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Il Califfato della Mecca e Medina

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Più si smorza il fumo del petrolio, più si rivelano le contraddizioni incendiarie dell’identità saudita e, ancor più, della politica internazionale con il Regno.

Ci sono 3 correnti principali nella politica estera Saudita e tutte scaturiscono da questioni di politica interna.

La prima è di natura economica ed è dettata dall’evolversi delle relazioni con gli Usa a partire dagli anni ‘30. Quando il primo re, Abd al-Aziz, venne a sapere della fortuna custodita nel deserto, il suo impulso iniziale fu di lasciarla lì, in quanto la sua priorità assoluta era la devozione dei suoi sudditi. Ma ben presto il sovrano fu dissuaso. Invece di allearsi con le due potenze occidentali che all’epoca interferivano negli affari arabi – Francia e Gran Bretagna – Abd al-Aziz instaurò un partenariato con un conglomerato di società petrolifere americane che sin da allora domina l’industria mondiale del petrolio.

E così pare che oggi il Regno, la cui priorità originariamente era lo sviluppo economico interno, possieda riserve di valuta estera pari a $584 mld (€527mld, 4° nel mondo dopo Cina, Giappone e Svizzera). Dato che né Washington né Riad intendono rendere note le cifre esatte, è impossibile stabilire l’ammontare dei titoli in dollari Usa. Inoltre, la cifra di 584 mld si basa sulle sole riserve della banca centrale saudita. La compagnia petrolifera statale, Aramco, valutata 10 mld di dollari (€9mld), è l’azienda più grande del mondo. A tutto ciò si sommano le attività delle industrie di stato e degli enti finanziari, oltre ai patrimoni privati dei vari membri della famiglia reale, che costituiscono un ulteriore ramo del governo. Paradossalmente la povertà è dilagante e i redditi medi continuano a contrarsi per via del recente calo dei prezzi del petrolio (il governo saudita non rilascia statistiche, ma sembra che il 20% circa della popolazione viva nell’indigenza). Il sistema scolastico è incentrato sull’insegnamento religioso e pertanto non fornisce ai cittadini un’adeguata preparazione al mondo del lavoro. Questo problema è meno grave di quanto si potrebbe pensare, poiché quasi tutte le attività produttive sono svolte da stranieri.

La seconda corrente deriva dalla concorrenza con l’Iran per il predominio nella regione. Questa dinamica è sorta in seguito alla Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, ma affonda le radici nel difficile rapporto del Regno saudita con la popolazione Shia. La rivalità tra Arabia Saudita e Iran è fatta di molteplici dimensioni, la più recente delle quali è una guerra per procura nello Yemen. L’Arabia Saudita dispone di enormi risorse, tra cui armi sofisticate di provenienza occidentale. Ciononostante l’influenza dell’Iran in Iraq, Siria e Libano è notevole e la gerontocrazia iraniana sembra comprendere i rapporti di forza regionali meglio dei ricchi sauditi.

La terza corrente, la più importante dal punto di vista dei valori tradizionali del Regno, consiste nella promozione del wahhabismo a livello internazionale. Sin dal XVIII secolo la famiglia al-Saud sponsorizza questa interpretazione dell’Islam e la sua alleanza con il clero è senza dubbio più importante di quella con le società petrolifere americane. In tempi di crisi la famiglia reale si è appellata all’autorità del clero, elargendo in cambio ingenti risorse per la diffusione del messaggio jihadista nel mondo. Al momento quest’alleanza attraversa una fase difficile perché non esiste una vera e propria distinzione teologica tra le dottrine saudite e quelle di Daesh, ma c’è una differenza politica importante, indispensabile per comprendere la posizione del Regno nel mondo islamico.

Con la sconfitta del Regno di Gerusalemme nella battaglia di Hattin del 1187, Saladino estese il suo controllo militare su gran parte di quello che oggi potremmo definire il Medio Oriente arabo – Terra Santa, Egitto, Siria e Iraq compresi. Ma la conquista di Gerusalemme gli poneva un problema: in quanto musulmano, per chi doveva rivendicare la città? Il Califfato di allora era debole e il Califfo premeva affinché Saladino gli mettesse a disposizione le sue truppe. Ma il condottiero inventò un nuovo titolo: si autoproclamò “difensore dei luoghi sacri”, riuscendo così a dare una giustificazione religiosa al suo dominio militare senza attribuirsi alcuna autorità religiosa. In questo modo non era tenuto a cedere né l’esercito né i territori al Califfato.

A oggi i membri della famiglia al-Saud rivendicano quello stesso titolo in Arabia Saudita. Piuttosto che aspirare all’autorità religiosa, essi si considerano gli onesti e valorosi difensori delle città sacre (Gerusalemme esclusa): La Mecca e Medina. Questo fa sì che una della istituzioni centrali dell’Islam, il pellegrinaggio annuale noto come Hajj, ricada nella loro giurisdizione. In teoria l’Arabia Saudita dovrebbe essere a favore della rinascita del califfato e infatti molti cittadini appoggiano lo Stato Islamico. Ma i dotti chierici sauditi si oppongono al pretendente al-Baghdadi. Invece di appoggiare l’ISIS, essi portano avanti una campagna mondiale di indottrinamento, finanziando moschee, installandovi predicatori di tasca propria, pubblicando e distribuendo testi religiosi.

C’è un paradosso in tutto questo: maggiore è il successo degli sforzi ufficiali sauditi, maggiore è il numero di sunniti in tutto il mondo che aderiscono al wahhabismo; ma questi ultimi saranno anche più propensi a unirsi alla jihad, sfuggendo così al controllo saudita.

Gli USA hanno preferito fingere che solo il primo di questi tre aspetti, ovvero la politica economica, fosse rilevante per i loro rapporti con il Regno. Il presupposto su cui si regge questa relazione è che gli Usa non critichino il regime e non interferiscano nei suoi affari interni. Il silenzio americano viene comprato con il petrolio, l’acquisto di armi e gli investimenti diretti. Nel mercato mondiale delle armi l’Arabia Saudita è il maggior acquirente che paga in contanti. Il caro prezzo di questa politica è ormai evidente: la radicalizzazione a lungo termine delle popolazioni musulmane in tutto il mondo.

L’Islam comprende vari filoni di pensiero, ma con i loro miliardi i sauditi hanno fatto sì che le altre versioni andassero incontro all’estinzione. L’Arabia Saudita ha, di fatto, comprato l’Islam. L’Iran è l’unico Paese che non si è ancora conformato. 

Nel XXI secolo è emersa una quarta corrente nella politica estera saudita: la guerra dell’informazione Ogni regime repressivo cerca di controllare l’informazione e da questo punto di vista l’Arabia Saudita è tradizionalmente prodiga nelle spese e dura nei metodi. Il Regno cerca di mettere a tacere le critiche con decapitazioni e arresti arbitrari, e di controllare l’uso di internet e dei telefoni cellulari; ma sta perdendo la battaglia, proprio come l’URSS 30 anni fa. L’informazione non si può più controllare, neanche bloccando Skype e Facebook. Le immagini scattate con i telefonini dei mendicanti nelle strade, della violenza pubblica sulle donne, delle torture e delle esecuzioni pubbliche stanno influenzando l’opinione pubblica internazionale e spingendo i governi occidentali a sollevare questioni difficili. L’Arabia Saudita non ha ancora trovato una risposta a questa nuova componente delle sue relazioni estere. Ha semplicemente fatto come se niente fosse.

Mentre l’importanza strategica delle riserve petrolifere saudite va scemando, il Regno si trova a dover affrontare alcuni seri problemi. Il Paese fatica a tenere testa all’Iran e la radicalizzazione dell’Islam sunnita ha generato un movimento che potrebbe presto tentare di prendersi La Mecca e Medina. Certo è che con $584 miliardi si possono comprare un sacco di amici.

 

Traduzione di Teresa Ciuffoletti.

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