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Indonesia, sito jihadista finanziato grazie a Google

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Superficialità e pochi controlli, quasi sempre fatti solo per conteggiare visite giornaliere e possibili incassi. Così il terrorista indonesiano Muhammad Jibril Abdul Rahman, conosciuto come Prince of Jihad, è riuscito a vendere spazi pubblicitari sul suo sito web di propaganda Arrahmah.com, a colossi come Citigroup, Ibm e Microsoft. E, soprattutto, è riuscito a guadagnare migliaia di dollari, quasi 500 al giorno per diversi mesi. A rivelarlo è stata una recente inchiesta del Financial Times, che ha specificato che tra i mediatori per la vendita delle pubblicità ci sarebbe anche il colosso del web Google AdSense.

 

E’ stato tutto molto semplice. Il sito jihadista ha numeri interessanti. Circa 600 mila visite individuali mensili. Il che significa una buona visibilità e un buon partner per gli intermediari della pubblicità. Poco importa che il portale in questione includa immagini di uomini decapitati, impiccati e supporti senza mezzi termini la Sharia e l’orrore del Califfo.

Muhammad Jibril Abdul Rahman risulta essere un membro di spicco del gruppo terrorista Jemaah Islamiyah (JI), un’organizzazione panasiatica fondata nei primi anni Novanta con l’obiettivo di creare uno stato islamico che comprenda la Malesia, la parte meridionale della Thailandia, l’Indonesia, il Brunei, Singapore e le Filippine del sud. Ma non solo. Prince of Jihad,  che compare nella black list dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, è accusato di aver nascosto preziose informazioni riguardanti gli attacchi terroristici che nel 2009 hanno colpito Jakarta, causando la morte di sette persone e circa cinquanta feriti. E per questo, nel 2010 è stato condannato a cinque anni di carcere.  

Rohan Gunaratna, capo dell’International Centre for Political Violence and Terrorism Research presso la Nanyang Technological University di Singapore, ha definito Muhammad Jibril Abdul Rahman «il più importante terrorista online del sud-est asiatico». Secondo l’esperto «lo scopo del suo sito è quello di attirare e radicalizzare le persone in modo che diventino mature per il reclutamento».

Ovviamente, spiega il principale giornale economico britannico, non c’è alcuna indicazione che gli inserzionisti e lo stesso Google fossero a conoscenza di finanziare l’estremismo islamico. «Il sito viola i nostri termini e abbiamo preso misure per chiudere l’account e rimborsare gli inserzionisti», ha affermato in una nota il gigante di internet, subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ma il problema resta. E potrebbero essere molti altri i siti di propaganda terroristica che finanziano il jihad globale, ricevendo soldi dai colossi del web. Soldi che si potrebbero facilmente trasformare in armi ed esplosivi usati per mettere a segno nuovi attentati.

@fabio_polese

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