Il socialismo di mercato delle poste


Spedire un pacco. Operazione apparentemente semplice, una volta reperito un vecchio scatolone di bibite dal "supermercato" di Santiniketan, letargica cittadina a quattro ore da Calcutta, immersa nella campagna bengalese: da due anni, casa.

Spedire un pacco. Operazione apparentemente semplice, una volta reperito un vecchio scatolone di bibite dal “supermercato” di Santiniketan, letargica cittadina a quattro ore da Calcutta, immersa nella campagna bengalese: da due anni, casa.

 

Lo si riempie di libri e vestiti, visto trasferimento imminente in Italia, roba che non serve portarsi sulle spalle, e ci si dirige al post office in riksha (risciò). Al post office i funzionari, sempre entusiasti ed euforici alla vista di una coppia di occidentali in grado di comunicare con loro nella lingua locale bengali, ci indicano un angolo dell’ufficio dove lasciare i pacchi, in attesa che torniamo dal cartolaio, ché – ricordiamo noi – in India è necessario avvolgere il pacco con una carta marroncina tipo quella dei nostri panettieri. Costumi locali che noi seguiamo alla lettera.

Si riprende il riksha, cartolaio, compra la carta e torna al post office dove i funzionari finalmente ti degnano di attenzione oltre che di sorrisi e ti dicono no, per i pacchi così grandi la carta non va bene, bisogna farselo avvolgere dal sarto.

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