Il “sogno imperiale” di Xi Jinping


Il Presidente cinese ha lanciato un progetto faraonico per collegare Asia ed Europa. Le rinnovate ambizioni globali di una potenza non più solo economica.

Il Presidente cinese ha lanciato un progetto faraonico per collegare Asia ed Europa. Le rinnovate ambizioni globali di una potenza non più solo economica.

La rinascita della potenza cinese, l’orgoglio ritrovato per millenni di storia, il recupero – dopo aver archiviato l’iconoclastia anticonfuciana del maoismo rivoluzionario – della tradizione, infine l’intenzione di portare il Paese più popoloso del mondo sul proscenio globale, dopo decenni di crescita economica travolgente accompagnati da una esposizione geopolitica non altrettanto evidente.

Sono questi i tratti fondamentali della leadership di Xi Jinping, inaugurata due anni fa a Pechino. In parte, eredità dei suoi predecessori. In parte, caratteristici del nuovo corso, più “assertivo” rispetto al passato. Ne sono un esempio le tensioni recenti con il Giappone, sintomo di un rinato spirito nazionale che è la chiave scelta dalla leadership del Pcc per provare a tenere insieme una società che, senza più riferimenti ideologici e identitari, rischierebbe di essere scossa e frammentata dai postumi del boom.

Un segno, fra i tanti, delle nuove (e antiche) ambizioni dell’ex Impero di Mezzo, si è manifestato in occasione del vertice Apec, tenutosi tra l’8 e il 10 novembre del 2014 a Pechino in un avveniristico edificio che, nelle intenzioni degli architetti, dovrebbe raffigurare il sole al suo sorgere. In tale occasione, il Presidente Xi, incontrando i leader di Bangladesh, Cambogia, Laos, Mongolia, Myanmar, Pakistan e Tajikistan, ha promesso un fondo da 40 miliardi di dollari per la realizzazione di un progetto destinato a incidere pesantemente sui flussi globali: una “nuova Via della seta”, una “cintura” economica e, soprattutto, infrastrutturale estesa dalle coste del Mar Cinese al Mediterraneo, seguendo il medesimo solco delle tratte commerciali dell’età imperiale (e non è un caso, si diceva, che questa proiezione globale della Cina – il “Sogno cinese”, così come l’ha battezzato Xi – sia costruita su di un richiamo al passato “classico” con cui si tenta di colmare l’assenza di riferimenti ideologici e culturali lasciata dal crollo del maoismo e dall’ubriacatura materialista dello slogan “arricchirsi è glorioso”).

Le Vie della seta, nei piani di Pechino, sono dunque in realtà due. Una via continentale, a nord: dall’antica capitale Xi’an, attraverso il Turkmenistan, l’Iran, la Turchia e poi la Russia, fino a Duisburg, in Germania. E una via marittima, che dalla metropoli costiera di Fuzhou toccherebbe Hanoi, Giacarta, Colombo, Nairobi (tappa che testimonia l’importanza strategica degli investimenti cinesi in Africa, cresciuti esponenzialmente nell’ultimo decennio) fino ad arrivare nel Mediterraneo. È proprio nell’ambito di questo secondo progetto che s’inquadra il recente acquisto cinese di importanti asset nel Pireo, avvenuto sullo sfondo della crisi ellenica: il porto greco, ha annunciato la scorsa estate il Premier Li Keqiang in visita ad Atene, sarà “la porta d’accesso della Cina in Europa”.

Un disegno che “apre una nuova fase nella proiezione esterna della Cina”, annuncia trionfalmente – riportando le parole del Presidente – l’agenzia di Stato Xinhua, che alle Vie della seta ha dedicato un ricco sito internet, (www.xinhuanet. com/world/newsilkway).

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