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Il caso del Liceo Averroès

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Da scuola modello a presunto incubatore del fondamentalismo.

 

La parabola del Liceo privato Averroès di Lilla non prevede le mezze misure. Nel 2013 l’istituto frequentato da 600 studenti, musulmani ma non solo, aveva scalato le classifiche nazionali di rendimento scolastico con un tasso di riuscita agli esami di maturità del 100%. Fu eletto miglior liceo di Francia. I licei blasonati dei quartieri bene di Parigi come il Louis Le Grand e l’Henri IV scoprirono allora un outsider, le cui performance scompaginavano le gerarchie e gli stessi principi della République laica e aconfessionale.

“L’Averroès – spiega la giornalista di Libération Stéphanie Maurice – è considerato dalla comunità di origine maghrebina come un ascensore sociale, capace di offrire un insegnamento di qualità che ormai la scuola pubblica non dà più”. Ora, mentre la Francia è ancora sotto choc per le stragi di inizio gennaio, uno scandalo rischia di alimentare ulteriormente sospetti e diffidenze nei confronti della più grande comunità musulmana d’Europa.

Protagonista, anche stavolta, il liceo Averroès nato nel 2003 e che dal 2008 è convenzionato con lo Stato. I suoi programmi sono quelli stilati dal Ministero dell’Educazione (l’ora di “etica musulmana” è facoltativa), gli insegnanti vengono stipendiati con soldi pubblici mentre le entrate per la gestione ordinaria provengono dalle rette (tra 950 e 1.250 euro annuali con una percentuale di borsisti che però è del 61%) e dalle donazioni della comunità. Per la costruzione della nuova sede si è fatto però ricorso agli aiuti di una banca saudita e di un Ong del Qatar.

Nella scuola, è l’accusa formulata da Sofiane Zitouni, l’insegnante di filosofia che dopo aver rassegnato le dimissioni ha pubblicato un contestatissimo cahier de doléances su Libération, regnerebbe un antisemitismo diffuso, tollerato o peggio alimentato dalle équipe pedagogiche e dai vertici dell’Averroès e in particolare dal suo fondatore Amar Lasfar, che è anche rettore della vicina moschea di Lilla-sud e presidente dall’UOIF, l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, considerata molto vicina alla Fratellanza musulmana.

L’antisemitismo di cui parla l’ex professore (un musulmano moderato che aderisce alla corrente sufi dell’islam) non sarebbe purtroppo un’esclusiva del liceo “migliore di Francia”. Frédéric Fléchon del Sindacato degli insegnanti degli istituti privati, ha ricordato, proprio su Libération, come l’antisemitismo sia “un fenomeno che attraversa ampi strati della popolazione più giovane, che confonde gli orrori compiuti a Gaza dall’esercito israeliano e il fatto che lo Stato israeliano si professi come Stato ebraico”.

Il cuore del problema in realtà è un altro e potrebbe portare acqua al mulino di chi, come il settimanale laicista Marianne paventa una strategia subdola di “conquista dell’egemonia culturale da parte di un islam integralista e ideologizzato di cui l’intellettuale Tariq Ramadan, docente della Oxford University, sarebbe la testa di ponte in Europa”.

Proprio in questi giorni il governo ha riaperto lo scottante dossier sull’“islam di Francia” il cui obiettivo è fornire alla comunità musulmana un organismo effettivamente rappresentativo (le esperienze passate, come la creazione del Consiglio francese del Culto musulmano voluto da Nicolas Sarkozy nel 2003, si sono rivelate inefficaci e saranno archiviate) e capace di interfacciarsi attivamente con le istituzioni.

Se questo canale di dialogo vedrà la luce, verrebbero meno le ragioni stesse che fino ad oggi hanno portato le comunità musulmane di Francia a chiedere l’intervento di Stati stranieri (le petromonarchie del Golfo ma anche l’Algeria e l’Egitto) per reperire fondi per la costruzione di moschee, per assumere imam e per aprire scuole.

“Voglio superare gli ostacoli che ancora si frappongono alla creazione di un vero islam francese. Ci sono ancora forti ritardi ma poco a poco le cose si stanno strutturando. Si costruiscono moschee più grandi e luoghi di culto più dignitosi. Le energie e le risorse necessarie per lo sviluppo dell’islam si devono reperire in Francia” ha affermato il Premier Manuel Valls il 3 marzo scorso durante la visita alla Grande moschea di Strasburgo.

Le moschee con i loro minareti sono l’espressione più visibile dell’auspicato o temuto radicamento dell’islam in Francia e in Europa. L’altro pilastro per la creazione di un “islam repubblicano” sono le scuole. È lì che il disagio diffuso tra le giovani generazioni può e deve essere intercettato e che la radicalizzazione delle frange più estreme dell’islam salafita può trovare i suoi antidoti. È un percorso irto di ostacoli. Anche legali. La laicità, pilastro francese, ha prodotto una legge, quella del 1905 che impone una rigida separazione tra Chiesa e Stato.

Oggi, coloro che puntano il dito contro il liceo musulmano evocando il pericolo di una invasione strisciante del fondamentalismo islamico sono spesso gli stessi che si ergono a difesa di una laicità eretta a dogma ma che funziona a velocità variabile e che, in alcuni casi, sconfina nell’islamofobia. Un dato illuminante. La maggioranza delle (poche) scuole private musulmane nacque in Francia all’indomani del varo della cosiddetta “legge anti-burqa” (2004) che, in nome della laicità, vietava l’uso di simboli religiosi negli spazi pubblici.

Amar Lasfar, il fondatore del Liceo Averroès, ad esempio, ebbe l’idea di aprire la sua scuola dopo aver accolto nella moschea di Lilla-sud 17 ragazze che portavano il velo e che per questo erano state escluse dagli istituti scolastici pubblici. Una legge che pretendeva di riaffermare il primato del principio di “eguaglianza” facendo leva su un divieto ha prodotto la fuoriuscita dal sistema di un certo numero di studentesse, bandite dal circuito pubblico per il loro modo di vivere la propria fede.

È utile anche dare un’occhiata ai dati che riguardano le scuole private in Francia. Dati che mostrano come in realtà queste abbiano un ruolo niente affatto marginale e spesso più importante che in altri paesi europei considerati meno attenti alla difesa del principio di laicità.

Sul territorio francese il Ministero dell’Educazione ha recensito 8.733 scuole private. La stragrande maggioranza sono cattoliche (95% circa) poi ci sono le scuole private aconfessionali e circa 130 scuole ebraiche. Le scuole private musulmane che hanno firmato un accordo di associazione con lo Stato sono ancora soltanto due. L’apertura di nuovi istituti dovrebbe essere nell’ordine delle cose. Per colmare il gap esistente ed evitare la discriminazione de facto di 4 o forse 5 milioni di Francesi che si riconoscono nell’islam. 

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