbe pensare che stiano riflettendo su Taiwan... Trattare con chi ha una pistola carica sul tavolo, che è disposto a usare, non è mai semplice e la responsabilità finale è sempre di colui che tira il grilletto. In questo senso le azioni della Russia parlano e si condannano da sole, ma della possibilità di una azione militare russa in Ucraina si parlava da mesi. Cercare soluzioni dell’ultima ora può avere successo solo se si è disposti a rivedere le posizioni che hanno condotto sull’orlo del baratro.

L'invasione russa ri-crea una barriera in Europa, una cortina di ferro spostata più a est ma che non di meno divide il continente. Una convivenza già difficile diventa ancora più complicata, compromessa dal sospetto sulle intenzioni di Mosca e dalla frustrazione che deriva dalla oggettiva impotenza dell'Europa e dell'Occidente di fronte all'aggressione. È stato chiaro fin dall'inizio che nessuno era disposto a morire per Kiev e del resto non ve ne sono nemmeno i presupposti. Sanzioni o misure economiche hanno sempre avuto effetti marginali e non hanno mai inciso in profondità sui comportamenti dei sanzionati. Piuttosto sarà l’Europa a portarne una parte del peso. Gli ucraini sono da soli a confrontare l’armata russa; qualsiasi sostegno essi possano ricevere non può che essere un sostegno indiretto, politico o economico, che poco può contro la forza militare che Mosca ha messo in campo.

Gli scenari precedenti all'invasione

Quella in atto in questi giorni non è una crisi scoppiata dall'oggi all'indomani. Già dalla scomparsa dell'Urss le relazioni russo-ucraine erano al centro delle preoccupazioni di Mosca, il cui obiettivo è costantemente stato quello di cercare di avere un Governo il più possibile amico nel Paese confinante. La rivoluzione arancione, e ciò che ne ha conseguito, è stato un passo in avanti per la democrazia ucraina ma non è andata giù ai russi, che vi hanno visto la mano occidentale che giocava contro i suoi interessi. L’invasione della Crimea, considerata storicamente parte integrante della Grande Madre Russia, e la costituzione delle due autoproclamate repubbliche autonome che la Russia ha riconosciuto e che sono alla base del conflitto odierno derivano direttamente dal convincimento russo che l’Ucraina era oramai sotto la diretta influenza dell’Occidente.

Una politica lungimirante avrebbe probabilmente potuto evitare in parte, se non del tutto, quanto è accaduto e sta accadendo. Una politica con la “P” maiuscola, mancata negli ultimi anni, avrebbe dato coerenza e contenuti a un rapporto che è stato invece improntato alla diffidenza, al contrasto piuttosto che al dialogo, allo scontro piuttosto che al confronto. Sarebbe stata un’impresa difficile, ma non impossibile e nell’interesse di entrambi, essendo l’Europa un interlocutore molto più naturale per la Russia rispetto alla Cina, verso la quale lo scontro con l’Occidente la sta spingendo. Le crisi che il mondo ha attraversato negli ultimi dieci anni sono anche e soprattutto dovute a una crisi della leadership internazionale. Uscita di scena la generazione dei grandi leader europei e mondiali, quelli che li hanno succeduti non si sono sempre mostrati all'altezza. Ma tant'è, e ci ritroviamo in una situazione nella quale a soffrire maggiormente sarà evidentemente l'Europa e, in Europa, Germania e Italia, che hanno rapporti serrati con i russi molti dei quali dovranno essere rivisti. A preoccupare maggiormente deve però essere il clima apertamente conflittuale che rischia di prolungarsi per mesi. Danno qualche speranza le profferte di dialogo che vengono da entrambe le parti, anche se dialogare con il rumore delle bombe in sottofondo non sarà facile. Così come non è facile partire dal fatto compiuto della gravità della invasione dell’Ucraina.

Gli eventi degli ultimi giorni sono anche una conseguenza della mancanza di una strategia a lungo termine nei confronti della seconda potenza nucleare del pianeta, oltre che indicazione della superficialità con la quale l’Occidente ha sottovalutato il peso che la questione ucraina ha per i russi e non solo per il loro Presidente.

La “perdita” dell'Ucraina per i russi

Astraendo dalla teoria, che pure ha una sua credibilità, che l'Ucraina sia solamente una scusa per giustificare la rioccupazione degli spazi strategici subcontinentali di cui Mosca vuole riappropriarsi con il pretesto di difendere le popolazioni russofone che vi abitano, che pure è un fattore forte nel calcolo russo, è mancata la comprensione da parte di noi tutti di un paio di realtà.

La prima è che i russi non hanno mai accettato la “perdita” dell'Ucraina, per il legame simbiotico che quel Paese, o meglio quelle aree hanno con la Russia, che nasce come Stato a Kiev e non a San Pietroburgo o a Mosca, e di cui l'Ucraina era la zona di frontiera. In russo “crai”, la radice della parola Ucraina, vuol dire proprio frontiera. La seconda è che i russi non vogliono che la Nato si estenda fino ai propri confini, che sarebbe il caso qualora l'Ucraina entrasse nell'Alleanza atlantica. Mosca sostiene di aver ricevuto promesse stringenti che non vi sarebbe stato alcun allargamento ad est dell’Alleanza Atlantica dopo il crollo dell’Urss e stando alle rivelazioni dello Spiegel non avrebbe tutti i torti; promesse disattese dalle tre ondate successive di allargamento ad est intraprese dalla Nato che ha accolto anche repubbliche ex-sovietiche. Con tali premesse, i timori di Mosca che Kiev avrebbe presto o tardi aderito non sono campati in aria.

Leggi anche "Le ragioni di una guerra".

Non aver voluto capire fino in fondo il rilievo fondamentale della questione ucraina per Mosca, traendone le dovute conseguenze, è stato un errore politico e di valutazione. Non si parla di incoraggiare la resa di fronte a pretese post-sovietiche o cedimenti sul piano dei principi, bensì piuttosto dell’avvio di un dialogo, che presuppone la previa comprensione delle “linee rosse” dell'interlocutore. La mancanza di dialogo approfondito con Mosca comporta un'ulteriore incertezza, quella di non sapere esattamente quale sia l'obiettivo finale di Putin; in soldoni, se l’Ucraina tutta o solo le parti russofone di essa. Nel frattempo, le borse crollano, i titoli dei debiti pubblici schizzano da tutte le parti, il prezzo del petrolio è al massimo livello registrato negli ultimi otto anni, i rapporti economici sono in turbolenza. Considerazioni da non paragonare alle vittime e alla sofferenza che l'offensiva russa sta causando, ma che non di meno pesano sull'economia totale della crisi.

Perché vogliamo l'Ucraina nella Nato?

Nulla di tutto ciò giustifica una invasione, ma proviamo a ragionare secondo un paradigma complementare. Se è vero che per i russi non è accettabile un'Ucraina nella Nato, qual è invece il nostro interesse ad avere l'Ucraina come Paese alleato, esponendoci a un altro confine in comune, oltre che quello nel Baltico, tra Alleanza atlantica e Russia? Confine che dividerebbe due Paesi antagonisti e che rischierebbe di trascinare la Nato in un confronto perenne con Mosca? Per quanto sul piano dei principi è assolutamente condivisibile quello secondo il quale ciascuno Stato sceglie da che parte stare e deve conservare il diritto a decidere in autonomia di quali alleanze o raggruppamenti fare parte, ci sono fatti e realtà che sono ineludibili che piaccia o no. Uno di questi è alla radice della guerra odierna. Delle inquietudini russe eravamo consapevoli e non da ieri.

Già nel corso del Vertice Nato di Bucarest, nel 2008, alla proposta del Presidente Bush di ammettere nell'Alleanza atlantica Ucraina e Georgia si opposero Francia, Germania e Italia. All'epoca il Presidente del Consiglio era Romano Prodi, il quale ha reiterato pochi giorni fa le ragioni di quel no, legate sia alla necessità di non compiere un atto che già all'epoca sarebbe già stato letto come ostile da parte russa oltre che a una considerazione di carattere geopolitico. Si preferì mantenere l'Ucraina sulla soglia della porta, in un rapporto di partenariato con l’Alleanza (che non piacque ai russi, che lo videro come prodromico all’adesione), mantenendo uno “Stato cuscinetto” tra l'Alleanza atlantica e Mosca. Spiacevole e cinico che possa suonare, era la scelta giusta. L'ambiguità sul percorso atlantico dell'Ucraina ha fatto il resto, spingendo i russi a una avventura militare le cui conseguenze saranno pagate non solo dagli ucraini.

Si poteva evitare...

La vicenda ucraina è un fallimento complessivo, attribuibile in primo luogo a un freddo calcolo russo ma nel quale qualche responsabilità va assunta anche da altri. Essa è una ulteriore dimostrazione che la mancanza di dialogo e di comprensione conduce a situazioni in cui non ci si dovrebbe trovare. Il muro eretto contro tutte le richieste russe presentate negli anni, laddove rispondeva agli alti standard e ai principi ai quali si ispirano le nostre società, non di meno ha creato la situazione in cui ci troviamo.

Non si tratta di trovare giustificazioni a un'azione inaccettabile, bensì di riflettere come una conduzione politica più avveduta del rapporto con i russi, che si sono anche sentiti trattati come potenza di second'ordine, avrebbe forse evitato ciò che è accaduto, senza per questo necessariamente cedere sul piano dei principi trovando invece formule di convivenza che tenessero conto di preoccupazioni fondamentali da ambo i lati. Il negoziato è sempre meglio della guerra e in un negoziato si deve essere disponibili al compromesso. Il solo fatto di parlarsi e di ascoltare mantiene in vita un rapporto complicato anche se esso non è sereno. L'alternativa, come dimostrato dai fatti di questi giorni, non c'è o ha costi infinitamente più alti. Fermo restando le responsabilità russe, noi il dialogo non lo abbiamo voluto e non abbiamo ceduto nulla alle loro richieste. In cambio, abbiamo probabilmente perso l'Ucraina.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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