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Con il voto sull’aborto l’Irlanda ridefinirà la sua identità nazionale

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L’Irlanda ha la legge più restrittiva d’Europa, che impone alle donne la fuga all’estero per poter abortire. Il referendum di domani è un bivio storico per il Paese, che sembra avviato verso una piena secolarizzazione. Ma nelle ultime settimane il fronte conservatore ha recuperato consensi

Nella settimana in cui in Italia si celebrano i 40 anni della legge 194 di regolamentazione dell’aborto, l’Irlanda è chiamata a decidere sulla sua legalizzazione. Ma il referendum abrogativo del 25 maggio è più che una consultazione sull’interruzione di gravidanza: è un bivio che può determinare il futuro dell’identità nazionale.

Insieme a Malta e al Vaticano, l’Irlanda è la nazione europea con la legislazione più restrittiva: l’aborto è consentito solo in caso di gravissimi rischi per la vita della madre ma, dal 1983, l’ottavo emendamento della Costituzione equipara il diritto alla vita del feto a quello della donna, rendendo l’aborto di fatto illegale e chi lo pratica punibile con il carcere fino a 14 anni.

Tecnicamente, il quesito referendario chiede se abrogare, con un Sì, o mantenere, con un No, l’ottavo emendamento. Ma su quel testo di legge si sono infrante o definite migliaia di storie personali: secondo alcune stime, sarebbero almeno 3500 le irlandesi costrette ogni anno – 170mila dal 1983 – a fughe in Paesi dove la procedura è legale, come la Gran Bretagna o i Paesi Bassi. Viaggi costosi, solitari, clandestini. Una sofferenza nascosta per anni e che ora, con la campagna referendaria, sta emergendo: molte di quelle donne hanno deciso di venire allo scoperto e le loro storie sono diventate la dolorosa testimonianza collettiva delle contraddizioni del Paese, fra stigma, ipocrisia e silenzi pesanti.

Percorsi dolorosi che anche dopo decenni lacerano rapporti e spaccano comunità. Un tema ineludibile anche secondo il primo ministro irlandese Leo Varadkar che ha presentato la decisione di indire il referendum, a gennaio scorso, come una dovuta assunzione di responsabilità collettiva.

“L’aborto è già una realtà in Irlanda ma è pericoloso, non regolamentato e illecito… Non credo che la Costituzione sia la destinazione giusta per decisioni definitive in ambito medico, morale o legale… Quello che dobbiamo decidere è se continuare a stigmatizzare e criminalizzare le nostre sorelle, colleghe e amiche o mostrare loro, collettivamente, empatia e compassione”.

È un tema da sempre presente nella politica irlandese: dal 1983, sull’aborto sono stati indetti sei referendum, tutti però relativi ad aggiustamenti minori. Nel 2012 c’è stata una tragica accelerazione dopo la morte di Savita Halappanavar, 31enne dentista indiana che si trovava in Irlanda per completare gli studi. Alla 17ma settimana di gravidanza, viene ricoverata al Galway University Hospital con atroci dolori alla schiena per un aborto spontaneo. Chiede l’intervento dei medici che, vincolati dalla legge, lo rifiutano perché verificano che c’è battito fetale. Savita muore di setticemia una settimana dopo. Ma la notizia esce e accende una mobilitazione permanente. La campagna Repeal the 8th nasce da quella morte.

Nel frattempo, l’Irlanda cambia profondamente. La fiducia nella Chiesa Cattolica – ossatura della società irlandese ma anche ostacolo alla sua modernizzazione – è erosa dall’emergere di scandali sessuali e abusi su generazioni di bambini. Nel censimento del 2016, solo il 78% della popolazione si dichiara cattolica, contro il 91% del 1991.

Il boom economico cambia i consumi e le aspettative. E nel 2015, a sorpresa, il 62% dei votanti approva il Sì al matrimonio omosessuale: l’Irlanda diventa il primo Paese al mondo ad ammettere il same-sex marriage via consultazione popolare.

Tutto fa pensare che il contesto socio-politico sia pronto per una svolta verso la secolarizzazione.

Tanto che perfino i due partiti principali, il Fine Gael di Varadkar e il Fianna Fail – tradizionalmente conservatori ma negli ultimi anni assestati su posizioni liberali in materia sociale – in questo referendum hanno deciso di dare ai loro elettori libertà di coscienza, mentre il Labour, il Sinn Fein e Verdi si schierano per l’abrogazione.

A gennaio, la campagna per il Sì sembrava avere un confortevole margine di vantaggio ma a fine marzo il governo ha pubblicato una bozza del disegno di legge da sottoporre al parlamento in caso di abrogazione dell’emendamento: aborto libero, praticamente senza restrizioni, fino alla 12ma settimana e poi, pur con una serie di limitazioni, fino alla 24ma. È uno strappo troppo radicale, che riattiva la campagna del No e, soprattutto, va ad accrescere la percentuale di indecisi sottraendo voti al Sì. Nelle ultime settimane ai registri elettorali si sono iscritte 125mila persone in più. Perfino gli anziani genitori di Savita intervengono con un dolente appello a votare Sì, perché il destino della figlia non si ripeta.

Una polarizzazione che disegna due Irlande, con due identità e due visioni inconciliabili: le aree rurali e gli anziani per il No, i giovani e i centri urbani per il Sì. Venerdì, dalle urne, non uscirà solo una decisione sul diritto all’autodeterminazione delle donne irlandesi. La vera posta in gioco è la ridefinizione, in senso conservatore o progressista, dell’identità nazionale.

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