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RETROSCENA

Israele: dopo gli exit poll, iniziano le prove di alleanze

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Due cose sono certe: il partito di Netanyahu è il primo partito e nessuna coalizione riesce ad avere la maggioranza per governare

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo l’annuncio degli exit poll a Gerusalemme, 24 marzo 2021. REUTERS/Ammar Awad

Con la quasi totalità dei voti scrutinati nelle quarte elezioni in due anni per Israele, due sono le certezze: il Likud di Benjamin Netanyahu è il primo partito, non smuovendosi dal suo blocco di consensi e nessuna coalizione riesce ad avere la maggioranza per governare. Quello che praticamente è successo in ogni elezione da due anni a questa parte. Ora sarà solo un gioco di apparentamenti, alcuni dei quali paiono davvero azzardati.

Se infatti il Likud e gli alleati storici della destra ortodossa ebraica (Shas, United Torah in Judaism e Religious Zionism) pare abbia bisogno di almeno 9 seggi per raggiungere la maggioranza di 61 seggi necessari per governare, mettendo insieme tutto il fronte anti Netanyahu, che va dalla sinistra alla destra estrema passando per gli arabi, arriva a 56 seggi. Il fulcro di questa alleanza è Yar Lapid, l’ex giornalista a capo di Yesh Atid. Lui è quello che, insieme a Benny Gantz, formò l’alleanza Blu e Bianco per poi romperla quando l’ex capo di Stato maggiore si accordò con Netanyahu per un Governo di coalizione e premierato a rotazione.

Gli exit poll

Gli exit poll gli danno 17 seggi e potrebbe essere fatto il suo nome per la premiership. A sostenerlo, da un lato i partiti di sinistra, Labor e Meretz, che parevano scomparsi e che invece oltre a superare la soglia di sbarramento del 3,25% otterrebbero rispettivamente 7 e 5 seggi. Dall’altro, i partiti di destra di New Hope dell’ex delfino di Netanyahu Gideon Sa’ar e il partito russofono Yisrael Beiteinu. In mezzo anche il redivivo Benny Gantz. Tutti dovrebbero avere anche l’appoggio della Lista Araba Unita che, orfana del partito Ra’Am scenderebbe a 6 dei 15 seggi. L’unico collante di questa coalizione, sarebbe il sentimento anti Netanyahu. Se è vero che in politica nulla è definito e sicuro, come potrà però avere vita semplice una coalizione che mette insieme partiti arabi e anti, partiti di destra e di sinistra?

Certo, la volontà di far terminare il “regno” di Netanyahu è forte, ma il Presidente Reuven Rivlin, il cui mandato scadrà fra qualche mese, ci dovrà pensare molto prima di aprire a questo tipo di alleanza. L’alternativa sarebbe il voto. Il quinto. Troppo, per cui si potrebbe ingoiare il boccone amaro di un altro esecutivo a guida Netanyahu, con l’appoggio dell’ex suo sodale Naftali Bennet e del suo Yamina e, soprattutto dell’arabo Ra’am che, proprio per i contatti avuti in campagna elettorale con il premier più longevo della storia di Israele, ha rotto l’alleanza dei quattro partiti arabi.

Ra’am ha rosicchiato non pochi voti e i seggi non solo della lista araba unita, ma anche, a causa del sistema proporzionale, proprio del Likud e dei partiti di destra storici alleati di Netanyahu. Improbabile un suo ingresso nel Governo, ma non improbabile un sostegno esterno. Dopotutto, Netanyahu ha promesso loro che avrebbe realizzato un Ministero per i palestinesi con un palestinese, il primo, inserito in lista del Likud. Ma Ra’am ha aperto alla possibilità di sostenere anche lo schieramento anti Netanyahu, per cui i giochi non sono ancora fatti. Per ora vige il divieto di parlare per tutti, per non fare promesse o proclami che poi verrebbero sconfessate poco dopo o potrebbero inficiare le alleanze. Bisognerà attendere venerdì per i dati finali e le consultazioni che convocherà Rivlin per capire come evolverà. Mentre si attendono i risultati, tra quelli che sono alla finestra ad attendere, spiccano Ramallah e Washington.

Verso le elezioni in Palestina

Anche nei Territori Palestinesi è momento di apparentamenti per le elezioni, le prime in 15 anni, che si terranno a partire da maggio. Dopo che Hamas e Fatah nei giorni scorsi hanno annunciato che non correranno nella lista unita – decisione presa soprattutto per non urtare la suscettibilità di quei Governi che non vedono di buongrado un Governo del partito che controlla Gaza -, un sondaggio ha dimostrato che nessuno dei due potrà avere la maggioranza per governare, ma si dovrà apparentare con i partiti più piccoli o con l’altro contendente maggiore. Il sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research ha rilevato che se le elezioni si tenessero oggi Fatah avrebbe il 43% dei voti e Hamas il 30% e circa l’8% voterebbe per varie altre fazioni, con il 18% di elettori indecisi. Ma una potenziale lista di Mohammed Dahlan, l’ex leader di Fatah che vive negli Emirati, cacciato da Abbas e condannato in patria, guadagnerebbe il 10%. E Nasser al-Qidwa, che è stato espulso da Fatah, nipote di Arafat, potrebbe vincere il 7%. Preleverebbero principalmente voti da Fatah, facendo scendere la sua quota a circa il 30%.

Anche Washington guarda alle elezioni israeliane, per cominciare una nuova fase. Dopo la politica totalmente filo israeliana di Trump, l’amministrazione Biden si sta muovendo su terreni diversi. Ieri si è riunito per la prima volta in tre anni il quartetto di mediatori (Stati Uniti, Russia, Unione europea e Onu,) sulla crisi israelo-palestinese. Il quartetto ha chiesto ad entrambe le parti di evitare decisioni e mosse unilaterali per tornare a discutere. Qualche giorno fa da Washington è giunta la notizia che, diversamente dal piano di pace presentato da Trump, l’amministrazione Biden starebbe lavorando a una soluzione a due stati entro i confini del 1967. Soluzione anacronistica secondo i più.

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L'AUTORE

Nello del Gatto

[GERUSALEMME] Corrispondente per diverse testate, dopo 6 anni in India e 5 in Cina per Ansa. Autore e conduttore di Radio 3, è esperto di Asia e Medio Oriente.
GUALA
AUTEC