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RETROSCENA

Chi è il nuovo Presidente a Buenos Aires

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Intervista esclusiva al Ministro Pablo Gentili, del nuovo Governo argentino. Ci racconta chi è il nuovo Presidente e quali sono le sue politiche

Pablo Gentili, Secretario de Cooperación Educativa y Acciones Prioritarias nel Governo di Alberto Fernández in Argentina. Nel 2019 in Spagna è stato anche capo di gabinetto di Podemos.

Pablo Gentili (Buenos Aires, 1963), dottore in formazione, è stato nominato Secretario de Cooperación Educativa y Acciones Prioritarias nel Governo argentino di Alberto Fernández. Già direttore della Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO) e consulente dei governi brasiliani di Lula da Silva e Dilma Rousseff, nel 2019, in Spagna, è stato capo di gabinetto del leader di Podemos, Pablo Iglesias.

Il neo-eletto Presidente argentino Alberto Fernández ha parlato di emergenza sociale: cos’è successo negli ultimi anni col Governo di Mauricio Macri?

Il Governo Macri è stato un vero disastro per l’Argentina da molti punti di vista. Per ciò che riguarda la questione sociale, Macri lascia un Paese impoverito, con una enorme fragilità nelle istituzioni che devono garantire i diritti dei cittadini: il 60% dei bambini vive al di sotto della soglia di povertà. D’altro canto, il Paese è sull’orlo del fallimento, con un debito esterno che si è incrementato in maniera esponenziale come mai prima, condizionando enormemente la disponibilità di risorse pubbliche. Quando Fernández assume la presidenza, fissa come obiettivo primario la lotta contro la fame, per quanto questo appaia sorprendente in uno dei maggiori produttori di alimenti nel mondo com’è l’Argentina.

Quali sono le linee principali per la nuova legislatura argentina?

Il Governo si propone di definire una struttura giuridica e normativa per accompagnare un progetto di ristabilimento delle condizioni economiche e sociali che consenta di riprendere il cammino per uno sviluppo sovrano, stabile e con giustizia sociale. Perciò, in primo luogo bisogna mettere in atto una serie di misure per dare risposta a chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità, perché le risorse sono molto scarse. Questo va fatto unitamente alla rinegoziazione del debito esterno, per non impiegare risorse pubbliche esclusivamente per pagare un debito che non ha recato alcun beneficio in termini di sviluppo e ha solo arricchito speculatori argentini e stranieri.

Una misura del programma di Governo prevede di collegare la pubblicità sui giornali con il miglioramento della formazione dei giovani, ci spiega meglio?

È una misura secondo cui la metà delle risorse che il Governo normalmente impegna per pubblicizzare le sue azioni sui mezzi d’informazione, verrà utilizzata invece per definire un programma formativo e culturale. Si tratta di utilizzare i media come una piattaforma per democratizzare l’accesso alla conoscenza e alla cultura, promuovendo, ad esempio, il Piano nazionale di lettura di scrittori argentini e sudamericani, l’accesso al cinema, al teatro, alle scienze. Un intervento che non è solo diretto ai giovani, anche se loro ne saranno i destinatari centrali.

Sentendo il discorso d’insediamento del Presidente Fernández stupisce la capacità del peronismo di rinnovarsi, accogliendo i riferimenti di una nuova sinistra globale.

Una cosa che dall’esterno non si comprende del peronismo è che ha una grande capacità di trasformazione in funzione delle circostanze. Appena qualche mese fa, nessuno avrebbe immaginato che Cristina Fernández sarebbe diventata vicepresidente e Alberto Fernández Presidente e questo è successo perché il peronismo è il movimento politico che meglio sa adattarsi alle condizioni e alla domanda popolare. È sorprendente come Macri, che sembrava avere garantita la rielezione indipendentemente dal cattivo risultato del suo Governo, abbia perso le elezioni contro un peronismo che pareva condannato ad altri quattro anni di opposizione. La prima cosa che fa Fernández è dare riconoscimento ai Governi progressisti che governarono in Argentina con Néstor e Cristina Kirchner e in buona parte del Sudamerica durante gli ultimi 15, 20 anni. Fernández recupera anche Raúl Alfonsín che vinse le elezioni nel 1983 contro il peronismo. Ma allo stesso tempo Fernández dice che le condizioni sono cambiate, che non si può tornare al passato e che non è auspicabile ripetere le stesse ricette che, sebbene abbiano funzionato, erano pensate per questi paesi 15 o 20 anni fa. Le nuove condizioni regionali, nazionali e mondiali esigono un ripensamento della strategia. E Fernández appare come un leader politico che sfida a pensare nuove strategie. Questo lo riconosce anche Cristina che si ritira e fa un passo indietro, al fianco di un dirigente con cui negli ultimi anni aveva pure avuto differenze politiche. Perché in politica è fondamentale mettersi d’accordo e distinguere ciò che è centrale da ciò che non lo è. Quello che si è vissuto è un processo di maturità politica, con una ricomposizione delle forze progressiste, nonostante le differenze, per rappresentare un’alternativa politica, con un chiaro orientamento sociale, democratico e istituzionale. E questo ha permesso a Fernández di vincere le elezioni.

Fernández ha detto che “non c’è più spazio per il colonialismo nel secolo XXI”, a cosa si riferiva?

Fernández è difensore di un nuovo multilateralismo che rispetti la sovranità dei Paesi. E la fine del colonialismo è nel riconoscimento di tutti i Paesi a essere rispettati nella loro sovranità e considerati uguali sullo scenario internazionale. In Sudamerica, i Paesi vivono crisi politiche anche molto profonde; quando questo accade in un Paese dell’Europa, nessuno si azzarda a invaderlo per destituirne il Governo, o a intervenire clandestinamente nei suoi processi elettorali, e quando si sospetta qualcosa del genere viene fuori un grande scandalo. E invece, in America Latina, gli Stati Uniti lo hanno fatto e continuano a farlo con assoluta impunità. Nel passato attraverso un golpe militare, adesso in maniera più sofisticata. Nel golpe contro Dilma Rousseff, per consegnare il paese a un settore molto conservatore che aveva perso le elezioni, l’intervento degli Usa è stato molto rilevante, soprattutto nella formazione di giovani che iniziavano a inserirsi nel potere giudiziario: prima dicevamo che gli Usa formavano i nostri militari e invece adesso formano i nostri giudici. Si è dimostrato come, attraverso una manipolazione politica della giustizia e la giudiziarizzazione della politica, un giudice senza prove abbia potuto mettere in prigione chi era in condizione di vincere le elezioni contro i settori più reazionari del Brasile, dando origine a un processo di destabilizzazione democratica del Paese che derivò nell’elezione di Jair Bolsonaro. Quando si viola la sovranità di un Paese, potenzialmente si può violare la sovranità di qualunque Paese e le nazioni più deboli sono quelle più a rischio. Noi pensiamo, ad esempio, che in Venezuela debba darsi un cambiamento molto profondo nel sistema politico, perché sta attraversando una crisi politica e sociale con conseguenze gravi sui più poveri. Ma sono i venezuelani che devono risolvere la loro crisi in modo democratico, nessun Paese può tutelare un altro e dirgli come deve risolvere la sua crisi. Quello che è successo in Bolivia è gravissimo, si può essere a favore o contro Evo Morales, ma non si può essere favorevoli a un colpo di Stato, che è quanto è successo. È molto grave quello che sta facendo Sebastián Piñera in Cile per risolvere la crisi sociale. Ma non per questo chiedo che ci sia un intervento militare o un’ingerenza straniera per destabilizzare l’esecutivo cileno perché, anche se è un governo che non mi piace, sono i cileni che devono cambiarlo.

Quando dall’opposizione cilena si dice “Piñera uguale a Pinochet”, è d’accordo?

Non sono d’accordo che Piñera sia come Pinochet per una ragione fondamentale: Pinochet fu un dittatore spietato, un corrotto, che trasformò una società sviluppata in termini democratici e con livelli di eguaglianza tra i più elevati in Sudamerica in una delle società con più disegugalianza, più conservatrice e socialmente tra le più arretrate in America Latina, e lo fece con una dittatura. Piñera fa politiche che vanno combattute perché mantengono gli altissimi livelli di diseguaglianza che il Cile democratico ereditò dalla dittatura. In Cile non si visse nessun miracolo economico, come si fece pensare in Sudamerica e nel mondo: ci fu una ricomposizione sociale per cui i più ricchi diventarono più ricchi e i più poveri ancora più poveri e questo in una società totalmente privatizzata. Ma Piñera è stato eletto democraticamente dai cileni e Piñera deve andarsene dal potere democraticamente. Questa enorme capacità di mobilitazione della società cilena deve servire per costruire un processo costituente di forze progressiste perché alle prossime elezioni Piñera perda.

Perché succede tutto questo adesso?

Ci fu un ciclo di cambiamento democratico che conseguì un equilibrio virtuoso tra stabilità economica, sviluppo sociale e ampliamento di diritti e libertà ai settori più fragili della società, che è quello che si visse durante i governi in Brasile di Lula e Dilma, in Bolivia con Morales, nel Venezuela di Chávez, nell’Argentina di Néstor e Cristina Kirchner, nell’Uruguay di Mujica e nell’Equador di Correa. Tutti loro implementarono un modello economico all’interno di quello dominante, facendo in modo però che i benefici fossero rivolti a soddisfare la domanda dei settori popolari, con una riduzione dei livelli di diseguaglianza. Poi la congiuntura economica mondiale e regionale cominciò a cambiare e di fronte a questo, in un processo di esaurimento che vive qualunque Governo dopo vari anni di gestione, un settore apparentemente molto innovativo cominciò a dire che c’era la maniera di mantenere questo circolo virtuoso in un contesto di austerità economica, con politiche liberiste e la privatizzazione di alcuni settori. Dicevano che si sarebbero serviti di tecnici, che avrebbero portato la fine della corruzione e la modernizzazione dello Stato: l’idea era che gli imprenditori avrebbero salvato il Sudamerica dalla corruzione e l’inefficienza. Questi Governi tecnocratici, che dissero che avrebbero eliminato la corruzione, finirono invece per stabilire livelli istituzionalizzati di corruzione, depredando le ricchezze dei nostri Paesi, incapaci perfino di realizzare un modello di sviluppo che beneficiasse le imprese: Macri non solo generò un enorme problema per i più poveri, ma anche per le imprese, molte delle quali chiusero. E questo ciclo durò appena quattro anni o anche meno, e ora se n’è aperto uno nuovo, dove l’Argentina e il Messico di Obrador appaiono come i due grandi riferimenti di questo cambio. E questo ci permette di avere un dialogo diverso con l’Europa che sta attraversando un cambio politico molto importante, per esempio in Spagna con il Governo di coalizione progressista.

Riferendosi al Brasile, lei parlava di politicizzazione della giustizia e di giudizializzazione della politica: non le sembra simile a quanto succede in Spagna?

Abbiamo visto nelle scorse settimane la radicalità dell’offensiva della destra spagnola contro l’avvio di un nuovo Governo democratico e stabile. L’elemento nuovo nella politica spagnola è rappresentato dall’emergere di Vox, un partito franchista, razzista, misogino. La sua rilevanza è determinata dall’influenza che esercita sul Partido Popular, spostando l’opposizione politica alla coalizione tra Psoe e Unidas Podemos su un terreno di radicalità reazionaria. Quello che farà la destra sarà utilizzare tutti i meccanismi possibili per destabilizzare il Governo Sánchez. Io penso che non ci riusciranno, che il Governo di coalizione spagnolo riuscirà a superare questo attacco, ma ci proveranno. E dal momento che c’è un settore della giustizia profondamente reazionario, può darsi che ottengano alcuni risultati ostacolando l’azione del Governo. La giudiziarizzazione della politica che sta facendo la destra ha a che vedere anche con la questione catalana. La giustizia non risolve mai i conflitti e le crisi politiche, e uno dei problemi della questione catalana in Spagna è stata la giudiziarizzazione del problema territoriale: il problema territoriale è un problema politico e si deve risolvere politicamente. E Sánchez ha riconosciuto la necessità del dialogo. È un avanzamento democratico importante. Di fronte a cui appare la brutalità di una destra che vuole solo tornare al passato, negando diritti e libertà e limitando l’ideale egualitario del quale sono depositari, in questo momento, il Governo spagnolo e il Governo portoghese; dimostrando che in Europa c’è un’uscita democratica che passa per la socialdemocrazia e la sinistra.

@em_brandolini

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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