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RETROSCENA

Israele e Turchia verso il dialogo

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Israele e Turchia sembrano avvicinarsi dopo i rapporti burrascosi degli ultimi anni. In seguito agli Accordi di Abramo, Istanbul ha paura di restare isolata

Ebrei ultra ortodossi protestano contro le restrizioni del Governo a Gerusalemme, 9 febbraio 2021. REUTERS/Ronen Zvulun

Ci sarebbero timidi segnali di riavvicinamento tra Israele e Turchia. Lo riferisce la stampa israeliana. E non è difficile credere che sia vero: i due Paesi, storicamente, hanno un legame lungo quanto burrascoso. Fu proprio la dissoluzione dell’Impero Ottomano che consegnò agli inglesi l’allora Palestina poi britannica e furono gli ottomani a controllare Gerusalemme dal 1516, anno in cui l’impero ottomano la prese dai mamelucchi, per quattro secoli fino al 1917, quando l’impero si dissolse.

Fu in quel periodo che vennero costruite le mura della città vecchia come le vediamo, in gran parte, oggi. Ma i rapporti burrascosi si sono acutizzati soprattutto negli ultimi anni, a causa della posizione israeliana nei confronti dei palestinesi. Ankara, infatti, è da sempre uno dei più strenui difensori della causa palestinese. Non senza un tornaconto: non è un mistero che dietro il soft power turco in Palestina, fatto di aiuti, strade, tutoraggio anche politico, ci sia la volontà di Erdogan di riprendere, come fu per Solimano il Magnifico, il controllo del terzo sito più importante per i musulmani, quella Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio, come lo conoscono gli ebrei) che oggi è controllata da una fondazione giordana. I rapporti si sono fatti molto tesi undici anni fa.

Nel 2010, nove attivisti turchi furono uccisi dalla marina israeliana mentre quelli, a bordo di una flottiglia, rompevano il blocco navale per andare a portare aiuti a Gaza. Solo nel 2016 i due paesi ripresero a parlarsi. Per poi tornare a scontrarsi nel 2018, dopo l’uccisione da parte di Israele di 60 palestinesi a Gaza, che per il Paese della stella di Davide erano terroristi di Hamas e di altri gruppi, mentre Ankara parlava di genocidio. Da allora, Turchia e Israele hanno richiamato i rispettivi ambasciatori nell’altro Paese e, a oggi, non sono stati rimpiazzati, anche se a dicembre scorso il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, annunciando la nomina del suo ambasciatore presso lo stato della stella di Davide, ha detto che la Turchia vorrebbe legami migliori con Israele, ma non accetta la politica di questi nei confronti della Palestina. In verità Ankara non sostiene solo il Governo di Ramallah, ma anche Hamas e altri gruppi di Gaza. E, questo, ovviamente non sta bene a Israele.

A Istanbul, Fatah e Hamas hanno siglato una riconciliazione e nella città turca hanno pure gettato le basi dell’accordo che ha portato a decidere di tenere le elezioni a partire da maggio, cosa che non accadeva da sedici anni. Una decina di giorni fa scorsa in Turchia è anche atterrato un aereo dell’El Al, cosa che non succedeva da tempo, anche se ci sono sempre stati quotidiani voli tra Istanbul e Tel Aviv con compagnie turche, sia di linea che low cost e gli israeliani apprezzano molto il mare e le strutture turistiche della Turchia. Qualche segno di avvicinamento tra i due si era registrato anche a settembre scorso, durante la crisi del Nagorno Karabakh, quando entrambi i Paesi hanno sostenuto l’Azerbaijan contro l’Armenia. E sia Turchia che Israele avevano anche in Donald Trump un amico comune. Ma quello che ha smosso il “sultano” Erdogan verso Israele, è sicuramente stata la firma degli Accordi di Abramo, con i quali Gerusalemme ha normalizzato i rapporti con quattro stati arabi, di fatto cambiando la geopolitica dell’area.

Quello che preoccupa la Turchia è di rimanere sempre più isolata, di perdere la sua sfera di influenza. Anche la recente fine dell’embargo contro il Qatar da parte di Arabia Saudita ed Emirati (i secondi già firmatari degli accordi di Israele e i primi che “ci stanno pensando” e che non nascondo di voler mettere le mani anche loro sulla Spianata delle Moschee), ha ridotto l’influenza nell’area di Ankara che si era erta a difensore di Doha. Negli ultimi anni la Turchia ha aumentato la sua presenza e le sue mire espansionistiche nel Mediterraneo, soprattutto alla ricerca di idrocarburi. Con Grecia e Cipro, da sempre due Paesi vicini politicamente a Israele, la Turchia da tempo non ha buoni rapporti e Ankara si è assicurata dalla Libia la possibilità di esplorazioni nel Mediterraneo per poi costruire oleodotti. In questo percorso, l’importanza della presenza di Israele è centrale. Dal canto suo, normalizzando con la Turchia, Israele potrebbe aprire un altro canale importante nel mondo islamico, soprattutto verso un Paese che ha una grande influenza su Hamas. Alcuni analisti, non credendo ancora maturi i tempi di una conciliazione totale tra i due paesi, immaginano un rapporto che ricalchi quello che Gerusalemme ha con Doha: Israele non ha formali relazioni diplomatiche con il Qatar, ma si “parlano” e cooperano soprattutto nel trasferimento dei milioni di dollari necessari alla loro sopravvivenza, da Doha a Gaza.

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L'AUTORE

Nello del Gatto

[GERUSALEMME] Corrispondente per diverse testate, dopo 6 anni in India e 5 in Cina per Ansa. Autore e conduttore di Radio 3, è esperto di Asia e Medio Oriente.
GUALA