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Il passato bussa alla porta

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Una nuova agenda per la sicurezza mondiale è urgente e richiede il superamento della logica della rivincita, senza cedere a frustrazione e pessimismo.

La storia è ricca di fasi di transizione verso un nuovo ordine mondiale, accompagnate da tensioni e crisi. Nel XX secolo, tali transizioni hanno preso la forma di due devastanti Guerre Mondiali.

Il mondo di oggi attraversa una nuova transizione: la Guerra Fredda è terminata un quarto di secolo fa, ma il nuovo ordine mondiale non si è ancora instaurato. Ci stiamo avvicinando a una soglia di precarietà oltre la quale potrebbe scatenarsi un conflitto militare su vasta scala. Questa eventualità non si limita a regioni esplosive come il Medio Oriente, ma si estende anche all’Europa, tuttora sede di un’altissima concentrazione di potere militare – convenzionale e nucleare.

Non tutti sono pronti a riconoscere questa spiacevole realtà. La Guerra Fredda si è conclusa da più di 25 anni e la prospettiva di una grande guerra in Europa, per non parlare di una guerra nucleare globale, non sembrava realistica nel XXI secolo – il secolo del soft power, dell’interdipendenza economica e della globalizzazione, o almeno così credevamo.

Eppure assistiamo a una vertiginosa corsa agli armamenti, alla proliferazione nucleare, a svariate controversie territoriali, alla retorica belligerante e alle parole dure dei leader nazionali e degli esponenti dei maggiori partiti. Tra i principali attori internazionali non c’è fiducia, il nazionalismo è forte, e le più importanti organizzazioni internazionali appaiono paralizzate o disfunzionali.

I rapporti tra Russia e Occidente sono in crisi profonda. In quanto ex Ministro degli Esteri della Federazione Russa, mi rammarico vivamente per questa situazione così desolata. Come i miei omologhi occidentali, anch’io ho investito molto tempo ed energie nella creazione di una cooperazione più stretta su tutti i fronti: della sicurezza, politico, sociale, economico e umanitario. Sono certo che molti in Occidente condividono le mie frustrazioni e i miei timori. Ma essere amareggiati e pessimisti serve a poco; dovremmo piuttosto esaminare gli errori commessi in passato per cogliere le opportunità future.

La manifestazione più evidente del profondo divario che si è creato tra Mosca e le capitali occidentali è la situazione in Ucraina e dintorni. Sia la Russia che l’Occidente sono da ritenersi responsabili per gli infelici sviluppi verificatisi nel Paese a partire dall’autunno 2013. Ma non è questa la ragione principale del divario; la crisi ucraina ha fatto da catalizzatore a fratture profonde, emerse negli ultimi anni. Non è caso o sfortuna; è il fallimento di un’intera generazione di diplomatici, politici, intellettuali e leader di opinione.

Non intendo sminuire gli sforzi di coloro che si sono impegnati tanto, in Occidente e in Russia, per rafforzare la nostra cooperazione. Ma il bilancio complessivo è poco soddisfacente.

Credo che la ragione di questo fallimento congiunto risieda nella profonda divergenza tra le nostre visioni del mondo dopo la Guerra Fredda. L’Occidente ha visto nel nuovo ordine mondiale un’espansione delle proprie istituzioni verso est. Per questo i negoziati sulla cooperazione tra Russia e UE o Russia e NATO hanno avuto così poco a che fare con la ricerca di compromessi sensati. Sono stati tentativi da parte dell’Occidente di forzare la Russia ad adottare le “regole del gioco”.

La classe dirigente russa aveva aspettative diverse: le trattative tra Est e Ovest, in condizioni di parità, avrebbero prodotto concessioni reciproche e un bilanciamento degli interessi di tutte le parti coinvolte.

Questi approcci opposti hanno inevitabilmente causato difficoltà e frustrazioni, spesso inibendo i settori di cooperazione più promettenti, incluso quello della sicurezza. Avendo partecipato a lungo allo sviluppo e all’attuazione della politica estera russa, ricordo molto bene l’incredibile sforzo richiesto per aprire un nuovo capitolo nelle relazioni con gli USA e le altre potenze occidentali all’indomani della Guerra Fredda. Dopo l’11 settembre, la Russia è stato il primo Paese a manifestare solidarietà agli americani.

Nel maggio 2002 il Presidente Putin e i leader occidentali hanno firmato una dichiarazione per istituire il Consiglio NATO-Russia, nella speranza di formare un sistema di sicurezza unificato e indivisibile per tutto lo spazio euro-atlantico. Nel maggio 2013 i leader russi ed europei hanno siglato un accordo per la creazione di spazi comuni, tra cui spazi economici, con la prospettiva di abolire le linee di separazione in Europa. E la lista delle iniziative difficili e concrete intraprese dalla Russia non finisce qui.

La reazione dei nostri partner occidentali è ben nota: l’uscita unilaterale dal Trattato anti missili balistici del ‘72; un’espansione totalmente ingiustificata della NATO, che l’ha avvicinata sempre più ai confini russi; la guerra in Iraq, avviata aggirando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU; l’istigazione e il sostegno delle “rivoluzioni colorate” nei Paesi post-sovietici, e così via. L’Occidente ha trattato la Russia come una potenza sconfitta, costretta ad accettare il nuovo ordine dettato dai vincitori. Un tale atteggiamento era destinato a provocare un contraccolpo.

Sarebbe ipocrita e controproducente continuare a ignorare la forte divergenza di percezioni (persino di valori) tra la Russia e l’Occidente. Ma questo non deve trattenerci dal tentare di collaborare ove possibile. Ancor meno giustificabile è l’attuale riluttanza di entrambe le parti a mantenere aperte le linee di comunicazione.

All’indomani dello scoppio del conflitto ucraino, l’Ovest e la Russia avrebbero potuto affrontare insieme una serie di problemi internazionali d’importanza cruciale. L’accordo multilaterale dei P5+1 sul nucleare iraniano ne è un esempio eloquente, così come la distruzione dell’arsenale chimico siriano. Dovremmo considerare questi casi delle eccezioni alla regola dello scontro? O piuttosto valorizzare tali successi e cogliere nuove occasioni di collaborazione?

Un’interazione più stretta tra Russia e Occidente nella lotta all’ISIS richiederebbe forse una concessione unilaterale? Una maggiore cooperazione nella regione artica comporterebbe una politica di pacificazione? Crediamo davvero che sacrificare i contatti esistenti tra le università, i centri di ricerca, le organizzazioni della società civile e le associazioni professionali russe e occidentali rafforzi le rispettive posizioni?

Senza fiducia non può esserci cooperazione, neanche nelle aree non politicamente sensibili. La fiducia reciproca è ingrediente fondamentale per il successo di qualsiasi cooperazione. Ma come la si può restaurare senza interazione? La fiducia si costruisce solo lavorando insieme e vagliando la dedizione, la coerenza e l’integrità reciproche.

Innanzitutto bisogna riprendere il dialogo tra USA e Russia sul nucleare. La nostra incapacità di comunicare rischia di produrre un nuovo ordine mondiale caratterizzato da una continua corsa agli armamenti, una progressiva espansione del club degli Stati nuclearizzati, e un ritorno ai vecchi concetti di deterrenza, mutua distruzione assicurata, danno inammissibile, e tutta la cultura strategica arcaica del mondo bipolare della Guerra Fredda.

L’Occidente e la Russia hanno inoltre interessi condivisi in varie crisi regionali e zone instabili: Siria, Palestina, Iraq, Afghanistan e la penisola coreana, tanto per citarne alcune. Il mancato accordo sull’Ucraina sta già intaccando la nostra capacità di cooperare su altre questioni regionali. Ma questa non è una scusa per non provarci. Ciascuno dei conflitti sopraccitati ha la propria logica e le proprie dinamiche, le proprie motivazioni e i propri partecipanti domestici e internazionali. Dovremmo cercare, per quanto possibile, di affrontare ciascun problema caso per caso.

Le due parti non dovrebbero in alcun caso rinunciare alla cooperazione nella lotta al terrorismo e all’estremismo internazionale. Non esiste alcuna alternativa a questa cooperazione. Nessuno vuole un modo disseminato di reti terroristiche, estremisti che rovesciano governi legittimi, armi pericolose, e mercenari che passano da un conflitto all’altro. Il proseguimento della cooperazione in questo settore non è una concessione fatta dall’Occidente alla Russia o viceversa, ma un impegno a lungo termine per le nostre società e il resto del mondo.

Infine la Russia e l’UE dovrebbero astenersi dall’uso di una retorica incendiaria che alimenta diffidenza e odio. Il circolo vizioso della guerra propagandistica attualmente in corso dev’essere interrotto e invertito, almeno a livello ufficiale, se non vogliamo trasformare la crisi di oggi in uno scontro protratto che spaccherà il nostro continente per anni, se non decenni, a venire.

Ci sono tanti motivi per essere pessimisti sul futuro delle relazioni tra Russia e Occidente. Ma il pessimismo non produce una nuova visione strategica, cosa di cui entrambe le parti hanno bisogno disperato. Ogni crisi racchiude opportunità. L’arte di governare risiede nella capacità di guardare oltre le conquiste e le perdite immediate, di mettere da parte i disaccordi sulla tattica da seguire e le ambizioni individuali al fine di costruire una visione strategica ampia ed efficace. È giunto il momento di adottare un simile approccio.

 

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