Elezioni in Iran, le più delicate dalla rivoluzione del 1979


Oggi si vota per eleggere l'ottavo Presidente della Repubblica islamica. La corsa è ridotta a quattro candidati: ecco chi sono

Lorenzo Forlani Lorenzo Forlani
[BEIRUT] Giornalista free lance, si occupa di Medio Oriente e Nord Africa per diverse testate. Dal 2016 risiede in Libano.

Oggi si vota per eleggere l’ottavo Presidente della Repubblica islamica. La corsa è ridotta a quattro candidati: ecco chi sono

L’elezione dell’ottavo Presidente della Repubblica islamica dell’Iran, prevista per il 18 giugno, è una delle più delicate sin dalla rivoluzione del 1979. L’Iran è stato uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia da Covid-19, ha una valuta in caduta libera per via delle sanzioni imposte dagli Stati uniti e proprio le relazioni con Washington scontano gli ultimi quattro anni di altissima tensione, iniziata con l’annunciato ritiro dall’accordo sul nucleare da parte dell’amministrazione Trump e passata per gli assassinii del generale Qassem Soleimani e dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh.

L’usuale processo di “selezione all’ingresso” da parte del Consiglio dei Guardiani ha ridotto la lista di cinquecento candidati a sette personalità, dopo aver escluso sia dei noti candidati riformisti – come l’ex vice Presidente Eshaq Jahangiri -, sia dei conservatori moderati – come Ali Larijani – che degli esponenti del corpo dei Pasdaran – come i generali Hossein Dehgan e Parviz Fattah. Come di consueto, poi, nei giorni scorsi altri tre candidati – Mohsen Mehralizadeh, Saeed Jalili e Alireza Zakani – hanno deciso un ritiro “tattico”, nel proposito di favorire un candidato con maggiori chances. La corsa si è quindi ridotta a quattro candidati: il favorito Ebrahim Raisi, già sfidante di Rouhani nel 2017, Amir Hossein Ghazizadeh Hashemi, Mohsen Rezaei (alla quarta candidatura) e Abdolaser Hemmati, ex governatore della Banca centrale.

Il candidato Ebrahim Raisi

La figura di Ebrahim Raisi, noto in Occidente per aver presieduto alle purghe di dissidenti politici nel 1988 e per esser il capo del potere giudiziario, sembra avere le maggiori chances ma le elezioni iraniane hanno abituato alla vittoria di candidati “underdog“, come nel caso di Ahmadinejad o anche dello stesso Hassan Rouhani nel 2013. Specie quando l’elettorato percepisce che gli apparati politico-militari “promuovono” un candidato a discapito degli altri. Non è un caso che secondo le stime l’affluenza al voto sarà una delle più basse dal 1979 (normalmente oltre il 65%, con picchi del 78%), come forse lo è ancor meno che il fatto che lo stesso Raisi abbia implicitamente mostrato scetticismo sulla intransigenza del Consiglio dei Guardiani, invocando una “alta partecipazione al voto” che molti hanno letto in realtà come un invito alla flessibilità allo stesso.

La forza di Raisi risiede in una base elettorale ancora sufficientemente solida nella provincia di Mashhad, nella preferenza a lui accordata dall’Ufficio della Guida suprema, nel processo di selezione “solidale” del Consiglio dei Guardiani – che tuttavia potrebbe ritorcerglisi contro, proprio in virtù di quanto detto sulla percezione dell’elettorato – e nella connessa possibilità che Raisi sia destinato a diventare in futuro il successore di Ali Khamenei nel ruolo di Rahbar. Una sua elezione alla presidenza faciliterebbe questa transizione “morbida”, in modo simile a quanto accaduto con lo stesso Khamenei, che divenne Guida suprema nel 1989, dopo 8 anni come presidente della Repubblica.

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