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Iraq, i giovani in trincea

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I giovani sunniti, sciiti, curdi e cristiani sono uniti per un Paese diverso, contro un Governo corrotto e manovrato da poteri esterni

Dopo oltre due mesi di proteste e più di 400 morti, il Primo Ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi ha annunciato le dimissioni. La notizia arriva un venerdì di fine novembre, all’indomani dell’uccisione di 44 manifestanti a Nassiriya, nel sud dell’Iraq. È il bilancio peggiore dall’inizio delle manifestazioni pacifiche che in appena otto settimane, hanno provocato oltre 400 morti e 15.000 feriti, secondo i dati raccolti dall’agenzia internazionale AFP. La dichiarazione scritta di Adil Abdul-Mahdi è stata accolta con allegria e musica a tutto volume nell’iconica Tahrir (Liberazione) Square di Baghdad, occupata dallo scorso ottobre con tende e accampamenti dai cittadini iracheni, in rivolta contro una classe dirigente ritenuta corrotta e inefficiente. “Presenterò al Parlamento una lettera formale che richiede le mie dimissioni dalla premiership”, ha scritto Abdul-Mahdi, poche ore dopo che il Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, massima autorità sciita del Paese, aveva invitato il parlamento nel suo sermone settimanale a togliere la fiducia all’esecutivo. Gli iracheni, tuttavia, non si accontentano delle dimissioni ma rivendicano un radicale cambio del sistema politico e la fine della presenza di potenti gruppi armati e milizie appoggiate dall’Iran.

Ma quali sono le ragioni delle proteste? E chi sono i cittadini che occupano le piazze irachene? Non è la prima volta che la popolazione irachena manifesta in piazza la propria esasperazione per la corruzione generalizzata, l’assenza di servizi pubblici e le condizioni di vita che non migliorano. L’anno scorso Bassora, capitale del petrolio, aveva già vissuto una serie di rivolte violente. Quest’anno, però, la protesta ha raggiunto proporzioni mai viste nonostante l’assenza di leader e di un’organizzazione strutturata. La scintilla in grado di scatenare le prime proteste, iniziate lo scorso 1 ottobre, è stata la decisione del Primo Ministro Adil Abdul-Mahdi di rimuovere, apparentemente senza spiegazioni, dal comando delle forze antiterrorismo il comandante Adul-Wahab al-Saadi, considerato da molti iracheni l’eroe della campagna di liberazione contro lo Stato islamico. La ragione non è stata spiegata pubblicamente ma molti iracheni sospettano che sia legata alla volontà di al-Saadi di smantellare il sistema di corruzione ai vertici dello Stato iracheno. La decisione, accolta con rabbia sui social media, si è immediatamente trasformata in una protesta contro il Governo, incapace di fornire servizi di base, creare posti di lavoro e sradicare la corruzione. Oltre a queste richieste, i protestanti chiedono la fine delle interferenze straniere nel paese e la riforma di un intero sistema politico settario che, a sedici anni di distanza dall’invasione statunitense, ha tradito le aspettative degli iracheni e ha infiammato le divisioni su base confessionale.

Di fronte alle proteste, diffusesi a Baghdad e in numerose città del sud dell’Iraq, tra cui Basra, Najaf, Kerbala, Babel, Nasiriyah, Amara, e Muthana, le autorità hanno dapprima limitato l’accesso ai social network, hanno poi ordinato un coprifuoco generale e l’interruzione totale di Internet per diversi giorni. Infine, le forze di sicurezza hanno reagito violentemente, arrivando a sparare sulla folla con proiettili vivi e gas lacrimogeni.

Nonostante la durissima repressione, la protesta coraggiosa e creativa delle giovani generazioni non si è fermata. Le piazze restano piene giorno e notte, i muri si colorano di graffiti e le azioni di disobbedienza civile e nonviolenta si moltiplicano. L’aspetto più caratteristico della rivolta è la mobilitazione giovanile e il rifiuto della frattura confessionale. Vi è una nuova generazione di giovani iracheni, con il cellulare in una mano e nell’altra la bandiera nazionale. Sono laureati e disoccupati, delle classi popolari e della media borghesia. Sunniti, sciiti, curdi e cristiani. Uniti, senza riferimenti politici e religiosi, intonano “La gente vuole abbattere il regime”, “Un altro Iraq è possibile” e “Vogliamo una patria”. Come spiega Ismaeel Dawood, attivista iracheno, funzionario di Un Ponte Per e coordinatore dell’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, l’iniziativa internazionale di solidarietà nata nel 2009 che ha accompagnato la società civile nelle sue lotte per un altro Iraq, “Questi giovani chiedono un futuro migliore. Sono nati poco prima del 2003 o a cavallo di quegli anni, hanno vissuto la guerra e la violenza settaria e non hanno prospettiva per il futuro. Protestano per la corruzione dei partiti e contro una classe politica che mantiene il potere grazie a un sistema settario, influenzato da milizie e attori esterni”.

Basta leggere i dati della Banca Mondiale per capire che l’Iraq è uno dei Paesi al mondo con la popolazione più giovane. Quasi il 50% degli iracheni ha meno di 19 anni e il 60% ha meno di 25 anni. Il tasso di disoccupazione giovanile è invece oltre il 36%. Alle proteste per le condizioni lavorative e la corruzione si sono aggiunte quelle legate alla tragica carenza dei servizi pubblici: gran parte degli iracheni hanno dalle 5 alle 10 ore di elettricità al giorno e in molti casi nessuna fonte di acqua potabile. In uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo, un iracheno su cinque vive al di sotto della soglia di povertà. “I fattori socio-economici sono sempre fattori scatenanti ma è anche vero che vi è una disaffezione verso il sistema politico che, dal 2003, non è cambiato”, spiega Irene Costantini, ricercatrice in Relazioni Internazionali dell’Orientale di Napoli, “Questa frustrazione nasce dall’incapacità della politica di rispondere ai bisogni e alle esigenze dei cittadini iracheni. Come se non avessero sofferto abbastanza in questi anni”.

Sullo sfondo del malcontento, c’è poi il contesto geopolitico, strettamente legato alla sovranità irachena: il Paese si trova nella particolare posizione di alleato dell’Iran e degli Stati Uniti. Al suo interno ospita ancora migliaia di truppe americane ma anche le milizie paramilitari, come Hashd al Shaabi, molte delle quali sostenute dall’Iran. L’influenza iraniana, tuttavia, è molto più profonda nel Paese. Come rivelato da un’inchiesta di Intercept e New York Times lo scorso 18 novembre, la longa manus di Teheran ha infiltrato ogni aspetto della vita politica, economica e religiosa irachena per cooptare le leadership locali e pagare agenti iracheni al servizio degli Stati Uniti per fare il doppio gioco. Le centinaia di pagine di documenti trapelati offrono uno sguardo inedito dall’interno del regime iraniano, dando prova di come l’Iraq sia caduto sotto l’influenza dell’Iran a partire dall’invasione americana del 2003 e abbia trasformato il Paese in un punto di passaggio del potere iraniano. Così l’Iran Cable ha ripercussioni più che mai attuali perché conferma che le proteste dei cittadini iracheni in atto da settimane sono il tentativo di riprendere il controllo del proprio Governo. E non è un caso che proprio a Najaf, città sacra della shia, meta di pellegrinaggi di milioni di fedeli, il consolato iraniano sia stato dato alle fiamme per tre volte nell’ultima settimana.

La moltitudine di iracheni che riempie strade e piazze – a Baghdad e nel sud del Paese – non ha alcuna intenzione di fermarsi dopo le dimissioni del Primo Ministro. Scioperi di lavoratori, studenti e insegnanti continuano giorno dopo giorno. Difficile prevedere come l’Iraq uscirà da questa crisi. Sul piano interno, vi è un’intera classe politica che non è disposta ad avviare riforme che danneggerebbero i propri interessi. Sul piano esterno, l’influenza delle potenze straniere disturba il futuro e la stabilità del Paese. Lo spettro di una guerra civile non è da escludere ma i cittadini iracheni, uniti in piazza senza divisioni etniche e confessionali, lo ribadiscono, “Vogliamo la caduta del regime, non un altro conflitto”.

@SaraManisera

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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