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RETROSCENA

Il mondo brucia, e anche Twitter

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Il conflitto tra Stati Uniti e Iran in un Digital Dilemma: può la guerra innescarsi con un tweet sbagliato?

A due anni e mezzo dall’ultimo “scivolone” nel Golfo persico, quando il Presidente americano diede il via libera all’embargo sul Qatar, ora in balia dei fervori di Trump vi è l’Iran. Un Paese, a differenza del piccolo (ma resiliente) emirato, vasto e non altrettanto proclive a giocare il ruolo del pacifico mediatore. Dopo le distensioni post-embargo tra Stati Uniti e Qatar, oggi il Segretario Mike Pompeo ringrazia esplicitamente in un tweet lo sforzo del Qatar nel mitigare le tensioni nella regione. Uno sforzo che il Qatar si era ormai sentito negare, con l’aggiunta infamante del 5 giugno 2017 (giorno dell’imposizione del blocco), e che ora urge più che mai a un’America che sta perdendo la visione globale delle sue priorità in politica estera. Tra frizioni sociali senza precedenti, Repubblicani stolidi e confusionari Democratici – più devoti a concludere un nuovo storico impeachment di un Presidente (e racimolarne la risonanza mondiale) che non all’elaborazione di alternative politiche meno perigliose – gli Stati Uniti si trovano oggi alle soglie di un conflitto che trascende lo sbaglio diplomatico. Non è più l’erroneo isolamento di un alleato strategico del Golfo, ma è lo scontro diretto con il gigante Iran.

Chiunque faccia un’anamnesi dei rapporti Usa-Iran negli ultimi trent’anni, non troverà certo toni distesi e armoniosi. Stigmatizzata da Bush junior nel 2002 come “asse del male” insieme a Iraq e Corea del Nord, la nazione iraniana è stata ripetutamente oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti, che hanno di fatto posto un embargo sull’Iran: sanzioni su voli, transazioni finanziarie e rapporti commerciali. Intrattenere rapporti diretti o indiretti di alcun tipo con l’Iran è proibito dalla legge americana, ricorda lo studioso Mehran Kamrava. La forza del dollaro e delle sue sanzioni ha negli anni isolato l’Iran, la cui economia si trova a essere una delle più isolate al mondo. Non hanno certo contribuito i piani nucleari non dichiarati dell’Iran, che hanno portato nel 2011 Usa e Nazioni Unite a inasprire congiuntamente le sanzioni economiche. Se dal 2013 la congiuntura “moderata” tra Obama alla presidenza Usa e Rouhani alla guida dell’Iran e una brulicante attività diplomatica avevano permesso il raggiungimento di un accordo di lungo termine sul nucleare (2015), tutto è cambiato dall’inizio del mandato Trump.

Il summit di Riad del 2017, in cui gli Stati Uniti scendevano nel Golfo (dopo un lungo stallo) a garanti della cooperazione e della sicurezza internazionale (“Together We Prevail” titolava la serie di incontri multilaterali) era stato un barlume diplomatico veramente troppo breve e conclusosi in un inutile embargo regionale sul Qatar. Capro espiatorio del finanziamento al terrorismo internazionale, e vittima di un provato complotto informatico, il piccolo emirato era una garanzia di pace-making nella regione, che ora soffre di quella che gli studiosi chiamano “GCC Crisis” (Crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo) e non esitano talora a definire “Guerra Fredda del Golfo”. Se la gravosa gaffe statunitense del 2017 ha contribuito alla destabilizzazione della regione del Golfo, ora – confermano Reuters, Al-Jazeera, BBC e il New York Times – con l’omicidio del generale iraniano Suleimani, le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno raggiunto il massimo storico dall’assedio dell’Ambasciata statunitense a Teheran, nel 1979.

È interessante – fa notare Cinzia Bianco – come l’Arabia Saudita ora, preoccupata di ulteriori attacchi alle sue risorse petrolifere – stia congelando la sua politica estera assertiva, e passando al ruolo del mediatore. Membro del “quartet” anti-Qatar (insieme a Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto), e storico rivale dell’Iran, il Regno dei Salman sembra ora più sensibile alle ripetute richieste (da parte di Usa e Kuwait) di riconciliazione con il Qatar.

Lungi dal pronosticare scenari catastrofici, è però ragionevole provare una certa inquietudine. Basta limitarsi ai fatti e all’accumularsi di contingenze storiche non felici tra i due Paesi, tanto distanti e duri nei toni quanto alieni nelle loro politiche e nei rispettivi sistemi socio-culturali di attribuzione del valore. Quanto più il divario tra due Paesi è profondo, tanta più diplomazia è richiesta (parafrasando il politologo Paul Sharp). Questo per colmare burroni che se lasciati vuoti, possono più facilmente riempirsi di cadaveri, che non fregiarsi di ponti. Basta una rapida occhiata alle time-line degli account Twitter istituzionali per rendersi conto di quanto gli Stati Uniti siano disorientati. Da una parte Democratici che postano imperterriti sull’impeachment, con un solo flebile discorso di risposta alle dichiarazioni di Trump, dall’altra l’appoggio incondizionato e stolidamente patriottico dei Repubblicani, che sciorinano una retorica degna della vecchia propaganda da Guerra Fredda.

Se l’intento americano è veramente un difensivo “commitment to de-escalation”, come scrive – sempre sui social – il Segretario di Stato, allora si dovrebbe fare caso ai toni aggressivi e alle perigliose simbologie che Trump dichiara pubblicamente: 52 i siti iraniani sotto il mirino Usa, esattamente come i 52 ostaggi all’Ambasciata statunitense assediata nel 1979. Già nel 2017 le avventate dichiarazioni di Trump sul Qatar quale “finanziatore storico del terrorismo a livelli alti” – pur vaghe e non supportate da prove – avevano spinto Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto (il quartetto) a mettere finalmente sotto embargo l’invidiata penisola qatariota. Ma quando si tocca il passato in modo così specifico e personale, equiparando numeri di persone a numeri di città sotto tiro (specificandone addirittura l’importanza culturale) il risultato non può essere né una de-escalation, né un “via libera”.

“La minaccia al patrimonio culturale non viene dagli Stati Uniti” ribatte in ultimis Mike Pompeo, tornando sulla difensiva. Eppure il Presidente Trump è stato abbastanza chiaro e non ha ritrattato il suo tweet di minaccia all’ “Iran e alla cultura iraniana”, che ora conta un totale di 270mila like e 60mila retweet e altrettanti commenti. Il tweet – risalente al 4 gennaio – rimane un campo aperto. Amnesty International, due giorni dopo (6 gennaio) risponde al tweet ricordando direttamente a @realdonaldtrump che “attacchi deliberati a obiettivi civili, tra cui siti religiosi e culturali, costituiscono una violazione del diritto internazionale e sono crimini di guerra”.

La risposta dell’Iran alle minacce degli Stati Uniti, e a questo dilemma tra face-saving e head-saving, sarà cruciale nel determinare la portata reale della vendetta nazionale contro gli Usa per l’uccisione di Suleimani in un raid americano a Bagdad il 3 Gennaio 2020. Figura iconica della resistenza iraniana, Qassem Suleimani era il generale delle forze speciali di Al Quds dal 1998, capo delle operazioni oltre-confine, e secondo in potere solo alla Guida suprema della Repubblica Islamica Ali Khamenei, di cui era il “fedelissimo” (Ansa); è stato compianto per tre giorni di fila da fiumi di gente, tra lacrime e cori come “Morte all’America”. Tra le risposte ufficiali sui social, è emblematico il tweet di Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano del 7 gennaio. Quattro immagini: una schermata del tweet di Trump, sottolineato nella parte in cui il Presidente minaccia “un attacco fuori misura contro l’Iran”; accanto, tre foto della folla iraniana in compianto.

È bene vedere da fuori questo inizio 2020: un mondo iperconnesso, pieno di immagini inquietanti; veloce a ribattere, ma lento a risolvere. Forse occorrerà rivedere i manuali di scienze politiche e includere i social network come armi di distruzione di massa? Certo è che se nei prossimi giorni l’account Twitter di Trump andrà in mani più diplomatiche, forse l’inquietudine generale si placherà e anche i toni politici si distenderanno. Nel mondo interconnesso, dove ogni singolo sconosciuto può arrivare al singolo più conosciuto, la forma linguistica e le buone maniere ritrovano forse il loro potere. Nel dilemma digitale che si nutre di istantaneità, responsività e molteplicità di livelli, ogni parola pubblicata sui social ha un peso mondiale, tanto più quella del Presidente degli Stati Uniti d’America in persona!

@SilvioMagnolo

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