EN

eastwest challenge banner leaderboard

Immagine Latente

Indietro    Avanti

   

 

Quando ci presentiamo al chiosco d’ingresso del sito archeologico di Tilcara la siesta è appena finita.

Il bigliettaio abbandona malvolentieri la suzione del suo mate e ci scruta con sospetto, il pensiero che nasce oltre la sua fronte rugosa è silenzioso ma esplicito; solo due pallide gringas possono essere così stupide da voler visitare le rovine Pucarà sotto la canicola. D’altra parte il buon uomo non ha tutti i torti, alle quattro del pomeriggio l’aria è ancora secca e rovente come il respiro di un drago.

Assieme ai biglietti ci viene consegnato un foglio illustrativo che ricorda le fotocopie distribuite dalla maestra alla scuola elementare, stampate storte e troppo scure.

 

Pucarà era una città fortificata di origine precolombiana strategicamente costruita su un colle dominante la giunzione degli unici percorsi che attraversano la Quebrada de Humahuaca.

Nel XV secolo la città venne conquistata dagli Incas che ne fecero un importante centro amministrativo per l’estrazione dei metalli. Dopo mezzo secolo di dominazione Inca, nel 1536, arrivarono gli europei e a quel punto la storia è intuibile anche da chi non abbia letto il foglio illustrativo: gli Incas vennero massacrati e Pucarà distrutta. I conquistadores si appropriarono dei campi coltivati e dei metalli preziosi e a pochi chilometri dal colle costruirono una chiesa, basse casette in calce bianca e strade lastricate; il primo nucleo abitativo dell’attuale cittadina di Tilcara. Il massacro di un popolo non è il tipo di memoria famigliare che un nonno trasmette ai propri nipoti attorno al focolare e in un paio di generazioni Pucarà venne dimenticata. Le rovine della città vennero scoperte e riportate alla luce solo all’inizio del secolo scorso e negli anni ’60, dopo una parziale ricostruzione, fu aperto il sito archeologico che visitiamo oggi.

 

Il bigliettaio aveva ragione, nessun’ altro ha avuto il coraggio di affrontare l’aria torrida del pomeriggio andino, siamo le uniche visitatrici. Il sito comprende recinti per animali, edifici per cerimonie religiose, luoghi di sepoltura e basse abitazioni in pietra prive di finestre. Tutt’attorno ai ruderi crescono grossi cactus armati di un formidabile apparato di spine. Quando arriviamo sulla sommità del colle siamo affannate, sudate, stordite dal calore. Non tira un refolo di vento e tutto pare immobile e calmo come un cimitero. Gli unici movimenti appartengono alle ali sottilissime degli insetti e al frinire monotono delle cicale. Vibrazioni dell’aria appena percettibili. La luce del sole quando è così forte tira strani scherzi rende instabili i contorni, sfuma la realtà, altera la percezione, o forse l’amplifica; per qualche istante i cactus lungo i sentieri e attorno alle rovine non sono più cactus ma tanti uomini, tanti fieri guerrieri Incas scomparsi da più di quattrocento anni ma  impressi per sempre come un’immagine latente sulla retina del tempo.

 

Continua a leggere questo articolo e tutti gli altri contenuti di eastwest e eastwest.eu.

Abbonati per un anno a tutti i contenuti del sito e all'edizione cartacea + digitale della rivista di geopolitica a € 45.
Se desideri solo l’accesso al sito e l’abbonamento alla rivista digitale, il costo per un anno è € 20

Abbonati


Hai già un abbonamento PREMIUM oppure DIGITAL+WEB? Accedi al tuo account




GUALA