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I negoziati con i taliban e l’insostenibile costo di un loro eventuale fallimento


Dopo oltre un anno e mezzo di stallo, è tornata d’attualità la questione dei negoziati con i Taliban. L’ultimo tentativo era stato effettuato nel 2013, con l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Doha (Qatar), ma era presto fallito, in primo luogo per l’opposizione dell’allora Presidente Hamid Karzai, il quale aveva aspramente criticato le modalità con le quali tale processo era stato gestito già nelle sue fasi iniziali.

Dopo oltre un anno e mezzo di stallo, è tornata d’attualità la questione dei negoziati con i Taliban. L’ultimo tentativo era stato effettuato nel 2013, con l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Doha (Qatar), ma era presto fallito, in primo luogo per l’opposizione dell’allora Presidente Hamid Karzai, il quale aveva aspramente criticato le modalità con le quali tale processo era stato gestito già nelle sue fasi iniziali.

 

 Kabul, Afghanistan Afghan youths sit on the roof of a car as they pass a picture of Afghan President Ashraf Ghani on a street in Kabul February 19, 2015. Senior Pakistani army and diplomatic officials said on Thursday the Afghan Taliban have signaled through the Pakistani military that they are willing to open peace talks, which could begin later in the day. REUTERS/Omar Sobhani

Da ultimo, i negoziati erano saltati per una questione di forma, in particolare per le bandiere dello Stato Islamico dell’Afghanistan che sventolavano all’esterno dell’ufficio di Doha, le quali alimentavano, secondo Karzai, l’impressione che vi fossero due distinte autorità statuali nel Paese. Un affronto ritenuto intollerabile, che aveva allora spinto l’ex-Presidente a interrompere i negoziati con gli Stati Uniti su un Accordo Bilaterale di Sicurezza (Bilateral Security Agreement, BSA), che fungesse da cornice legale per l’azione delle truppe americane che sarebbero rimaste in Afghanistan dopo il 2014.

Con l’elezione alla presidenza di Ashraf Ghani si è registrata una forte discontinuità rispetto al passato, come evidenziato dall’immediata firma del BSA e dall’autorizzazione ai raid notturni contro i Taliban, vietati dalla precedente Amministrazione (con conseguenze estremamente negative per l’efficacia dell’azione militare delle truppe internazionali). Se Karzai era mosso dalla convinzione che gli USA avessero un interesse di lungo termine in Afghanistan (il controllo di basi militari che gli consentissero di effettuare operazioni anti-terrorismo in Pakistan e mantenere una presenza a ridosso di Iran, Cina e Asia centrale), Ghani, al contrario, ha dimostrato da subito un atteggiamento più pragmatico, consapevole del fatto che Kabul non rappresenta più una priorità per la Casa Bianca. Come emerso dalla recente visita in Afghanistan del nuovo Segretario americano alla Difesa, Ash Carter, questa nuova fase nei rapporti bilaterali si tradurrà probabilmente in una revisione del calendario di ritiro delle truppe USA, attualmente fissato alla fine del 2016.

D’altra parte, il 2014 ha fornito chiare indicazioni circa l’incapacità dell’Afghanistan di reggersi, almeno per ora, sulle proprie gambe. Le elezioni presidenziali svoltesi tra aprile e giugno hanno rivelato lo scarso livello di maturità democratica sin qui raggiunto dalle istituzioni e dai principali attori afghani: solo la mediazione americana e la presenza Nato nel Paese hanno infatti impedito che le tensioni alimentate dai presunti brogli sfociassero in scontri armati, suscettibili di spingere l’Afghanistan sull’orlo di una nuova guerra civile.

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