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I rifugiati devono essere soggetti della propria narrativa. Storia della graphic novel Baddawi

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La scorsa primavera, Just World Books ha lanciato ciò che è stato definito “il primo lavoro grafico in forma di libro scritto e disegnato in inglese da un’artista palestinese”.

I fan della graphic novel “Baddawi” hanno probabilmente già sentito parlare di Leila Abdul Razzaq. Chi invece no, merita di conoscere questa talentuosa giovane donna in bilico tra un’identità palestinese, americana ed asiatica.

Leila Abdul Razzaq è una giovane artista palestinese-americana, una graphic artist ed una sapiente narratrice attraverso l’uso delle immagini che lei stessa crea; il suo lavoro più recente è la graphic novel Baddawi, che dalla sua pubblicazione a Chicago sta già raggiungendo il resto degli Stati Uniti e del mondo.

Baddawi, come scrive l’editore, racconta in una collezione di illustrazioni le storie dell’infanzia e gioventù di Ahmad, padre di Leila, cresciuto da rifugiato palestinese nel campo profughi Baddawi, nel nord del Libano. Durante gli anni ‘60 e ‘70 ha vissuto sia il disastro della Naksa – la guerra e l’occupazione del 1967 – con conseguente realizzazione finale che non sarebbe mai più potuto tornare nella sua terra natia, e gli orrori della guerra civile libanese.

Come molti palestinesi, ha infine lasciato il Medio Oriente e di conseguenza la figlia Leila è cresciuta tra Chicago e Seoul. Le storie sono state descritte così come Leila le ha assimilate da piccola quando il padre le raccontava prima della buonanotte.

“Queste persone non devono essere oggetto di pietà, devono essere soggetto delle loro narrazioni”, insiste Leila, spiegando come ha utilizzato il processo di disegno della storia del padre come un modo per esplorare  e capire diversi aspetti della vita e gioventù del genitore, e della diaspora del suo popolo.

La sua fonte d’ispirazione, come ci spiega, è il vignettista palestinese Naji al-Ali. Ma ci tiene anche a precisare che le esperienze di chi ha vissuto la shatat – la diaspora palestinese – sono molto diverse tra loro, proprio come quella tra il padre e al-Ali, che hanno vissuto la guerra e la profonda discriminazione dei palestinesi in Libano nello stesso arco temporale, ma attraverso approcci differenti a causa dell’età o del campo di provenienza .

Queste differenze geografiche e generazionali non sono solo una questione di Storia o identità. Come Abdul Razzaq racconta, influenzano anche la produzione artistica palestinese, condizionando il modo in cui si decide di rappresentare diversi tipi di esperienza della diaspora, come nel caso di Leila.

Razzaq spiega infine di non aver scritto Baddawi perchè è una storia unica nel suo genere, ma perchè è una storia comune troppo spesso non raccontata. Per la fumettista, Baddawi “non è un tributo a mio padre, ma un tributo a tutti i palestinesi sparsi nel mondo. L’ho scritta perchè troppo spesso vedo rifugiati palestinesi (ma anche rifugiati in generale) descritti come oggetti di sofferenze, qualcuno a cui pensare con pietà, definiti dalle circostanze, anziché essere soggetti delle loro stesse storie individuali con cui altri possano identificarsi, con sfumature diverse.

Scrive sul sito ufficiale di Baddawi:

 “Come palestinesi, è nostra responsabilità mantenere viva la nostra eredità storica, che viene cancellata giorno dopo giorno. Dobbiamo prendere le redini della nostra narrativa perchè è sempre più manipolata. Dobbiamo mantenere le nostre identità di palestinesi in modo da combattere il sionismo e la pulizia etnica che esso produce. Non è la shatat che ci cancella dalla Palestina, ma piuttosto la Palestina che viene cancellata dalla nostra memoria.  Il potere sta nelle mani di chi controlla le narrative e i discorsi su un soggetto in particolare, specialmente se storico o politico. Sono semplicemente un’altra palestinese che cerca di riprendersi quella narrativa ormai sottrattaci”.

 

 

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