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Il magnate cinese scomparso. E riapparso

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Guo Guangchang, il presidente del conglomerata cinese Fosun International, secondo i media di Hong Kong, avrebbe pronunciato un discorso durante una riunione aziendale nel suo ufficio di Shanghai, “a seguito di un inspiegabile assenza la scorsa settimana durante la quale avrebbe partecipato insieme alle autorità ad un’indagine”.  

 

Mistero risolto dunque? Non tanto. Il South China Morning Post ha scritto che “secondo una fonte Guo sartebbe stato portato via per essere interrogato nel mese di luglio, un mese prima che Wang Zongnan, ex capo della Bright Group di proprietà statale, venisse condannato a 18 anni di carcere per appropriazione indebita e corruzione”.

Fonti hanno anche sostenuto “che potrebbe essere coinvolto in un’indagine sull’ex vice sindaco di Shanghai Ai Baojun, o Yao Gang, ex vice presidente della China Securities Regulatory Commission. Sia Ai che Yao sono stati portati via per delle indagini nel mese di novembre”.

Ma chi è Guo Guangchang? Si tratta di un personaggio celebre sia in Cina sia all’estero. Originario della provincia dello Zhejiang, nota per lo spirito commerciale dei suoi abitanti – come un altro enfant prodige della Cina capitalista, Jack Ma, il fondatore di Alibaba – Guo Guangchang ha 48 anni e dal nulla ho fondato la più grande azienda privata in Cina, investendo in assicurazioni sanitarie e creando via via un impero dal valore complessivo di oltre 7 miliardi di euro.

Come ricordava un suo ritratto pubblicato nel 2014 dal Financial Times, la grandezza economica di Guo può essere spiegata da alcuni esempi. In Cina è probabile che l’ospedale dove ci si fa visitare sia proprio della Fosun, come il negozio di torte dove celebrare il compleanno, o i resort dove trascorrere le vacanze o la casa da abitare. Per non farsi mancare nulla ha investito anche all’estero: prima si è accaparrato l’azienda di assicurazioni portoghese Caixa Seguros e poi, dopo due anni di corteggiamento e scontri, trattative e rinvii, il Club Med (ha quote anche nel Cirque de Soleil).

Ardito, secondo alcuni molto energico nelle sue esplorazioni commerciali all’estero, dal 2013 è diventato chiacchierato in seguito ad alcuni arresti eccellenti che sembrano collegarlo a giri poco chiari e non tanto apprezzati dalla leadership politica. Ha sempre negato di aver partecipato ad attività sgradite a Pechino.

Membro dell’Assemblea consultiva del popolo è a capo o partecipa a svariate associazioni imprenditoriali cinesi (compresa quella che recentemente ha visitato l’Italia) e a iniziative filantropiche di grande notorietà. Guo ha studiato alla Fudan di Shanghai ed è a Shanghai che ha fondato la sua base di potere, economica e politica. La sua famiglia ha sofferto ma non troppo durante la Rivoluzione culturale, tanto che i suoi ricordi al riguardo sono sempre apparsi più malinconici che rancorosi. Ma si tratta di un periodo storico delicato sul quale difficilmente un uomo d’affari, tra i più ricchi in Cina e al mondo, potrebbe esprimersi con sincerità.

Contrapponendosi a Jack Ma, definito una sorta di «genio» (ed è di questi giorni l’acquisizione di Alibaba del South China Morning Post, influente quotidiano in lingua inglese di Hong Kong) Guo si autodefinisce un «ragazzo normale».

Pratica il tai chi e ritiene che proprio questa disciplina fisica e mentale, insieme al buddismo e al taoismo, gli abbia aperto le porte del business. Non si tratta di forza, ha sempre ripetuto il vegetariano Guo, bensì di tempismo. Capire il momento per affondare. Così l’uomo d’affari leggerebbe anche le dinamiche e l’intervento sul mercato. E si tratta delle caratteristiche che attribuisce a quello che considera una sorta di punto di riferimento, cui è stato più volte accostato: Warren Buffett.

Ma fare il miliardario in Cina non è facile e la sua scomparsa – per alcuni giorni dopo il 10 dicembre – si è circondata di mistero. Le voci di un suo arresto sono corse via talmente veloci da dubitare della loro fondatezza. Nella serata di ieri si è diffusa la voce ufficiale: sta collaborando a un’indagine. Modi di dire, come «beviamoci un té», che indicano la possibilità di una brutta fine.

Dopo l’ex boss della sicurezza Zhou Yongkang, Guo potrebbe essere la seconda tigre che Xi mette nel sacco. Potrebbero contare i rapporti di potere e quella sfida tra gruppi di Pechino e Shanghai o forse potrebbero esserci accuse collegate ai tonfi della borsa dell’estate (per i quali è stata già fatta più una retata tra broker e azionisti).

@simopieranni

 

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