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RETROSCENA

Israele, Cisgiordania: annessione mancata

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Israele non ha annesso parte della Cisgiordania con la Valle del Giordano. Trump si è defilato, la situazione è confusa e tutto sembra rimandato

Una donna tiene una chiave durante la protesta dei palestinesi nella “giornata della collera” contro il piano israeliano di annettere parti della Cisgiordania occupata da Israele, Gaza, 1° luglio 2020. REUTERS/Mohammed Salem

Il primo luglio è passato e Israele non ha annesso, come annunciato cinque mesi fa, il 30% della Cisgiordania con la Valle del Giordano. Diversi i fattori che hanno portato a questa decisione Benjamin Netanyahu, il principale fautore del progetto, sostenuto dal piano di pace, il “piano del secolo” presentato dal Presidente americano Donald Trump.

Più che questioni interne, legate alla politica, più che le parole e gli slogan degli oppositori al piano – israeliani (sia ebrei che arabi) e palestinesi – ha potuto il silenzio americano. Nei giorni scorsi era stata annunciata una dichiarazione sull’annessione da parte di Donald Trump ma il Presidente americano, in caduta libera nei sondaggi per diversi problemi negli Usa a cominciare dal coronavirus (caduta che fa temere per le elezioni di novembre), si è defilato.

I suoi emissari a Gerusalemme, nei colloqui con le diverse anime del Governo israeliano, hanno premuto sul freno, spingendo a un certo punto Benny Gantz – attuale Ministro della Difesa ma prossimo Primo Ministro tra poco più di un anno – a dire che la data del primo luglio non era scolpita sulla pietra.

La situazione resta alquanto ingarbugliata, dimostrata dal fatto che lo stesso Gantz, qualche giorno fa, aveva detto che non si poteva aspettare in eterno i palestinesi. Il coronavirus ha fornito una via d’uscita onorevole a tutti: a Gantz, che ha sottolineato come l’emergenza sanitaria (ed economica) sia ora la priorità invece che l’annessione; a Netanyahu, che ha potuto calmare i malumori degli alleati di destra soprattutto dei coloni degli insediamenti; a Trump, che può non scontentare la sua importante base elettorale fatta di ebrei e evangelici che spingono sull’annessione. Difficile che sia stata cancellata, probabile che sia solo rimandata e che questo rinvio permetta una sua riscrittura. Non più la quota percentuale di Cisgiordania prevista nel piano, ma meno, forse pochi insediamenti.

Dopotutto, nei giorni scorsi, Netanyahu ha inviato il capo del Mossad, Yossi Cohen, a parlare con il re di Giordania. Il sovrano hashemita, da alleato con Israele e vicino alla causa palestinese, è pure preoccupato per una ondata di profughi che potrebbe verificarsi, anche se l’establishment israeliano ha comunque negato una seconda Nakba, la deportazione di palestinesi dalle proprie case e dai territori nei quali vivono ora. Gantz su questo (ma dopotutto il piano di Trump lo specifica) è stato categorico.

L’incontro ad Amman è servito a spiegare che Israele aveva intenzione di annettere “solo” tre insediamenti: Ma’ale Adumim, Ariel e Gush Etzion. Ma’ale Adumim si trova a pochissimi chilometri da Gerusalemme sulla strada verso il Giordano; Gush Etzion si trova a sud della città santa, mentre Ariel si trova nel cuore della Cisgiordania, a sudovest di Nablus. La strada che collega Gerusalemme con Ma’ale Adumim è la stessa che scende nella Valle del Giordano fino al Mar Morto. Strada israeliana, con strutture israeliane.

Ma’ale Adumim non è proprio quello che si può definire un insediamento, come si può credere; è una vera e propria città, sulla collina, a destra scendendo. Le opere infrastrutturali non lasciano neanche la sensazione che si trovi in territorio non israeliano, come succede per altri insediamenti.

Questi tre potrebbero essere la risposta soft di Israele alla spinta all’annessione forte che arriva dalla destra e dai coloni. Il messaggio recapitato ad Amman ha avuto più il valore di “parlare alla nuora perché suocera intenda”, in quanto lo stesso messaggio è stato poi girato da Amman a Ramallah ai vertici dell’autorità palestinese. E forse questo ha spinto il Presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) a scendere a più miti consigli, a dire di essere pronto a un dialogo con Israele (anche Netanyahu si è dichiarato qualche giorno fa disponibile) e a discutere di una annessione diversa, con piccole concessioni territoriali.

Cosa succederà ora? L’opera di mappatura delle aree dovrà continuare e Netanyahu userà tutta la sua abilità politica, soprattutto a livello internazionale (dimostrata da contatti con Paesi che negano addirittura l’esistenza di Israele, come Arabia Saudita ed Emirati) per far passare questa annessione soft. Dopotutto, di fatto, si tratta di regolarizzare una situazione che è già in essere.

Questo non significa che sia legittimo occupare terre altrui; ma se anni di conflitti, di risoluzioni delle Nazioni Unite non vincolanti e con doppi fini, di rivendicazioni di terre che comunque non appartenevano a nessuno Stato se non ai legittimi abitanti ingiustamente cacciati, non hanno portato a nulla, qualche motivo ci dovrà pure essere.

Lo sanno bene gli attori principali che si trovano ad affrontare nuove sfide. Da un lato, Netanyahu fa i conti con una crisi economica importante nel Paese ma, soprattutto, con la crisi del suo principale alleato e mentore; dall’altro, il Presidente palestinese è di fatto messo un po’ in disparte dai Paesi arabi che prima lo sostenevano a spada tratta. E questo, soprattutto per l’incapacità amministrativa e politica del Governo palestinese, indipendentemente dalle indiscusse colpe israeliane, tanto che pure nel Paese l’opposizione ad Abbas si fa sempre più pressante. Non è un caso neppure che Hamas, tra il lancio di un razzo e un altro, preferisce parlare direttamente con Israele invece di passare da Ramallah.

@nellocats

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