I miliziani dell’auto proclamata Repubblica di Donetsk che combattano Kiev


“La tregua non c'è mai stata. Io sono stato ferito proprio dopo l'accordo di Minsk”.
Sono queste le parole di un miliziano dei Cosacchi del Don.
Da Kiev è come dover attraversare tre Paesi. Una sequela di posti di blocco dell'esercito ucraino, per poi trasformarsi in fermi di filo russi: cambiano le mimetiche ed i copri capi, non più tutti uguali ed alla rinfusa.

“La tregua non c’è mai stata. Io sono stato ferito proprio dopo l’accordo di Minsk”.
Sono queste le parole di un miliziano dei Cosacchi del Don.
Da Kiev è come dover attraversare tre Paesi. Una sequela di posti di blocco dell’esercito ucraino, per poi trasformarsi in fermi di filo russi: cambiano le mimetiche ed i copri capi, non più tutti uguali ed alla rinfusa.

 

 

Regione di Donetsk. A Stakhanov parte un colpo. Ci sono problemi con i documenti di una donna. Arrivano poi due cosacchi che mi portano in un covo di questa cittadina al confine con la Russia. Da qui parte la prima linea verso i combattimenti di Donetsk.

Il palazzo, in cui i Cosacchi del Don sono accampati, in passato era uno stabile utilizzato dai servizi segreti ucraini. Un uomo ferito, con colbacco  e stampelle, in una mimetica multiforme afferma che qui non ci sono russi. Certo, non riconoscono più le autorità ucraine, ma chi sta combattendo contro Kiev sono persone che han sempre vissuto in questa parte d’Ucraina.

<<Io sono un semplice contadino. Ci sono insegnanti, fornai, operai. Nessuno era un militare. Dopo la caduta di Viktor Janukovyč abbiamo proposto un referendum che ha sancito la nostra indipendenza. Da Kiev ci hanno mandato i carri armati e quindi noi abbiamo dovuto imbracciare le armi, per difendere la nostra terra e le nostre famiglie>>.

Hanno lasciato lavoro e case, passando notti all’addiaccio e mangiando una zuppa al giorno. Questa base è di supporto come ufficio stampa. Da una stanza con computer di fortuna elaborano foto e video di combattimenti, per comunicati stampa da girare alle redazioni occidentali.
<<Parlano di noi come banditi, è giusto invece che si sappia la verità>>.

Il comandante di quest’area mi mostra il materiale tecnologico e farmaceutico, raccontandomi come tutto ciò sia frutto di solidarietà da parte di gruppi politici antifascisti di tutto il mondo, ma anche semplici contadini. Sulle mura ci sono madonne ortodosse e bandiere politiche, mentre una radiotrasmittente annuncia la caduta di una bomba su di un loro posto di blocco.

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