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India e Giappone propongono un’alternativa marittima alla Via della Seta cinese

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Il progetto si chiama Asia-Africa Growth Corridor (Aagc) e balena nella testa di Narendra Modi e Shinzo Abe dall’anno scorso. Il primo ministro indiano ne ha riparlato una settimana fa al meeting generale della African Development Bank (Adb) in Gujarat e già esiste un documento programmatico controfirmato da India e Giappone per contrastare la crescente influenza cinese nel continente africano.

Il progetto, già evocato durante la visita ufficiale di Narendra Modi in Giappone lo scorso anno, ha rifatto capolino nelle pagine dei media indiani dopo un intervento del premier indiano al meeting generale della African Development Banck (Adb) tenutosi a Gandhinagar, Gujarat, la scorsa settimana. Modi, come riporta Livemint, in quell’occasione ha spiegato: «L’idea è che India e Giappone, assieme ad altri partner volenterosi, esplorino in iniziative congiunte che riguardino competenze, salute, infrastrutture, manifattura e connettività» sull’asse Asia-Africa.

Il corridoio marittimo dovrebbe ricalcare le antiche rotte commerciali storiche tra India e Africa già evidenziate nella prima gestazione di un progetto alternativo alla Via della Seta cinese formulata dall’amministrazione Modi nel 2014, il cosiddetto «Mausam Project», aggiungendoci un prolungamento che colleghi il traffico di merci dell’Oceano Indiano alle coste giapponesi.

In prima battuta, secondo l’opuscolo programmatico di 30 pagine presentato al meeting di Gandhinagar, il corridoio collegherà i porti di Mombasa (Kenya), Djibouti e Zanzibar a quelli nei pressi di Jamnagar (Gujarat, India) e Madurai (Tamil Nadu, India), fino ad arrivare nel sudest asiatico collegandosi a Myanmar, Laos e Cambogia, di fatto sovrapponendosi alla parte «marittima» della One Bel One Road Initiative (Obor) cinese. La progettazione del corridoio è stata affidata a tre think tank asiatici: il Research and Information for Developing Countries (Ris, indiano), l’Economic Research Institute for ASEAN and East Asia (Eria, indonesiano) e l’Institute of Developing Economies – Japan External Trade Organisation (Ide-Jetro, giapponese).

Secondo quanto dichiarato da Sachin Chaturvedi, direttore generale del Ris, Tokyo sarebbe pronta a mettere sul piatto 200 miliardi di dollari di investimenti, che si aggiungerebbero a quelli in cantiere a New Delhi (ancora non ci sono cifre precise), un primo gruzzoletto dal quale partire, allargando il progetto ad altri potenziali investitori nell’area forti delle due expertise indiana e giapponese: l’India ci metterà l’esperienza maturata in anni di rapporti commerciali e lavorativi col continente africano, mentre Tokyo provvederà alla fornitura di know-how per la realizzazione delle infrastrutture del corridoio.

Il tutto, viene sottolineato insistentemente da entrambi le parti, procederà secondo un processo «più aperto e consultivo», in netto contrasto con la genesi della Obor cinese, percepita da India e Giappone come un prolungamento dell’espansionismo commerciale cinese imposto dall’alto a partner che dei soldi cinesi non possono proprio fare a meno (dalle repubbliche ex sovietiche al Pakistan fino, in Europa, alla Grecia).

Al momento il corridoio indo-giapponese verso l’Africa non è altro che un’idea lanciata alla comunità internazionale come alternativa alla rete cinese. Da qui a settembre, quando si terrà un nuovo meeting bilaterale tra Modi e Abe in India, si vedrà se la provocazione avrà avuto esiti positivi nelle cancellerie asiatiche e se davvero un’alternativa, almeno marittima, alla Nuova Via della Sete cinese sarà possibile.

@majunteo

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