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I rebus della nuova Birmania

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Dopo quasi quattro mesi dalle prime elezioni semi democratiche in Birmania vinte dal National League for Democracy (NLD) il partito guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, il nuovo governo si è ufficialmente insediato con il giuramento di Htin Kyaw come presidente del Paese, il primo civile a ricoprire la carica dopo oltre cinquant’anni di giunta militare.

Il nuovo presidente del Paese è un fedelissimo della Suu Kyi

Htin Kyaw, 69 anni, è un professore universitario e un fedelissimo di Aung San Suu Kyi. Il nuovo presidente del Paese, infatti, vanta una lunga militanza a fianco della Signora. Laureato a Oxford è una figura di primo piano della NLD, da sempre un personaggio dal basso profilo, Kyaw è figlio dello scrittore e poeta Min Thu Wun, che avrebbe dovuto occupare un seggio anche alle elezioni vinte dai dissidenti nel 1990 e mai riconosciute dalla dittatura militare. E’ stato eletto nuovo presidente del Paese con la maggioranza dei voti – 360 voti su 652 disponibili – dalle due Camere del parlamento.

Il giuramento e le sfide per il futuro

Nella seduta congiunta che si è svolta mercoledì 30 marzo, il nuovo presidente ha giurato fedeltà al popolo birmano e ha illustrato le sfide che attendono il nuovo cammino del Paese. «La priorità – ha detto Htin Kyaw durante il breve discorso rivolto ai membri delle Camere – è quella di raggiungere un cessate il fuoco su scala nazionale, per interrompere i conflitti tra minoranze etniche e governo centrale che proseguono da molti decenni». Non ha caso il vice presidente del Paese scelto dalla NDL è Henry Van Thio, un cristiano di etnia Chin che dovrà dividersi il ruolo con Myint Swe, il candidato sponsorizzato dalla vecchia giunta militare. Ma questa sarà davvero una sfida molto complessa. Le minoranze etniche in Birmania, infatti, costituiscono circa il quaranta per cento della popolazione e in molte aree del Paese continuano i conflitti e gli abusi perpetrati dall’esercito.

I conflitti etnici continuano

Subito dopo le elezioni del novembre scorso i militari avevano iniziato una potente offensiva nell’Est del Paese contro le etnie Shan e Kachin che, insieme ad altre, chiedono l’autonomia e la salvaguardia dei loro territori. Min Aung Hlaing, capo del Tatmadaw – l’esercito birmano – aveva definito i conflitti in atto come «guerre giuste». E aveva aggiunto che «il Tatmadaw sarà l’unico esercito armato del Paese». Una condizione, questa, che va contro le richieste dei gruppi armati etnici e che non sarà di aiuto per solido processo di pace.

Tante le limitazioni per un vero cambio di rotta

Un’altra importante sfida che Htin Kyaw ha lanciato è quella della «necessità di riformare la Costituzione per conciliarla ai moderni valori democratici». Un punto che molto probabilmente sarà ostacolato dai militari. Per la carta costituzionale attuale, infatti, l’esercito controlla il 25 per cento dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle elezioni. Questo significa che i militari potranno mettere il veto su qualunque tentativo di modifica, anche perché per cambiare la Costituzione servirebbero più del 75 per cento dei voti.

Il potere dei militari è ancora molto forte

I militari continueranno anche a controllare il ministro degli Interni, della Difesa e quello per gli Affari di Confine che è proprio quello che si occupa delle zone abitate dalle diverse etnie che richiedono l’autonomia. E ancora, sempre la vecchia giunta, è parte del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, che può in qualsiasi momento bloccare o modificare le leggi che vengono considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese.

La scelta dei partener commerciali

In quella che viene considerata la nuova «tigre asiatica» le problematiche sono tante. Oltre alle divisioni etniche, sociali e politiche, infatti, si aggiungono anche i problemi legati alla carenza di moderne infrastrutture, all’inadeguatezza del sistema educativo e sanitario e all’enorme povertà della popolazione, nonostante il Paese sia ricchissimo di risorse naturali – petrolio, gas e legname in primis -. In questo contesto, il nuovo governo dovrà scegliere con cura anche i propri partener commerciali. Da una parte l’Unione Europea e gli Stati Uniti che hanno cancellato le sanzioni economiche e commerciali aprendosi ad investimenti milionari e dall’altra la Cina – storico alleato dei militari – che difficilmente si farà mettere in secondo piano.

Il ruolo della Signora

Aung San Suu Kyi, che non poteva candidarsi alla presidenza del Paese a causa di un articolo della Costituzione che vieta di correre alla massima carica, perché madre di figli con passaporto straniero, avrà comunque un ruolo di primo piano. La leader di NDL, infatti, ha prestato giuramento come nuovo ministro degli Esteri, dell’Istruzione, dell’Energia e dell’Ufficio presidenziale. Il nuovo governo ha anche presentato al parlamento una legge per permettere ad Aung San Suu Kyi di diventare «consigliere di Stato», un ruolo che è stato creato appositamente e che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe essere l’equivalente alla carica di primo ministro.

@fabio_polese

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