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ITALIA CHIAMA EUROPA

Intelligenza artificiale: Ue pronta per l’era digitale?

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L’Ue ha presentato una proposta per rendere l’intelligenza artificiale “etica”, cioè fatta di algoritmi rispettosi dei diritti delle persone: insomma, una via alternativa a Usa e Cina

Marjon Blondeel, sviluppatore AI di R&D, indossa occhiali VR nell’AI Xperience Center presso la VUB (Vrije Universiteit Brussel) a Bruxelles, Belgio, 19 febbraio 2020. REUTERS/Yves Herman

La scorsa settimana l’Unione europea ha presentato una proposta per la regolazione dell’intelligenza artificiale. Al mondo non esistono dei piani altrettanto elaborati, un fatto che indica l’importanza prioritaria attribuita all’argomento dalla Commissione di Ursula von der Leyen.

La commissaria per la Concorrenza Margrethe Vestager – alla quale è stato affidato il compito di rendere l’Europa “pronta per l’era digitale”, letteralmente – ha per l’appunto dichiarato che “definendo gli standard, possiamo aprire la strada a una tecnologia etica in tutto il mondo e assicurarci che l’Unione europea rimanga competitiva”.

Le ambizioni dell’Europa

La frase di Vestager è rilevante perché riassume le tre ambizioni di Bruxelles in materia di intelligenza artificiale.

La prima ambizione dell’Europa – in ordine di menzione – è quella di essere l’apripista, la “potenza normativa” che scrive le regole del gioco e obbliga tutti gli altri a rispettarle, come avvenuto con il GDPR in materia di privacy.

La seconda ambizione ha a che vedere con la definizione di un’intelligenza artificiale “etica”, cioè di algoritmi rispettosi dei diritti delle persone, non condizionati da pregiudizi e trasparenti per quanto riguarda il loro funzionamento.

La terza ambizione, infine, si lega alla necessità di garantire la competitività dell’Europa, sia da un punto di vista economico che geopolitico. Benché non sia ancora chiaro fino a che punto si spingerà, l’intelligenza artificiale – le “macchine intelligenti”, semplificando molto – trasformerà senz’altro le economie, ottimizzando per esempio la manifattura e garantendo alle nazioni leader in questo campo un vantaggio competitivo sulle altre. L’intelligenza artificiale ha inoltre delle applicazioni militari: gli algoritmi possono permettere di controllare flotte di droni in guerra.

I limiti della “terza via”

I desideri della Commissione si scontrano però con una realtà: sull’intelligenza artificiale l’Europa è in netto ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. E né gli uni né l’altra condividono l’impostazione del Vecchio Continente. In America – sede di colossi come Google e Amazon – si predilige infatti una regolazione leggera, con meno norme e limitazioni per le aziende. In Cina – nazione in forte ascesa tecnologica – l’intelligenza artificiale segue invece un modello più “statalista” e viene utilizzata anche come strumento di controllo sociale. L’Europa, al contrario, propone sia un approccio etico all’utilizzo degli algoritmi, sia meccanismi di controllo sulle aziende: vuole insomma creare una “terza via” tra Washington e Pechino.

Il fatto però di non possedere soluzioni domestiche di intelligenza artificiale ma dover dipendere dall’esterno (perlopiù dagli Stati Uniti) pone un grosso limite alle ambizioni geopolitiche di Bruxelles. Già il GDPR aveva evidenziato una contraddizione: l’Unione europea ha creato la normativa internazionale sulla protezione dei dati personali, ma non ha compagnie tecnologiche di un certo peso.

In materia di algoritmi, lo sforzo di Bruxelles potrebbe non avere lo stesso successo (benché amaro). L’Europa pensa che, muovendosi per prima, potrà comunque stabilire le regole di riferimento per l’intelligenza artificiale, a cui il resto del mondo dovrà poi adeguarsi. Il punto è che, se sulla privacy Bruxelles era stata effettivamente pioniera, oggi sia l’America che la Cina vogliono scrivere gli standard per le nuove tecnologie.

Gli Stati Uniti di Joe Biden ricercano la collaborazione dell’Unione europea per respingere le ambizioni cinesi di governance tecnologica. E non apprezzano granché l’idea di una “terza via”, che può comunque entrare in conflitto con i propri interessi.

Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google e oggi capo della Commissione di sicurezza nazionale sull’intelligenza artificiale (NSCAI) – che si occupa tra le altre cose di consigliare la Casa Bianca –, pensa che l’azione normativa europea non potrà avere successo perché l’Unione non è “abbastanza grande” da un punto di vista concreto, aziendale, per competere con la Cina sugli algoritmi.

Se vuole vincere, dice Schmidt, Bruxelles ha bisogno di superare le divergenze e allearsi con Washington. E viceversa. La NSCAI propone una coalizione transatlantica fondata sulla protezione della democrazia e sulla condivisione dei dati tra i partner per “promuovere e proteggere l’innovazione” e scongiurare l’espansione digitale di Pechino.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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