Con eastwest.eu ha dato forma a una testata libera, curiosa e stimolante con la quale credo che lettori e scriventi continueranno a divertirsi (se il termine è appropriato parlando dello stato del mondo). Di questo lo ringrazio. E ringrazio il direttore della rivista Eastwest Giuseppe Scognamiglio per avermi coinvolto in un progetto fatto di carta e di bit, ma soprattutto di passioni e riflessioni, attorno alle quali ruotano animate conversazioni transnazionali. Qualcosa di più di un osservatorio geopolitico: un attore pronto a fare la sua parte nella battaglia delle idee, in primis sull’Europa, naturale campo di gara per una testata che ha la sfacciataggine di andare a cercare lettori e interlocutori anche a Danzica o a Manchester. E vuole continuare a vedere circolare liberamente persone, merci e reportage attraverso le frontiere che i “sovranisti” intendono chiudere.

Nel mappare il mondo, la nostra traccia è geopolitica, ma lo svolgimento è trasversale. Andiamo in cerca in primo luogo di segnali d’innovazione e di rottura, politica, economica, sociale o culturale. È su ciò che vibra, sulla capacità di cogliere e raccontare ciò che cambia, che si concentra la nostra indagine giornalistica.

Ci interessa l’Europa dei startuppari quanto e più di quella dei commissari. L’irrigidimento a est del limes fondamentale della comunità euro-atlantica, ma anche i laboratori della democrazia digitale baltica, evocati nel nuovo numero della rivista dall’ex premier svedese Carl Bildt. O i nuovi incubatori della rivolta nella Polonia di Kaczysnki.

In Africa percorreremo le vie dei returnees che tornano a casa per fare impresa oltre a quelle imboccate da coloro che sono costretti a lasciarla. In Asia racconteremo l’hard power esposto dai test missilistici di Pyongyang, ma anche il confronto soft tra le due Coree a colpi di girl band. Lo sfiorire della primavera politica e culturale che si annunciava a Seul e quella dei diritti per cui le donne mediorientali continuano a lottare. In Iran vogliamo curiosare tra gli scaffali della più grande libreria del mondo aperta da poco a Tehran, non solo tra i reattori della centrale nucleare di Bushehr.

Insomma, abbiamo sconfinato e sconfineremo. Perché per inquadrare le crisi che ci interrogano serve un giornalismo multidisciplinare (il modello è l’Olanda del calcio totale) capace di combinare testimonianze, dati e competenze diverse. Non è necessario il vituperato buonismo per delineare una gestione delle migrazioni in grado di scongiurare i timori di dumping sociale e rispettare diritti oggi violati. Sono sufficienti buone fonti e un’analisi accurata dei dati. Questo proveremo a fare. Sine ira et studio.

Crediamo nei giochi senza frontiere per onestà giornalistica, oltre che per la convinzione che una società che s’arrocca non si protegge ma ristagna. Oggi ci appare illusorio il tentativo di rinchiudere gli interessi di una monolitica comunità nazionale entro confini resi porosi da vecchi e nuovi legami. Così il muro che Donald Trump vuole completare tra Messico e Stati Uniti attraverserà una macroregione con una lingua e una cultura in buona parte comuni, interdipendenze economiche rafforzate nel bene o nel male dal Nafta e grandi città bi-nazionali (da El Paso – Ciudad Juarez a San Diego - Tijuana) che scavalcano la frontiera. Non basta un presidente a far saltare queste connessioni e invertire la rotta.

Sono dinamiche illustrate molto bene dal nuovo numero della rivista che trovate da oggi in edicola e in digitale. Eastwest dedica la sua copertina alla sfida del riscaldamento globale dopo il ritiro annunciato da Donald Trump dagli accordi di Parigi. Il clima è un tema transnazionale per eccellenza, e quindi valido banco di prova dopo l’abbozzato disimpegno degli Stati Uniti dalle sue responsabilità internazionali. Chi colmerà il global governance gap?.

Sia la Cina che l’Europa sono attese da un test di leadership, e in copertina campeggia un Xi Jinping in versione pop. Nella geopolitica verde emergono anche nuovi attori come il Marocco, perno di un possibile redivivo piano solare mediterraneo o l’India, gigante del carbone che si propone ora come superpotenza delle rinnovabili.

Uno dei pezzi portanti però porta la firma dell’imprenditore Michael Bloomberg, già popolare sindaco di New York, oggi inviato speciale dell’ONU per il clima. Bloomberg spiega come gli Usa effettueranno i tagli promessi nell’emissione di gas serra grazie all’impegno di una coalizione di grandi imprese, città e Stati capace di aggirare il potere federale, annullando così gli effetti della defezione di Trump. Una manovra per contrastare il presidente che è in corso anche su altre questioni (tra tutte il braccio di ferro tra Washington e le cosiddette sanctuary cities che accolgono i rifugiati, rifiutandosi di collaborare con la linea dura della Casa Bianca).

La resistenza nei confronti del potere federale non è certo una cosa nuova in America, ma di solito è animata dai conservatori in nome della libertà degli Stati contro l’ingerenza progressista dell’autorità centrale (vedi la battaglia per i diritti civili ai tempi della presidenza Johnson), non il contrario. E questa non è solo una storia americana. La campana di Bloomberg suona per tutti gli attori pubblici e privati capaci di muoversi con incisività, e di alterare così anche le regole del gioco della geopolitica.

Per gli osservatori, altra materia da raccontare e analizzare. Il nostro contributo lo troverete sulla carta e online, espressioni diverse di un unico progetto che sul web si fa laboratorio multimediale, votato all’interattività e al confronto.

Sarà un racconto corale, perché sarebbe impossibile senza la famiglia allargata dei collaboratori, in primo luogo i giornalisti freelance che hanno una conoscenza diretta degli scenari e dei territori che vorremmo capire. Con molti di coloro che scrivono su eastwest.eu ci siamo già incrociati - alla radio, sulla carta o online - altri li ho scoperti e apprezzati qui da lettore, altri ancora spero di vederli presto salire a bordo. Le nostre porte sono aperte.  

@luigispinola