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Quanto è stabile l’Iraq odierno?

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Anche gli americani si preparano alla battaglia di Mosul, annunciano l’invio di altri 217 soldati e di otto elicotteri da combattimento da Apache, che sosterranno lo sforzo sul campo per strappare allo Stato Islamico la seconda città irachena. Ma la domanda è: mentre il Califfato perde colpi e vede calare le proprie risorse economiche, quanto è stabile l’Iraq, o meglio quella parte (maggioritaria) del Paese che non si trova sotto il controllo di al Baghdadi?

 

Poco, si direbbe, perché le divisioni settarie tra sunniti, sciiti e curdi – che si riverberano sulla stessa campagna per Mosul – la corruzione diffusa, il clientelismo partitico e il crollo del prezzo internazionale del petrolio hanno creato un mix pericoloso, indebolendo il già precario governo di Abadi, installato nel 2014, col consenso americano, per creare un potere inclusivo, dopo le divisioni dell’era al Maliki.

Il Parlamento è bloccato, dopo che un gruppo di deputati ha tentato di rimuovere lo speaker Salim al-Juburi, eleggendo al suo posto Adnan al-Janabi. Juburi sostiene che il voto non è valido, in mancanza del necessario quorum. In realtà, i disordini sono cominciati con la decisione del premier Abadi di sostituire l’attuale esecutivo con un governo tecnico, per svincolarsi dal controllo dei partiti. Uno sforzo titanico, in un Paese in cui le forze politiche, con le relative milizie, contano sul controllo dei ministeri per ottenere fondi e finanziare la propria azione. Dall’era di Saddam, i dipendenti a libro paga del governo sono passati da 1 a 7 milioni. Progetti e posti di lavoro fantasma servono solo a svuotare le casse pubbliche e ad alimentare un sistema clientelare, col risultato che, malgrado il petrolio, gli ospedali iracheni devono sospendere l’attività per mancanza di fondi. La situazione è diventata ancora più difficile dopo il crollo delle entrate, causato dalla brusca caduta dei prezzi petroliferi, tant’è che il deficit previsto per il 2016 è di 25 miliardi di dollari.

Abadi, al momento, non è si è scrollato di dosso quel sistema di quote settarie che ha portato i ministeri a diventare lo strumento di ambizioni personali e partitiche. Non è riuscito, quindi, a rispondere alle critiche dell’influente leader sciita Moqtada al Sadr, chierico protagonista dell’insurrezione anti-americana e della guerra civile del 2005-2008. Sadr è stato in grado di radunare più volte migliaia di simpatizzanti nella Zona Verde di Baghdad, lanciando parole d’ordine contro la corruzione e chiedendo un governo tecnico per superare i problemi (secondo Transparency International l’Iraq è l’ottavo Paese più corrotto del mondo). Il 31 marzo Abadi ha presentato una lista di ministri, senza esito. Il ministro del Petrolio, un accademico curdo, ha rifiutato, come lo sciita selezionato per l’Economia. I difensori del sistema di quote sono pronti a sfiduciare il premier.

Come ha scritto sul Guardian uno dei più autorevoli giornalisti che si occupano di Medio Oriente, Martin Chulov, dietro le manovre su Abadi c’è uno scontro di potere all’interno del mondo sciita, tra Najaf e Qom, tra l’ayatollah Sistani, il chierico iracheno più autorevole, e gli iraniani. Dopo la caduta di Saddam, Teheran ha giocato un ruolo fondamentale negli equilibri del vicino. L’apolitico Sistani ha cominciato a preoccuparsi per l’eccessiva influenza dell’Iran – la cui città sacra è appunto Qom–e adesso teme di perdere il controllo della situazione. Da una parte, infatti, Abadi è sempre più debole, dall’altra le milizie sciite, organizzate sotto il nome di Forza di Mobilitazione Popolare (Hashd al Shaabi), sono sempre più potenti. Chulov scrive che Hashd al Shaabi ha un rapporto stretto con l’ex premier al Maliki, il quale è particolarmente vicino all’Iran. Quasi tutte le milizie sciite sono guidate da personaggi legati ai pasdaran iraniani. La Forza ha avuto un ruolo importante nella lotta allo Stato Islamico, soprattutto per la riconquista di Tikrit, ma le sue azioni violente non hanno fatto che rinfocolare lo scontro con i sunniti. La sua eventuale partecipazione alla campagna per Mosul è un grosso interrogativo, perché i vantaggi militari della sua presenza rischiano di essere inferiori ai danni settari che è in grado di provocare.

Insomma, il processo di disgregazione dell’Iraq rischia di accentuarsi, non solo per la presenza dello Stato Islamico, mentre i curdi lavorano per l’indipendenza, annunciando un imminente referendum in materia. Altre voci, invece, parlano in direzione contraria. Jamal Al-Dhari, presidente del PAFI-Peace Ambassadors For Iraq, è venuto a Roma, al Centro Studi Americani, per partecipare ad un panel sul suo Paese ed ha lanciato un messaggio unitario: “All’incontro col ministro degli Esteri del Qatar Khalid bin Mohammad al-Attiyah e ai rappresentanti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Giordaniasono stati delineati 14 punti per l’unità nazionale. Una costituzione inclusiva, identità nazionale senza divisioni, la separazione dei poteri per assicurare l’accountability, un regime federale, una riforma del sistema giudiziario, la riorganizzazione delle forze armate secondo un piano nazionale, separato dalle milizie, il rispetto delle credenze religiose di tutte le comunità e soprattutto il rifiuto del terrorismo, della scomunica, della pulizia etnica e settaria. Il mese prossimo a Parigi ci ritroveremo per una conferenza di riconciliazione, che disegnerà il futuro assetto del governo, in modo da gettare le basi per un piano di pace e riconciliazione”.

@vannuccidavide

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