Investimenti esteri: un po’ di America in Italia


L'ingresso dello Starbucks Reserve Roastery a Milano, 4 settembre 2018. REUTERS/Stefano Rellandini

Ero a Madrid quando, a settembre 2018, ho letto che finalmente apriva Starbucks a Milano. Dal primo giorno, scriveva l’articolo, la fila di persone faceva il giro del palazzo. La mia prima reazione è stata: «Ma perché un italiano dovrebbe bere un caffè di qualità inferiore a un prezzo maggiore?» Ero con un caro amico, che ha argomentato come fosse invece una bellissima novità per la città di Milano, come il caffè italiano e quello di Starbucks fossero due cose diverse, il secondo più un’esperienza che una semplice bevanda.

Incuriosita da queste osservazioni, qualche giorno fa sono andata a vedere il principale punto di apertura a Piazza Cordusio, in pieno centro, nell’ex Palazzo delle Poste, 2.300 metri quadri che rappresentano il debutto del brand americano in Italia.

“Un tributo alla cultura italiana del caffè”, così viene definita la Starbucks experience di Piazza Cordusio. È la terza roastery nel mondo, dopo quelle di Seattle (2014) e Shanghai (2017). Starbucks Milano propone un’offerta diversificata, dal caffè Arabica con torrefazione locale, proveniente da 30 Paesi, al food artigianale, ai vestiti e oggettistica. Starbucks si è inserito nel mercato italiano cercando l’aiuto e la collaborazione di Princi, uno dei famosi nomi del made in Italy del settore food. Anche il design dello spazio è frutto di un melting pot tra la cultura americana e quella italiana: il progetto complessivo è stato realizzato dall’attuale chief design officer di Starbucks, Liz Muller, alla quale si è affiancata la mano artigiana di Solari, che ha disegnato qualche particolare come la grande lavagna verde all’ingresso della roastery, con i nomi delle varietà di caffè disponibili.

Un mix di culture e know-how, che unisce l’efficienza, l’impeccabile organizzazione e la cultura di Starbucks, americane, alla tradizione culinaria e mano artigiana, italiane.

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