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Il rilancio dell’Eritrea

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Asmara è stata riconosciuta patrimonio dell’Umanità. È una nomina che rompe l’isolamento e ristabilisce la verità nel conflitto con l’Etiopia.

 “Le radici della cultura sono amare, ma i frutti sono dolci”. Nelle parole di Aristotele si rinviene il significato più autentico di un riconoscimento capace di restituire orgoglio e dignità all’Eritrea, un paese segnato come pochi altri dal vecchio e dal nuovo colonialismo. Il riconoscimento è la recente nomina da parte dell’Unesco di Asmara “città patrimonio mondiale dell’umanità”.

L’agenzia Onu per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha definito la capitale dell’Eritrea “un esempio eccezionale dell’urbanistica modernista della prima parte del XX secolo applicata a un contesto africano”. Le radici sono amare perché le bellezze che oggi l’Unesco riconosce e celebra sono frutto della prima e seconda epoca coloniale italiana. Quella maturata all’inizio degli anni ’80 del 1800 e poi quella successiva relativa all’epoca fascista.

Una storia di invasioni, di soprusi e di segregazioni razziali, ma anche una storia di costruzione, di architettura e di cultura. Soprattutto dopo il 1935 Asmara fu infatti centro di un attivismo urbanistico senza precedenti nell’intera Africa. Mussolini chiese ai suoi migliori architetti di utilizzare Asmara come un luogo aperto alle sperimentazioni e di trasformarla nella capitale dell’impero e in simbolo del modernismo italiano.

E il risultato fu straordinario. La progettazione e la costruzione di edifici pubblici, commerciali e residenziali, di chiese e moschee e di spazi per il tempo libero furono portate e termine impiegando i canoni e il linguaggio di un razionalismo rivisitato, più libero dalle rigidità romane e più incline all’uso dei colori locali. Innovazioni sia nella parte progettuale ed estetica che nelle tecniche di costruzione e nell’uso dei materiali. Gli esiti di questo lavoro furono meravigliosi.

Sono tra i pochi giornalisti che di recente è stato in Eritrea e posso assicurare che Asmara per noi italiani ha un fascino unico. Tocca le corde del sentimento perché alla bellezza intrinseca del posto e delle costruzioni si somma la leva del ricordo. E’ l’architettura della nostra infanzia che rivive, le città a cui eravamo abituati da bambini che si materializzano di nuovo. I cinema, gli uffici postali, le piazze, le stazioni ferroviarie sono rimaste come erano state costruite nel ventennio. Non solo.

Nella maggior parte dei casi sono animate da avventori che hanno quella cordialità antica, quello spirito lento di un tempo che da noi non c’è più. Entrare nel Cinema Roma o nel Cinema Impero è come ascoltare quelle canzoni che ti riportano magicamente indietro nel tempo. E’ la sensazione che ho vissuto in qualche modo trent’anni fa quando per la prima volta visitai Buenos Aires. Anche lì respirai un clima da vecchia Italia. Ma mentre a Buenos Aires i locali ricostruiti dai nostri emigrati per lenire la pena del distacco devi cercarli, ad Asmara tutto è Italia, tutto è come a casa.  

E Massaua, la capitale costiera dell’Eritrea, se non fosse stata così duramente bombardata, ha un fascino almeno pari a quello di Asmara. Il Grande Hotel Torino, la sede della Banca d’Italia o la residenza del Generale Graziani fanno di questa cittadina incastonata nelle sabbie bianche del Mar Rosso, una vera perla dello stile coloniale italiano. La differenza è che a Massaua la bellezza è prorompente ma mortificata dallo scempio bellico reiterato mentre ad Asmara lo stato di conservazione è sorprendente.

Edward Denison è membro dell’Asmara Heritage Project (AHP), un programma biennale di sostegno alla capitale eritrea voluto dall’Europa, con l’obiettivo di dare maggiore visibilità internazionale e protezione a un patrimonio di rara bellezza ma assolutamente bisognoso di opere di restauro e consolidamento. Denison è anche autore di un rapporto intitolato Asmara: Africa’s Secret Modernist City. In questo assai dettagliato documento si legge che il processo di crescita avviato a partire dal 1935 ha portato Asmara a diventare “l’assemblaggio più intatto e concentrato di architettura modernista di tutto il mondo”. Edifici come la Fiat Tagliero, una stazione di servizio progettata nel 1938 da Giuseppe Pettazzi, tutt’ora utilizzata, che ha la forma tipicamente futurista di un aereo, la Caserma Mussolini, prima trasformata in prigione, oggi sede della Banca Eritrea, o la chiesa ortodossa Enda Mariam, sono la cuspide di un progetto urbanistico complessivo che ha riguardato un’intera città e le sue periferie. Basti pensare ai viali alberati squadrati alla perfezione, ai bar e ai negozi di stampo minimalista presenti in ogni quartiere o alle 600 ville costruite per ospitare i gerarchi e la borghesia. Tutto lascia veramente senza respiro.

Ma non è soltanto nel lascito di bellezza che rinveniamo la parte dolce del motto aristotelico. Il riconoscimento dell’Unesco certamente ricorda al mondo il fascino di una capitale totalmente esclusa dalle rotte turistiche, e questo è di per sé un aspetto molto positivo, ma soprattutto aiuta a bilanciare una campagna di isolamento e di diffamazione tutt’ora in atto contro il piccolo paese costiero del Corno d’Africa.

L’Eritrea è un paese storicamente tormentato. Su questo non vi è dubbio. La sua posizione geografica, che ha un alto valore strategico, il suo lungo affaccio sul Mar Rosso e le sue risorse naturali hanno fatto sì che nei secoli fosse al centro di grandi dispute. Per restare agli accadimenti più recenti, è sufficiente pensare alla guerra d’indipendenza dall’Etiopia che durò ben trent’anni, dal 1961 al 1991. Appetiti che perdurano, con l’Etiopia ancora stolidamente impegnata a vestire gli abiti di un aggressivo Golia, respinto soltanto dall’ardire e della determinazione del piccolo Davide eritreo. Novantacinque milioni di abitanti etiopi contro sei milioni di eritrei che resistono. Conflitti, sconfinamenti e accordi di pace sanciti e non rispettati da Addis Abeba. Uno stato di guerra permanente giustificato da questa persistente minaccia etiope che in Eritrea ha bloccato il processo di democratizzazione, portato la popolazione a vivere con il kalashnikov sotto il materasso, compromesso le possibilità di sviluppo economico, sospeso ogni alternanza democratica. Del resto con una parte del proprio territorio ancora occupato e una pace non ancora compiuta, l’Eritrea e il governo del leader rivoluzionario Isaias Afewerki hanno altro a cui pensare che ad indire elezioni.

L’Unesco con il suo intervento in qualche modo esce da questo gioco ipocrita in cui, da un lato l’Occidente chiede maggiore democrazia ma dall’altro non libera l’Eritrea dall’occupazione etiope, cosa per altro sancita anche da una risoluzione dell’Onu. L’Eritrea non è certo un paese campione di democrazia ma non è neppure il posto violento e infernale come lo descrive la campagna di discredito e isolamento orchestrata dagli etiopi e dai loro alleati al fine di fiaccare e distruggere Asmara.

Il frutto dolce che l’Unesco regala all’Eritrea è composto da verità fino a ieri negate: Asmara è una città straordinaria, il suo popolo ha coraggio e dignità da vendere, è arrivato il momento che la comunità internazionale metta fine all’isolamento utilizzato per affamare e fiaccare gli eritrei. Del resto, a voler ben vedere, il fine ultimo della cultura è, come diceva Albert Camus, “il grido degli uomini davanti al loro destino”. L’Unesco ha amplificato questo isolato grido africano: sottolineando la bellezza e la necessità di tutela di un luogo, ha indicato un percorso di vera pace. Una pace frutto di dialogo che consenta all’Etiopia di concentrarsi sui suoi problemi interni, etnici ed economici, che la stanno portando verso una pericolosa destabilizzazione e, all’Eritrea, di riprendere il suo cammino verso la democrazia e lo sviluppo.

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