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RETROSCENA

In Iraq la protesta è immune

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In Iraq la voce del popolo non tace: mesi di proteste, instabilità governativa, Covid e crollo del prezzo del petrolio. Quale sarà il futuro del Paese?

Iraq: proteste, Covid e crollo del prezzo del petrolio. Le proteste antigovernative a Baghdad, Iraq, 2 febbraio 2020. REUTERS/Wissam al-Okaili

Le proteste antigovernative a Baghdad, Iraq, 2 febbraio 2020. REUTERS/Wissam al-Okaili

Mentre la nuova pandemia domina l’attenzione mondiale, anche in Iraq le autorità hanno adottato misure precauzionali per arginare la diffusione del Covid-19. Le disposizioni adottate dall’unità di crisi, costituita dai Ministri della Salute, dell’Ambiente, dell’Immigrazione, dell’Istruzione e dell’Interno, comprendono limitazioni di movimento in tutto l’Iraq. Scuole, università, centri commerciali, negozi, parchi, aeroporti e altri luoghi di ritrovo restano chiusi. Sono stati imposti coprifuoco di varia lunghezza nelle 18 province del Paese e tutti i voli commerciali sono stati sospesi.

Il numero dei contagi

Lo scorso 23 aprile il Governo ha parzialmente revocato il rigido coprifuoco ma in un incontro con il Ministro della Sanità Jaafar Allawi, il capo del Consiglio giudiziario supremo Faiq Zaidani ha detto che “la magistratura imporrà multe e sanzioni a chi diffonderà notizie false sulla malattia o incoraggerà la gente a riunirsi”. Il numero di persone contagiate è salito a 1928 e i decessi registrati in data 29 aprile sono 90 secondo il Ministero della Sanità. I tamponi effettuati, tuttavia, sono bassi e diversi esperti si aspettano un aumento dei contagi. Le misure adottate dalle autorità irachene e la dichiarazione di Zaidan, infatti, non hanno impedito a migliaia di pellegrini sciiti di sfidare le nuove regole per commemorare la morte dell’imam Musa al-Kadhim. L’anniversario attira solitamente milioni di devoti da tutto il mondo che giungono in Iraq per visitare il santuario che ospita le sue spoglie.

Assenti quest’anno anche i fedeli iraniani, poiché dallo scorso febbraio, l’Iraq ha chiuso il suo confine di 1500 chilometri con l’Iran per paura di un possibile aumento di contagi. Anche il principale chierico del Paese, il grande ayatollah sciita Ali Sistani, ha esortato gli iracheni a non riunirsi in gran numero per le preghiere, dove il rischio di contaminazione potrebbe essere alto e ha definito la lotta contro il coronavirus un “dovere sacro”. In un primo momento, Muqtada al-Sadr, religioso sciita e leader della coalizione Sairun, ha criticato la chiusura dei santuari religiosi e l’interruzione delle preghiere, poiché “tali decisioni influenzano il morale della gente” ma nelle ultime settimane ha invitato i suoi seguaci a pregare da casa e seguire le indicazioni del Governo.

Il crollo del prezzo del petrolio

A destare preoccupazione in Iraq, tuttavia, non è solo il Covid e la debolezza del sistema sanitario iracheno. A seguito della guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia e dell’impatto della nuova epidemia di coronavirus sulla domanda globale di petrolio, il prezzo del petrolio è sceso a 26 dollari al barile, la quotazione più bassa dal 2003. Per un Paese che dipende quasi esclusivamente dal petrolio per le entrate dello Stato, c’è il timore che milioni di cittadini possano restare senza stipendi, pensioni o assistenza sociale. L’Iraq è il secondo produttore di greggio del cartello petrolifero dell’Opec ed esporta generalmente circa 3,5 milioni di barili al giorno. Il bilancio statale per l’anno 2020 (da 137 miliardi di dollari) si basa sulla stima del prezzo del barile a 56 dollari. Con i prezzi dimezzati, l’utile netto dell’Iraq calerebbe del 65% nel 2020 rispetto al 2019, con un deficit mensile di 4 miliardi di dollari, come riporta l’agenzia internazionale AFP. Il bilancio del 2020, tuttavia, non è ancora stato discusso perché da diversi mesi l’Iraq non ha un governo ma se la situazione dovesse continuare così, il Paese si troverebbe sull’orlo di una calamità finanziaria che potrebbe imporre misure di austerità, avere un diretto impatto sulla fornitura di servizi, cibo, medicinali, e rinnovare le proteste anti-governative.

Da sei mesi, infatti, l’Iraq è attraversato da manifestazioni della popolazione, esasperata per la corruzione generalizzata, l’assenza di servizi pubblici e le condizioni di vita che non migliorano. Nonostante le strade si siano svuotate e le manifestazioni posticipate, a seguito delle misure introdotte per contenere il contagio, un numero esiguo di protestanti continua a occupare piazza Tahrir a Baghdad. “Il Governo è più pericoloso del coronavirus”, sostiene Hussein Khadeem, 25 anni, raggiunto al telefono. “Se lasciamo la piazza, chi ci garantisce che potremo ritornare? Noi restiamo qui e prendiamo tutte le precauzioni”, dice l’attivista. I manifestanti si sono organizzati per sterilizzare le strade e hanno trasformato le cliniche mediche, allestite per curare i feriti colpiti da gas lacrimogeni e dai proiettili vivi, in distributori gratuiti di guanti e disinfettanti, in seguito all’aumento dei prezzi nei mercati locali. Secondo Yahia Kareem, 24 anni, membro dell’Iraqi Social Forum, una rete di attivisti iracheni, “le proteste riprenderanno più forte di prima se non si troverà una soluzione politica. Il nuovo primo ministro designato non ha le caratteristiche richieste dalla piazza. Fa parte del sistema corrotto al potere dal 2003, quel sistema che noi vogliamo cambiare e che non risponde agli interessi dei cittadini iracheni”.

Il cambio del Governo

Dopo settimane di stallo politico, lo scorso 11 aprile il Presidente iracheno Barham Salih ha nominato Mustafa al-Kadhimi, nuovo Ministro designato. È la terza nomina in meno di sei mesi, dopo le dimissioni del Primo Ministro Adel Abdul Madhi lo scorso novembre e il ritiro della candidatura di Mohammed Allawi e di Adnan al-Zurfi, ex governatore della città di Najaf. Al-Kadhimi, ex capo dei servizi segreti nazionali iracheni e giornalista, è riuscito a ottenere la fiducia dal Parlamento il 6 maggio. Al-Kadhimi guiderà un Governo con 15 Ministri, mentre normalmente sono 22, dopo il rifiuto di numerosi candidati. I Ministeri chiave nel settore petrolifero e degli esteri sono ancora vacanti.

Come spiega Francesco Salesio Schiavi, assistente ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), “A differenza di Allawi e di Al-Zurfi, al-Kadhimi sembra godere del supporto della maggior parte dei blocchi politici iracheni. La sua posizione ideale consiste da un lato nell’essere a conoscenza degli equilibri interni all’establishment politico iracheno e, allo stesso tempo, di non essere vincolato a quei partiti politici che le piazze accusano di inettitudine e corruzione. Allo stesso tempo, la sua nomina è stata ben accolta dagli Stati Uniti e sembra anche dall’Iran, forse non come migliore ipotesi, ma sicuramente preferibile a quelle precedenti. Attualmente, l’interesse iraniano è infatti quello di garantire il mantenimento delle milizie irachene fedeli a Teheran e di usufruire di una figura politica in grado di allentare la pressione economica e politica imposta da Washington”.

Le tensioni Usa-Iran

A complicare la fragile situazione irachena si aggiungono, infine, le tensioni tra Stati Uniti e Iran, mai placate in questi mesi. Dopo l’uccisione, lo scorso 3 gennaio, di Qassem Soleimani, comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di Abu Mahdi al-Muhandis, alto ufficiale a capo delle milizie irachene Kata’ib Hezbollah, le rappresaglie non si sono mai fermate. Lo scorso 11 marzo, un attacco missilistico contro una base statunitense in Iraq ha portato alla morte di due soldati statunitensi e un britannico. Gli Stati Uniti hanno risposto con un attacco aereo contro cinque basi di milizie identificate come colpevoli, ovvero le Kata’ib Hezbollah, sostenute dall’Iran. “Il contesto è diverso rispetto a dicembre, soprattutto a causa della crisi sanitaria che ha indebolito l’Iran e che non sta escludendo neanche gli Stati Uniti. Ciò nonostante, gli attacchi delle ultime settimane hanno comunque fatto temere una nuova escalation tra Washington e Teheran”, aggiunge Schiavi.

L’emergenza sanitaria ha spinto, inoltre, alcuni Paesi chiave della coalizione anti-Isis, come la Francia, a ritirare dall’Iraq le proprie truppe in queste ultime settimane. La loro partenza, tuttavia, non significa che il contesto politico-militare iracheno cambierà. “La crisi securitaria dovuta alla competizione regionale tra Stati Uniti e Iran resta aperta. Se ad essa si aggiunge l’instabilità politica, le proteste popolari e l’emergenza sanitaria che avrà pesanti ripercussioni economiche, la situazione appare critica. Con queste condizioni, il futuro dell’Iraq resta decisamente in bilico”, conclude Schiavi.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@SaraManisera

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