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Il Nepal non è solo Everest, non scordiamolo

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Il 25 aprile, la tragedia. Oggi, è già tanto se leggiamo il bollettino di morte che arriva grazie a BBC e The Times of India. Quel sisma improvviso che ha scosso il Nepal, terra alta, altissima, non fa più notizia. Fatta la conta dei morti occidentali, fatta quella dei defunti nepalesi, è il momento di andare oltre.

Il Paese sarà dimenticato a breve e forse solo in qualche sporadica occasione sentiremo la voce di uno dei turisti d’alta quota, perché chiamarli alpinisti è irrispettoso per chi lo è davvero, che spiegherà quanto difficile era la situazione all’Everest Base Camp. Ecco perché bisogna continuare a raccontare quel Paese magnifico che è il Nepal. Perché Nepal non è solo Everest.

Il problema è che, come ha ben descritto ieri Matteo Miavaldi su queste pagine, la notiziabilità di un evento, per quanto drammatico e disastroso, ha delle regole precise. Il ciclo di attenzione ha vita limitata, ma soprattutto la gerarchia delle notizie da pubblicare è il frutto di chi riesce a comunicare. E in Nepal, come si è osservato, la prevalenza, dopo il triste conteggio quotidiano dei morti, che prima erano poche centinaia e poi salivano sempre più, fino a superare quota 7.000, è stata data alle spedizioni commerciali. Persone, non alpinisti, che pagano una data somma, fin oltre i 250.000 dollari, per essere letteralmente portati sulla vetta del monte più alto al mondo. Da chi? Da sherpa e portatori, pagati massimo qualche decina di dollari al giorno. Eppure, sono loro che attrezzano le vie con le corde fisse alle quali i turisti d’alta quota si aggrappano con le maniglie jumar, che permettono loro di ascendere come se fossero piccoli insetti attaccati al parabrezza di un’auto. Sono loro che corrono i pericoli maggiori per una paga da fame. Sono loro le figure fondamentali per qualunque ascesa in ambiente himalayano. Senza sherpa e portatori, il 70% non riuscirebbe nemmeno ad arrivare al campo base.

Da alpinista non posso che dire che quello degli alpinisti morti o feriti non è il problema. Chiunque va in montagna, dall’arrampicatore all’alpinista passando per l’escursionista, è consapevole del rischio che corre. Ed è proprio la paura quella che ti permette di pensare razionalmente, al contrario del panico. Si è consci che un giorno o l’altro si può morire. Che sia un moschettone difettoso, o un chiodo fissato male, o un fulmine, la montagna è un mondo di pericoli controllabili fino a un certo punto. Un concetto che gli occidentali presenti in Nepal sapevano bene. O meglio, buona parte dei presenti all’Everest Base Camp erano facenti parte di spedizioni commerciali. Turisti facoltosi che non si vergognano di offrire soldi agli elicotteristi per essere trasportati via nel minor tempo possibile, come ricorda la letteratura di montagna. Sono loro che fanno notizia, non le migliaia di sfollati.

Si badi bene. Non ci sono diplomazie nelle mie parole, volutamente. Quella che muovo è una critica netta a chi vive la montagna come una commodity, come un oggetto, senza rispettare né la sua storia né la cultura dei popoli che la vivono. Chi ama il Nepal sta già dando una mano come può. Non è un caso che i più grandi esponenti dell’alpinismo in stile alpino, ovvero senza artifizi, come Reinhold Messner, Simone Moro e Hervé Barmasse abbiano subito ricordato al mondo che no, il Nepal non è solo Everest. Ci sono ancora adesso zone in cui gli aiuti non sono arrivati, aree esposte al monsone che fra poco arriverà nella regione con la sua furia fatta di vento e acqua. E dove sarà l’attenzione dei media? Altrove ovviamente. Lo abbiamo imparato in questi anni. Accade un evento, ci si indigna, si dice che si farà qualcosa di grande, si ricorda al mondo che le popolazioni colpite non saranno lasciate da sole e poi? Poi tutto si perde, perché la vita di tutti i giorni è così pesante che ci impedisce di portare rispetto per le tragedie. È successo con Haiti, è successo con Charlie Hebdo, succederà con il Nepal e con chissà quanti altri Paesi. È nell’animo umano essere egoisti, del resto. Nessuno stupore. Non dimentichiamoci che anche noi italiani abbiamo vissuto drammi simili, data la conformazione geologica del nostro Paese. Da Pompei all’Emilia Romagna, passando per il Friuli, l’Irpinia e L’Aquila. Nonostante questo, sia nei giornali sia nelle discussioni da bar la vita va avanti. Tempo due settimane ancora e tutto sarà dimenticato. Forse, se va bene, qualcuno narrerà le storie degli occidentali sopravvissuti, non badando al resto del Nepal. È sufficiente? No.

Il Paese devastato dal terremoto peggiore degli ultimi secoli rischia seriamente di essere lasciato da solo. Il versante cinese dell’Everest è stato chiuso in via precauzionale e le spedizioni commerciali hanno abbandonato in fretta e furia la nazione, incurante di quanto profuso dai nepalesi in tutti questi decenni. Sherpa e portatori hanno perduto se va bene il lavoro di questa stagione, se va male la famiglia. Eppure, noi siamo qui a ricordare solo poche persone, pulendoci la coscienza inviando un sms del valore di un euro. Noi giornalisti abbiamo l’opportunità di non far dimenticare il dramma. Basta poco. Basta raccontare.

@FGoria

 

 

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