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Mozambico, tra sviluppo e terrorismo

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Se il Mozambico riuscirà ad arginare la nuova ondata di violenza potrà diventare il quinto esportatore di gas al mondo e l’Italia uno dei partner principali

Il Mozambico tra crescita economica e terrorismo. La gente in fila per esprimere il proprio voto durante le elezioni presidenziali, legislative e provinciali a Maputo, Mozambico, 15 ottobre 2019. REUTERS/Grant Lee Neuenburg

La gente in fila per esprimere il proprio voto durante le elezioni presidenziali, legislative e provinciali a Maputo, Mozambico, 15 ottobre 2019. REUTERS/Grant Lee Neuenburg

“Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica.” La constatazione di Ernest Hemingway è memorabile perché ricorda la solitudine dell’uomo nei momenti difficili e soprattutto in quelli delle scelte. Un altro grande scrittore, Tiziano Terzani, però ha trovato il modo di fornirci un’indicazione: “Quando sei a un bivio” – scrive – “e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta”.

Il Mozambico è un Paese che ha fatto la sua scelta. Ha preso la strada in salita, la più difficile, la più giusta. Ma è ancora al primo tornante. Davanti ha la via dello sviluppo e della crescita economica e sociale. Uno sviluppo che potrà derivare da un corretto utilizzo delle sue risorse: minerarie, di petrolio e di gas, tutte veramente imponenti. Dietro ha il terrorismo operato dagli estremisti islamici di ASWJ (Ahlu Sunnah Wa-Jama), un gruppo affiliato all’Isis che nel nord del Paese ha già fatto circa 500 vittime. Tutt’intorno ha una popolazione che vive in condizioni di povertà, largamente analfabeta e con un’attesa media di vita di 41 anni. Il Governo del Presidente Filipe Nyusi, leader del Frelimo (Fronte di Liberazione Mozambicano), il partito storico da sempre avversario della Renamo che ha vinto le presidenziali dello scorso autunno con una maggioranza del 73,46%, ha dunque il compito di affrontare con decisione l’irto percorso che attende il Paese. Una sfida epocale, i cui esiti cambieranno il destino non solo del Mozambico ma di tutto il lato indiano del continente africano.

Per capire bene il contesto e i possibili esiti per questo Paese, in bilico tra sviluppo sostenibile da un lato e rischi di somalizzazione dall’altro, bisogna cominciare a comprendere la magnitudo dei problemi. I più gravi sono povertà e terrorismo. Cominciamo ad analizzare il secondo. Da oltre due anni il jihadismo mozambicano non è più rubricabile come “allerta minore”. A ricordarcelo è proprio il Presidente Nyusi. Nella giornata dedicata agli Eroi mozambicani non ha avuto mezzi termini: “Delinquenti finanziati da forze interne ed esterne” − ha sillabato – “stanno assassinando e distruggendo abitazioni e infrastrutture. Per questa ragione il popolo ha deciso di unirsi alle forze di difesa e sicurezza”. Più che una denuncia, a molti osservatori le parole del Presidente sono apparse come una vera e propria chiamata alle armi. Tant’è che ha già coinvolto l’esercito nell’attività antiterroristica. E non solo contro gli islamici che imperversano nel nord del Paese ma anche contro l’ala dei dissidenti armati della Renamo che, nella provincia di Sofala, ha portato vari attacchi armati. Il problema principale tuttavia rimane nel nord.  A Cabo Delgado, la provincia settentrionale dalla quale proviene lo stesso Nyusi, si vive oggi in un clima di emergenza palese. All’inizio, era il 2017, il fenomeno fu sottovalutato, si pensò a episodi di natura locale. Anche perché all’epoca l’attenzione del Governo era drenata dal forte rischio che il Paese andasse in default economico per la disastrosa e criminale gestione finanziaria degli anni precedenti. L’escalation delle violenze smentì rapidamente questa errata percezione facendo precipitare la situazione.

I numeri aiutano a capire il clima che si respira a Cabo Delgado. L’organizzazione per i rifugiati della Nazioni Unite (Unhcr) avverte che a causa dei continui atti di violenza sono almeno 150mila le persone attualmente sfollate in tutta la provincia. Una sorta di esodo dalle zone rurali verso il capoluogo Pemba. Dall’inizio dell’anno si sarebbero registrati almeno 28 attacchi terroristici, alcuni caratterizzati da ripetute atrocità, il cui obiettivo principale è creare panico nella popolazione e destabilizzare l’intera area. Oltre al panico tra la popolazione, gli attacchi terroristici hanno infatti l’obiettivo di boicottare i progetti di sviluppo che il Mozambico sta portando avanti nel settore dell’Oil & Gas. Maputo ha infatti sottoscritto accordi miliardari con le principali multinazionali del settore, tra le quali Total, ExxonMobil e le italiane Eni e Saipem. Accordi che se portati correttamente a termine, in cinque anni possono trasformare il Mozambico da Paese povero a Paese leader dell’intera area. Anche qui i numeri aiutano a capire.

Il Mozambico, realizzando i progetti varati, potrà diventare il quinto esportatore di gas naturale entro il 2030. Certo, occorrerà comprendere quale impatto avrà su questo progetto il coronavirus. Posto che uno dei clienti principali di Maputo potrebbe essere proprio la Cina, felice di avere un’alternativa ai prodotti americani, bisognerà infatti calcolare gli effetti negativi di questa epidemia che da Wuhan sta cambiando le sorti dell’economia globale. Grazie a questi enormi giacimenti e alla sua fortunata posizione geografica, il Mozambico rimane comunque parte importante della Via della seta marittima e potrebbe diventare l’hub commerciale per India e Cina e trasformarsi nel nuovo centro di gravità geopolitico dell’Africa. E, sempre per restare ai dati, è utile ricordare che, a oggi, le stime di crescita per il Mozambico dicono che nel 2023 si dovrebbero assestare tra il 9 e l’11%. Tassi che risolverebbero rapidamente anche il primo problema del Mozambico, cioè la povertà e il sottosviluppo del suo sistema infrastrutturale e amministrativo.

Insomma, come dicevamo all’inizio l’ex colonia portoghese ha davanti prospettive eccellenti a patto che il Presidente Nyusi e il suo Governo riusciranno a gestire con fermezza le crisi e le sfide che hanno davanti. In questo scenario complesso e capace di condizionare le dinamiche globali del settore petrolifero e del gas, un ruolo decisivo lo gioca anche l’Italia. Il Presidente della Camera di Commercio italo-mozambicana, Simone Santi, lo dice senza mezzi termini: “L’Italia è attore principale nello sviluppo energetico del Mozambico”. Del resto, il nostro Paese è presente da tempo con Eni – che ha avuto un ruolo importante scoprendo e sviluppando alcuni dei giacimenti più ricchi dell’intera area – e con Saipem, che si è aggiudicata un contratto da sei miliardi di dollari, confermando il suo ruolo di protagonista globale nel settore dell’Epc.

Non a caso Felipe Nyusi è già stato in Italia nel 2019, trovando grande accoglienza sia da parte del mondo delle imprese che da parte delle istituzioni. Tanto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il premier Giuseppe Conte, hanno infatti ricevuto Nyusi con tutti gli onori del caso. In questo contesto, dove la competizione internazionale è forte e dove imprevisti come il coronavirus possono mutare rapidamente i mercati, la visita a Maputo del Presidente Mattarella del 10 e 11 marzo e poi il successivo incontro bilaterale tra le imprese italiane e quelle mozambicane, organizzato dalla Camera di Commercio, assumono significati importanti. Per una volta è come se l’Italia stesse facendo veramente “sistema”. Un gioco di squadra tra pubblico e privato volto a favorire il successo dei progetti in corso. Tutto ciò è importante per l’Italia, ma ancora di più per il Mozambico. Come dicevamo, la strada imboccata da Maputo è quella giusta, ma è in salita e siamo ancora alla prima curva. Al Presidente Nyusi oggi rimane il non facile compito di accelerare tenendo l’auto in carreggiata.

@GuidoTalarico

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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