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Scontro frontale all’Onu tra India e Pakistan

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Durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, India e Pakistan si sono scambiati pesanti accuse sui temi caldi che le contrappongono: Kashmir e terrorismo. Nel consesso internazionale il solito teatrino dei rapporti tra i due Stati, che in realtà mirano a costruire consenso interno.

Giovedì 21 settembre il primo ministro pachistano ad interim Shahid Khaqan Abbasi, nel suo discorso all’Assemblea dell’Onu, aveva evidenziato la gravità della crisi in corso – da decenni – in Kashmir, dove l’esercito di New Delhi starebbe «sopprimendo brutalmente» gli sforzi del popolo kashmiro per reclamare il proprio diritto all’autodeterminazione. Abbasi si riferisce all’applicazione della risoluzione 47 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata nel 1948, che tra le altre indicava la necessità di indire un referendum nel Kashmir indiano, dando la possibilità alla popolazione locale di decidere liberamente se rimanere parte integrante dell’India o se annettersi al Pakistan.

La risoluzione, per responsabilità politiche in gran parte dell’India, non è mai stata implementata. Secondo Abbasi, il governo indiano avrebbe dispiegato «700mila soldati nel Kashmir occupato […] nella più intensa occupazione militare straniera della storia recente», responsabili di «oltre 600 violazioni del cessate il fuoco sul confine indo-pachistano».

Il giorno seguente è arrivata la prima risposta indiana. Eenam Gambhir, primo segretario della delegazione indiana permanente alle Nazioni Unite di New York, ha spiegato che il Pakistan «nella sua pur breve storia è ormai diventato sinonimo geografico di terrorismo», un «Terroristan con una fiorente industria che produce ed esporta terrorismo a livello globale». «È straordinario – ha continuato Gambhir – che un Paese che ha protetto Osama Bin Laden e dato ospitalità al Mullah Omar venga ora qui a fare la vittima».

Sabato 23 settembre è stato il turno di Sushma Swaraj, ministra degli esteri indiana, che dal podio del Palazzo di Vetro ha descritto il Pakistan come «il più grande esportatore di caos, morte e distruzione del mondo», responsabile dell’affossamento del dialogo promosso dal premier indiano Narendra Modi nel 2015. Secondo Swaraj «se il Pakistan smettesse di foraggiare il terrore, il mondo si libererebbe del terrorismo» e i politici pachistani dovrebbero chiedersi come mai, con l’indipendenza dall’Impero Britannico ottenuta da India e Pakistan nel 1947, la prima sia oggi una «riconosciuta potenza dell’IT (Information technology, ndt)» mentre la seconda sia una nota «fucina del terrore».

Esercitando il diritto di replica, l’inviata pachistana all’Onu Maleeha Lodhi è tornata ad accusare il governo indiano dell’assassinio di «centinaia di uomini, donne e bambini» in Kashmir, mostrando all’assemblea la foto di una ragazza kashmira sfigurata dai proiettili pellet usati dalle forze dell’ordine indiane in Kashmir. In realtà, come rilevato dalla stampa internazionale, la foto mostrata dalla delegazione pachistana come «prova della brutalità indiana in Kashmir» raffigura una ragazza palestinese vittima dei raid israeliani a Gaza nel 2014. Non che non ci siano prove documentali delle atrocità commesse dall’esercito di New Delhi in Kashmir….

Lodhi, nel suo discorso, ha riaffermato che «il Kashmir non è parte dell’India», appellandosi alla comunità internazionale perché sia dato seguito alla promessa di referendum consultivo in Kashmir, aumentando le pressioni sull’India colpevole di «violazioni del cessate il fuoco».

Il durissimo scambio di accuse di questi ultimi giorni va inserito nei rispettivi contesti politici nazionali. In Pakistan, come evidenziato la scorsa settimana, l’instabilità politica è tornata a livelli allarmanti, con la dinastia Sharif temporaneamente messa fuori gioco dalla politica nazionale in seguito allo scandalo dei Panama Papers ma decisa nel giocarsi il tutto per tutto alle prossime nazionali del 2018. In India i dati piuttosto sconfortanti dal punto di vista economico – crescita in calo sotto al 5%, contro aspettative superiori al 7 – e i problemi di law and order causati dall’insubordinazione dei gruppi ultrahindu nel Paese, rischiano di azzoppare la campagna elettorale del Bharatiya Janata Party (Bjp), partito di governo guidato da Narendra Modi che tra a novembre si giocherà un’importante rielezione alla guida del Gujarat, con un occhio già alle nazionali del 2019.

In entrambi i casi, l’accusa al «vicino nemico» aiuta nella costruzione del consenso interno, funzionale alle avventure politiche per i partiti al potere nei rispettivi contesti nazionali.

@majunteo

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