INTERVISTA – Romano Prodi: Brexit non è abbastanza!


Manca coraggio e intelligenza politica. E il progetto europeo potrà essere rilanciato solo dopo un ulteriore acuirsi della crisi.

Manca coraggio e intelligenza politica. E il progetto europeo potrà essere rilanciato solo dopo un ulteriore acuirsi della crisi.

Una conversazione con Romano Prodi sugli affanni dell’Europa e sulle sue possibilità di rilancio.

Ricordo la sua presidenza alla Commissione europea, quando l’Europa sembrava avere un futuro radioso: quanto la delude questo momento in cui sembra che tutto vada indietro?

Mi delude assai più di quello che lei pensa, perché non solo si è spezzato quel cammino, ma adesso tutti criticano l’allargamento, l’euro, come se fosse stato fatto da dei pazzi…Tutti dicono “l’euro bisognava accompagnarlo con misure di politica economica…”. Di questo discutevamo quotidianamente: Kohl, che aveva la leadership allora, diceva “Tu sei italiano. Roma non è stata fatta in un giorno. E noi, pezzo per pezzo, accompagneremo l’Unione monetaria con la solidarietà e con le altre decisioni. Non si può far tutto in un giorno”. L’allargamento era un passo verso i confini comuni dell’Europa. Il problema ora è che è cambiata la leadership e l’aspettativa.

È arrivata l’Europa della paura, si pensa che allora siamo stati incoscienti, ma avevamo un disegno politico vero, forte, che, se fosse stato portato avanti bene, l’Europa sarebbe in altre condizioni.

Io ho fatto il presidente della Comunità europea con 15 paesi e con 25. Non c’era alcuna differenza! La divergenza, la vera strategia diversa era sempre e solo di un paese: il Regno Unito! Questa strategia nascosta è venuta alla luce con l’ultimo referendum. Per la prima volta in Europa, un paese dice: il mio futuro è diverso. Questo è il grande cambiamento. Certamente sono deluso, ma di fronte al fatto inevitabile che l’America, la Cina ci stritoleranno, il disegno ritornerà. Oppure scompariremo, perchè il senso della storia non lo possiamo cambiare.

La verità è che quando ti abitui a perdere, perdi: la Commissione europea, in questi anni, l’abbiamo demolita pezzo per pezzo. Quando il più grande europeista tedesco, che allora era Schäuble, l’altro giorno in un’intervista dice: “Forget federalism”, be’, allora esistono solo i paesi, la Commissione stia a casa, così risparmia i soldi del viaggio. La Commissione europea aveva due prerogative esclusive di potere: il commercio e l’Antitrust. L’altro giorno, si doveva concludere il trattato commerciale col Canada. Senza una valida motivazione giuridica, la Commissione sostiene: “Da soli non decidiamo, anche questa materia va portata all’attenzione degli Stati membri”. Ma un trattato commerciale che deve essere ratificato da 28 Stati membri, nasce morto…

Questo è il senso della sconfitta che ha pervaso tutti, finché non arriveremo all’assedio di Vienna, dopodiché ripartiremo…

Proviamo a guardare avanti: è di questi giorni la ratifica di un nuovo documento per la politica estera dell’Unione dopo 15 anni. Possiamo sperare di avere presto un ministro degli Esteri europeo?

Ma con quale potere? Se lei mi parla di documenti firmati, allora possiamo dire che abbiamo avuto i 15 anni di maggiore successo di tutta la storia dell’umanità. Il problema è il potere. La politica estera e la difesa saranno le ultime in Europa, perché sono il cuore. Se si facesse il ministro degli Esteri, sarei l’uomo più contento del mondo, ma bisogna dargli un minimo di potere. Se il ministro degli Esteri, invece, deve aspettare che si riunisca il Consiglio dei governi nazionali e prenda le decisioni, che ministro è?

In tema di migrazioni, il procuratore antimafia e antiterrorismo Roberti ci ha appena detto che rappresentiamo un’avanguardia di successo per molte cooperazioni (es: intelligence). Stentiamo però sulle misure strutturali: dovremmo ad esempio provare a integrare gli immigrati con maggior successo. E poi ci sono le politiche di cooperazione e di investimento nei paesi di provenienza dei flussi, che dovrebbero consentirci di limitarli, migliorando le condizioni di vita in questi stessi paesi. Ci sono le risorse per operare queste due politiche o dobbiamo rassegnarci solo a misure emergenziali?

Le risorse sono enormi! Abbiamo un prodotto lordo europeo quasi identico a quello americano. Abbiamo il 20% del prodotto lordo mondiale, siamo la prima potenza industriale del mondo, il primo esportatore del mondo, non mancano le risorse: manca la volontà politica! Anche l’emergenza costa: avere un corpo unico di guardie di frontiera o averne 28 costa più o costa meno? Ne abbiamo 28. Il problema è: vogliamo fare o non fare l’Unione europea? Saremo costretti dalla storia a farla per sopravvivere. Io ripeto sempre agli studenti: l’Europa corre il rischio degli Stati italiani nel Rinascimento. Eravamo primi in tutto, poi c’è stata la globalizzazione con la scoperta dell’America, non ci siamo uniti e siamo scomparsi. L’idiozia, l’errore c’è sempre nella storia. Subito dopo la Brexit, dicono di voler rifare il referendum? Siamo al suicidio! A capo del nuovo governo inglese c’è una che era contro la Brexit, ma ha nominato un ministro degli Esteri che era a favore della Brexit… Poi dicono degli Italiani…

La parola “politica” ricorre molto ed è invece la cosa che manca di più in questo momento storico. Franco Roberti ha detto: “Le cose marciano sulle gambe degli uomini”. Quando ho iniziato a occuparmi di Europa da giornalista, c’era Jacques Delors in Europa e c’erano due gambe che camminavano. Poi è arrivato lei, un leader importante di un paese importante… La sensazione è che la politica si sia completamente ingrigita. Non ci sono più leader. E questo riguarda sia l’Europa che i nostri paesi. La politica tradizionale è timida e impaurita e i populismi arrembanti e prepotenti. Come se ne esce?

Se la politica rimane quella che definisco “la politica barometrica”, cioè i leader si basano sulle previsioni del tempo: si vogliono meno migranti, allora facciamo la legge contro i migranti, ne vogliamo di più, leggi ad hoc… se continua così e tutto verte solo sulle prossime elezioni, è finita! Questo è un problema della democrazia non solo europea, ma occidentale. Gli analisti politici cinesi dicono: ma come fate a governare se avete elezioni ogni giorno? Ci siamo abituati… Ma attenzione, con tutte le elezioni che abbiamo, regionali, provinciali, comunali… e le proiezioni demoscopiche, anche la più piccola consultazione elettorale di un paesino di provincia è diventata un’elezione nazionale. Così chi governa guarda sempre al domani e mai al dopodomani. Le migrazioni, in realtà, sono meno che prima della grande crisi: la Germania assorbiva più migranti di oggi, ma non c’era la paura. Sono scoppiate queste due guerre vicine (Libia e Siria), è evidente a tutti la mancanza di controllo e la gente ha paura. Il problema non è il flusso quantitativo, queste migrazioni fanno paura perché non sono regolate: dovremmo cominciare dal mettere fine alle guerre in Libia e in Siria. Quando si è al governo, le cose si devono affrontare. Quante volte Gheddafi mi telefonava e minacciava di mandarmi dei barconi? Non li ha mai mandati. Perché c’era un governo lì e un governo qui, si trattava, come si fa in politica, a volte cedevo io, a volte cedeva lui. Ci accordavamo sui grandi problemi. Oggi con questa folle guerra, con le implicazioni del terrorismo, non c’è più nessuno che regoli queste cose. Ma il punto non è la quantità, è la paura: è come un tubo che scoppia, la quantità d’acqua è sempre la stessa ma il flusso è più forte e senza controllo.

Sulla crisi democratica occidentale, c’è una via d’uscita all’impasse, che non sia quella cinese? Il modello democratico di riferimento può essere quello degli Usa, che fanno un election day ogni 4 anni?

Sono sempre sotto elezioni anche loro, l’esempio non può essere quello americano. Ricordo Kohl che diceva: “I Tedeschi non vogliono l’euro ma io sì, perché mio fratello è morto in guerra. Non per i banchieri…”.

Quindi non è una questione di modelli ma d’intelligenza politica.

Bisogna avere intelligenza politica e il coraggio di sfidare la storia, anche con il rischio di perdere le elezioni. Se la politica è un barometro… non dovrei essere io a parlare, che sono stato sfiduciato con 313 voti contro 312… Ma ho affrontato il Parlamento, avevo fatto benissimo i conti e sapevo che rischiavo la sfiducia! C’era una linea da tenere e l’ho tenuta. Se invece, per tenere il potere politico, si cede su tutta la linea, hanno ragione i Cinesi!

Presidente, approfitto della sua franchezza per chiederle del terrorismo internazionale che, come ha chiarito il procuratore Roberti, non è necessariamente collegato ai flussi migratori. È un tema sul quale l’Europa si sta dividendo. Come diceva Falcone: “You have to follow the money”, sia per la criminalità organizzata che per il terrorismo. I soldi per sostenere Isis provengono da varie fonti: dal petrolio sul mercato nero, dalle tasse locali imposte a una cittadinanza che non riesce a ribellarsi, ma anche da paesi che finanziano in modo più o meno consapevole il terrorismo. Si fanno tanti nomi, Arabia Saudita in testa. Il procuratore Roberti spiegava che le Procure fanno il possibile per interrompere questi flussi, ma il problema è politico. Che succede? Cosa dobbiamo fare? Ci sono connivenze?

Roberti è stato chiarissimo: primo, il terrorista non viene certo con i barconi; secondo, ha bisogno di soldi; terzo, qualcuno glieli dà. E siccome sono grandi quantità, questi soldi di sicuro non vengono dalla povera gente. Non vengono ufficialmente dagli Stati. Vengono dalle fondazioni, dalle associazioni, da gruppi vicini agli Stati e in qualche modo tollerati dagli Stati. Su questo, tutti gli analisti sono d’accordo, americani, francesi, italiani…. Poi, la politica internazionale chiude gli occhi, ci sono mille problemi, c’è il Medio Oriente sempre più in tensione e, ogni volta che la comunità occidentale entra in quelle terre, si combinano guai… In questo momento, l’Occidente è come in ritirata…

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