Intervista a Wiar Simav Bedirxan, videomaker curda-siriana, fuggita da Homs


Quasi ogni giorno a Suruc, a dieci chilometri dal confine, c'è una cerimonia funebre in onore di chi è caduto per la libertà di tutti, per Kobane, per quella che viene chiamata "Rivoluzione Rojava". Dopo l'ultimo applauso ai caduti la folla si disperde. Alcune persone piangono in silenzio.

Quasi ogni giorno a Suruc, a dieci chilometri dal confine, c’è una cerimonia funebre in onore di chi è caduto per la libertà di tutti, per Kobane, per quella che viene chiamata “Rivoluzione Rojava”. Dopo l’ultimo applauso ai caduti la folla si disperde. Alcune persone piangono in silenzio.

Wiar Simav Bedirxan è tra queste. Videomaker curda-siriana, fuggita da Homs quando il regime l’ha catturata garantendo un corriodio di sicurezza per civili e combattenti ribelli, è passata da una tragedia all’altra.

‘Silvered Water, Syria Self-Portrait’, la sua opera sull’assedio di Homs, è stata acclamata all’ultimo Festival di Cannes.

Una scappatoia presa al volo, quella di uscire dalla Siria, per non fare più ritorno. Almeno fino a quando ci sarà Assad e il sedicente califfato di al-Baghdadi.

“Assad e Isis sono la stessa cosa. Kobane è una citta siriana, io sono siriana e poi curda. Ma prima di tutto sono un essere umano. Sono rimasta a Kobane fino a due giorni fa, ma a causa della situazione che peggiorava di giorno in giorno, mi hanno chiesto di andarmene. Ci sono ancora civili dentro la città. Ho visto donne con bambini piccoli, ho chiesto loro che facevano, perché non se ne andavano via e loro mi rispondevano che è la loro terra quella che devono abbandonare, la terrà che sarà poi dei loro figli. Non possono andarsene. La situazione è difficile, manca acqua, cibo, si trova qualcosa ma è sempre più difficile. Ma la gente si abitua. Io ho mangiato erba e frutta per due anni quando eravamo assediati a Homs dalle truppe di Assad. Si sopravvive, si deve sopravvivere”.

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