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I pericoli del racconto vittorioso della rivoluzione tunisina

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Nonostante sia stata salutata dalle cancellerie occidentali come l’unica rivoluzione riuscita, in un contesto geopolitico che col passare del tempo si fa sempre più instabile, la Tunisia è attraversata da una pericolosa frattura su due livelli, che spiega anche perché, proprio questo paese, stia cullando la gran parte dei jihadisti dello Stato islamico e della frangia locale di Ansar al-Sharia.

 

 REUTERS

 

Guardiamo le ultime elezioni presidenziali e le età dei candidati: Beji Caid Essebsi, 88 anni, contro Moncef Marzouki, 79. La vittoria dell’uno o dell’altro per la gran parte della popolazione tunisina, composta da giovani per lo più disoccupati, non rappresentava il compimento della rivoluzione ma il sintomo di un problema persistente nonostante la rivoluzione. E cioè che le elite politiche sono invecchiate, non si sono rinnovate, e la loro cura ai problemi del paese, disoccupazione in primis, non ha convinto.

Non a caso l’astensione alle presidenziali ha toccato la quota del 40%, affermandosi come la vera vincitrice.

L’altro aspetto,  proprio non solo della Tunisia, è la grande differenza economica tra le aree costiere e settentrionali del paese e le regioni interne e meridionali, meno sviluppate e più marginalizzate. Focolai pericolosi di rabbia sociale che in mancanza di soluzioni concrete e tempestive rischiano di esplodere da un momento all’altro come una bomba. Non è un caso che il luogo simbolo della rivoluzione, Sidi Bouzid, dove Mohamed Bouazizi si diede fuoco con un fiammifero, sia stato anche quello che ha registrato il più alto tasso di astensionismo durante le recenti elezioni.

Il racconto del successo della rivoluzione stride quindi con il malcontento popolare, e se è vero che la Tunisia sta provando a marciare sulla strada della democrazia, è vero anche che parlare di vittoria di quest’ultima ora può essere pericoloso.

Ansar al-Sharia ha individuato le crepe sociali e già da tempo sta provando a colmarle, scrive l’analista Michael Horowitz su National Interest. Prima che venisse bandito nel paese con l’accusa di terrorismo, il gruppo organizzava “missioni umanitarie” nelle periferie della Tunisia, dove andava a supplire la mancanza dello stato, ancora viziato dalla forte centralizzazione dell’epoca Ben Ali. Allo stesso modo nelle principali città e nella stessa Tunisi Ansar al-Sharia ha creato una rete di enti di beneficienza non-ufficiali spesso più efficienti di qualsiasi aiuto pubblico. Ed è proprio in questi quartieri e in queste periferie che i gruppi jihadisti hanno attecchito raccogliendo consensi e adesioni.

Ad Ansar al-Sharia oggi si accosta lo Stato Islamico, che aveva invitato a boicottare le elezioni e a combattere gli infedeli tunisini. Come dire che nella neonata democrazia tunisina i fondamentalismi stanno trovando terreno fertile per crescere. Raccontare il successo della rivoluzione o considerare la Tunisia fuori da quella zona rossa in cui convivono la Libia, la Siria, l’Egitto, lo Yemen, significa trascurare segnali importanti di instabilità che il paese invece sta lanciando in maniera neanche più tanto velata.

Su Nawaat, Farhat Othman, ex diplomatico, scrive che la mancanza di senso della vita è il mordente irresistibile degli aspiranti jihadisti, che ormai non sono più solo arabi ma anche europei di seconda generazione. E non è un dato di poco conto. I combattenti cercano un senso da dare alla propria esistenza e lo trovano nella spinta a lottare contro un mondo ingiusto e troppo materialista. Scelgono il modo peggiore, senza dubbio, ma in quella scelta ritrovano un senso. Nel  punto di vista di Othman, l’Islam diventa solo un’etichetta, una bandiera che sventola, tra i venti peggiori, certo, ma non è più la causa, come una parte della stampa occidentale racconta.

E questo discorso vale soprattutto per la Tunisia, perché è il primo paese che ha fatto la rivoluzione, in un certo senso l’ha portata a termine, eppure ha il più alto numero di jihadisti della regione. L’attuale classe politica tunisina, ancora alle prese con la formazione di un governo che da quanto traspare, però, ha già il sapore dell’ ancién regime, si trova dinanzi a una platea di giovani numerosa, scontenta, e matura per la libertà e per la democrazia, e dovrebbe avere tutto l’interesse a conquistarla e a motivarla, piuttosto che continuare a puntare sulle elite vecchie, di nome e di fatto. Non farlo, significa spingere molti a esprimere la propria energia e il proprio desiderio di cambiamento nel modo peggiore. Esattamente quello che in tremila, in Tunisia, hanno già fatto partendo per la Siria e per l’Iraq e molti altri si preparano a fare.

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