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I transgender in India: miti del passato, miserie del presente. La storia di Naleena


Hijra: una parola Urdu dalla valenza vagamente dispregiativa, che in occidente viene generalmente tradotta come "eunuco". E che nel subcontinente indiano indica l'appartenenza a una delle comunità transgender più numerose e antiche del pianeta.  In India, Pakistan,  Bangladesh e Nepal, con questa parola ci si riferisce a individui nati in un corpo maschile o con caratteri di intersessualità, che sviluppano fin da bambini una marcata identità femminile.

Hijra: una parola Urdu dalla valenza vagamente dispregiativa, che in occidente viene generalmente tradotta come “eunuco”. E che nel subcontinente indiano indica l’appartenenza a una delle comunità transgender più numerose e antiche del pianeta.  In India, Pakistan,  Bangladesh e Nepal, con questa parola ci si riferisce a individui nati in un corpo maschile o con caratteri di intersessualità, che sviluppano fin da bambini una marcata identità femminile.

Di loro si trova traccia fin nelle pagine del KamaSutra e nella sola India la loro presenza è stimata in almeno cinque milioni di individui. L’Induismo le considerava sacerdotesse di divinità come Lord Shiva, Kali o Bauchara Matha: secondo Paolo Favero, antropologo dell’Università di Anversa, “recidendo i genitali, con una mutilazione rituale,  divenivano l’incarnazione stessa dell’Ardhanarishvara, fusione dei corpi di Shiva di sua moglie Parvati”.

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