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Il difficile equilibrio dell’intervento della Turchia in Siria

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La prossima città da segnare sul taccuino, nelle cronache della guerra siriana, si chiama Al-Bab, è in mano al Califfato e si trova 30 chilometri a Sud dal confine con la Turchia. È un obiettivo delle Forze Democratiche Siriane, unità sostenute dal Pentagono e formate in maggioranza da militanti curdi, ma verso Al-Bab sono dirette anche le forze ribelli filo-turche, nell’ambito dell’operazione “Scudo dell’Eufrate” lanciata da Ankara, formalmente contro lo Stato Islamico (ma prevalentemente in funzione anti-curda).

La prima fase della missione si è chiusa il 4 settembre e ha portato alla conquista di una striscia di 98 chilometri sul confine, da Jarablus (ad est dell’Eufrate) ad Azaz (ad ovest del fiume). Adesso i turchi e i loro alleati vogliono entrare ancora più in profondità nel territorio siriano, dagli attuali 10-15 chilometri ai 30 di Al-Bab. Tutto questo mentre russi e americani hanno raggiunto un accordo sulla cessazione temporanea delle ostilità, che è entrato in vigore lunedì. Se l’intesa dovesse tenere, dopo 7 giorni Stati Uniti e Russia comincerebbero a lavorare assieme per stabilire quali zone colpire con i raid, aree nelle quali è prevalente la presenza dello Stato Islamico e di Jabhat Fatah al Sham, l’ex Jabhat al Nusra, ossia la branca di Al Qaeda in Siria che un mese e mezzo fa ha rotto, per puro tatticismo, i legami con la casa madre.

Robert Pearson, ex ambasciatore americano in Turchia, adesso analista del Middle East Institute, conferma a Eastonline che Ankara sostiene l’intesa tra Mosca e Washington: “La Turchia ha deciso di appoggiare l’accordo tra Stati Uniti e Russia in Siria, perché ha bisogno di legittimare la propria presenza nel Paese. Quindi i turchi cercheranno di spingere i gruppi da loro sostenuti (come Ahrar al Sham, ndr) ad allontanarsi dalle formazioni più estremiste, che sono escluse dall’intesa (come Fatah al Sham, per l’appunto)”.

Alcune fonti affermano che i turchi abbiano dato il loro assenso all’accordo perché la calma sul fronte favorisce la preparazione delle operazioni a Nord di Aleppo, come quella di Al-Bab: “Gli Stati Uniti”, prosegue Pearson, “non avranno obiezioni nei confronti della missione di Ankara in Siria, se il focus sarà sulla battaglia contro lo Stato Islamico. Ma gli obiettivi della Turchia in questa fase sono ambigui, perché riguardano i curdi, che a loro volta sono appoggiati dagli americani. Probabilmente gli Usa non sosterranno l’idea di un’entità separata per i curdi in Siria, durante le (ipotetiche) trattative di pace. Eppure Washington continuerà ad affidarsi a loro, che sono considerati gli alleati più efficaci sul campo”.

La posizione di Washington è stata dettagliata recentemente dal vicepresidente Biden: i curdi devono ritirarsi ad Est dell’Eufrate (rinunciando sostanzialmente ad unire i territori che adesso detengono e a creare un’entità autonoma nell’intero Nord della Siria). Non sembra, però, che questo sia avvenuto. “Non conosco i dettagli della presenza curda ad Ovest dell’Eufrate”, commenta l’ambasciatore. “Ma il fatto che, dopo avere contribuito alla presa di Manbij, abbiano deciso di consegnare la guida della città a un consiglio militare, mi sembra che indichi la volontà di evitare qualsiasi conflitto diretto con la Turchia”.

Ci si chiede, però, se uno sforzo militare prolungato di Ankara sia sostenibile, soprattutto alla luce delle conseguenze del fallito golpe, che ha innescato una purga all’interno delle forze armate, con la decapitazione di una parte consistente della catena di comando. Pearson non crede ad un impegno di lungo periodo: “Non penso che i turchi vogliano mantenere una forza numerosa in Siria a tempo indeterminato. Basta guardare a quanto è successo in passato. Non c’è stata grande battaglia a Jarablus, perché lo Stato Islamico è sembrato ritirarsi in anticipo, senza trovare grande resistenza, prima che arrivassero i turchi. I quali, a loro volta, si sono affidati più alle forze speciali che al grosso del loro esercito, come del resto è sempre accaduto per incursioni di questo tipo”.

L’ambasciatore considera l’operazione “Scudo dell’Eufrate” una mossa tattica: “La Turchia cercherà di utilizzare l’attuale missione in Siria per guadagnare influenza al tavolo delle trattative, per avere fiche a disposizione in caso di colloqui di pace, per fermare l’avanzata verso Ovest delle brigate curde, per trattare con la Russia e per spingere gli Stati Uniti a sostenere gli obiettivi di guerra turchi, come la creazione di una no fly zone. Difficilmente, però, gli americani acconsentiranno a un’ipotesi di questo tipo, perché non si fidano di Erdogan e non sanno come utilizzerebbe le sue truppe di terra”.

@vannuccidavide

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