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Il riso di Fukushima è sicuro. Anche più del McDonald’s

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Mentre McDonald’s Japan è alle prese con la sua peggiore crisi in più di dieci anni, il riso di Fukushima sembra più sicuro dopo la pubblicazione dei risultati sul contenuto di sostanze radioattive nei chicchi coltivati nella provincia del Nordest giapponese.

 Il nuovo anno è infatti iniziato con una buona notizia per gli agricoltori locali che da tre anni sono alle prese con le fughe di materiali radioattivi dall’impianto Daiichi, seriamente danneggiato da terremoto e tsunami del marzo 2011.

Secondo le ultime misurazioni pubblicate dall’amministrazione locale, tutto il riso raccolto nell’ultimo anno nella provincia del Nordest del Giappone rientra nei parametri di sicurezza sulla radioattività nel cibo stabiliti dal governo ad aprile 2012.

Il contenuto di cesio del riso di Fukushima è al di sotto dei 100 becquerel (unità di misura che calcola l’attività di una sostanza i cui atomi, decadendo, producono energia sotto forma di radiazioni) per kilogrammo.

Come da tre anni a questa parte, i test sono stati condotti su oltre 10 milioni di sacchi di riso – equivalenti a circa 360mila tonnellate di cereale – con risultati positivi. Ora il riso potrà essere messo sul mercato.

Una notizia che sembra ridimensionare gli effetti contaminanti sulle coltivazioni dei lavori di smantellamento della centrale Daiichi e che è destinata a favorire la ripresa del flusso di “oro bianco” del Tohoku (Nordest, in giapponese) verso i vicini asiatici.

“Stiamo andando nella direzione giusta”, ha dichiarato a Reuters Tsuneaki Oonami, direttore del dipartimento che supervisiona la coltivazione di riso nella provincia di Fukushima. Secondo quanto riportato dall’Asahi Shimbun, molti coltivatori della zona – insieme ai pescatori, tra le categorie più colpite dal disastro di quasi quattro anni fa – avrebbero messo a punto nuovi metodi di coltivazione, incluso l’uso di nuovi fertilizzanti che aiuterebbero a ridurre l’assorbimento di cesio.

In estate, il governo di Tokyo aveva infatti dato l’ok alla fine del bando sulle esportazioni iniziato nel 2011, all’indomani dell’incidente nucleare.

E Seul – che nelle scorse settimane ha inviato propri esperti a verificare la situazione delle zone agricole considerate critiche per la vicinanza all’impianto nucleare – potrebbe essere il primo importante mercato a riaprire le sue porte al riso di Fukushima.

Per una piccola vittoria dei coltivatori del Tohoku, una crisi ormai prolungata per McDonald’s Japan. Le cose non vanno infatti per il verso giusto alla multinazionale dell’hamburger che deve fare i conti con continui “ritrovamenti” di oggetti “alieni” nei piatti serviti ai suoi aficionados.

L’ultimo caso riguarda una cliente di Osaka che si è rivolta alla stampa per denunciare di aver trovato un dente umano – a quanto pare, fritto al punto giusto – nelle sue patatine la scorsa estate . Pochi giorni prima a Misawa, nel Nord dell’isola principale dell’arcipelago, un cliente del fast food aveva denunciato il ritrovamento di un pezzo di vinile nelle sue nuggets di pollo. Un altro “incontro” dello stesso tipo è stato riportato da Koriyama, nei pressi di Fukushima.

E pensare che McDonald’s aveva annuciato un giro di vite sulle sue forniture, dopo che, sempre la scorsa estate, era stato rivelato un giro di carne di pollo avariata usata come ingrediente base delle crocchette vendute da McDonald’s, Kentucky Fried Chicken e catene di convenience store – piccoli supermercati aperti 24 ore al giorno – come Family Mart.

Risultato: il brand McDonald’s in Giappone sembra ormai compromesso, nonostante offerte speciali e tentativi di riconquistare i clienti perduti. E sono i numeri a parlare: 157 milioni di dollari di perdite nel 2014, il primo passivo di esercizio in oltre dieci anni.

Dopo i risultati positivi delle analisi sulla radioattività e la debacle di McDonald’s, chissà che anche il riso di Fukushima non diventi Riso di Fukushima®. Perché si sa; come aveva dichiarato a suo tempo Sarah Casanova, ad della branca giapponese della multinazionale, “la fiducia dei consumatori nel brand viene prima di tutto”.

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