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RETROSCENA

Israele dopo le elezioni: è ancora instabilità

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Le elezioni del 23 marzo in Israele non hanno portato alcuna novità: l’unica certezza è la contrapposizione di due gruppi definiti, uno a favore di Netanyahu, l’altro contro

Israele post elezioni

Una manifestazione contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, 8 febbraio 2021. Il cartello recita: “Hai fallito”. REUTERS/Ammar Awad

Non si diradano le nubi sul cielo di Israele che attende un Governo stabile dopo troppi anni. Quattro elezioni in due anni non sono state sufficienti per dare al Paese un esecutivo con l’avallo delle urne e lo spettro di altre elezioni è sempre più incombente.

Oggi il Presidente Reuven Rivlin, che finirà a luglio il suo mandato, ha ricevuto dal giudice della Corte Suprema e capo della commissione elettorale centrale, Uzi Vogleman, i risultati finali e ufficiali delle elezioni dello scorso 23 marzo. Nessuno scossone, nessuna novità, ma un quadro definito di instabilità, nella quale l’unica cosa che emerge forte, è una contrapposizione di due gruppi che girano intorno a una sola figura: Benjamin Netanyahu.

Come era emerso dagli exit poll, infatti, si sono definiti due gruppi distinti molto definiti, i “pro” e i “contro” il premier più longevo della storia di Israele. I “pro”, che oltre al Likud vedono i partiti di estrema destra ortodossi e tra loro anche i kahanisti, gli ebrei contrari a tutte le comunità non ebraiche o che non ne rispettano le leggi, come arabi, fedeli di altre religioni e alla comunità LGTB, hanno bisogno di nove seggi per raggiungere i sessantuno necessari per avere la maggioranza in Parlamento e presentare a Rivlin il nome di Netanyahu per il premierato.

Bibi e i suoi hanno cominciato le grandi manovre. Prima hanno cercato di convincere singoli parlamentari a entrare nel loro gruppo. Poi hanno flirtato con il partito arabo Ra’am, che il premier ha contribuito a far uscire dalla Lista Araba Unita e dal quale ha ottenuto la promessa di un appoggio esterno. Infine, si sta facendo sempre più forte il pressing su Naftali Bennet e il suo Yamina, un tempo alleati di Netanyahu (è stato, il leader del partito, anche Ministro della Difesa in uno dei Governi di Netanyahu e capo della sua segreteria), ora ago della bilancia. Netanyahu si è anche appellato a tutti i partiti di destra, anche quelli dei suoi ex amici e alleati, affinché costruiscano insieme il nuovo Governo. Anche con i soli voti di Yamina, il gruppo dei “pro” Netanyahu resta sotto la soglia dei 61, mancano ancora due voti all’appello. Per questo, il premier, che fino a ora non ha parlato, punterebbe a un Governo di minoranza, magari affidatogli in seconda battuta, con l’appoggio esterno degli arabi.

Dall’altro lato, alla coalizione “contro” Netanyahu che, dai partiti di sinistra Labor e Meretz, passando per gli arabi della lista unita, al centrista Yar Lapid (secondo nei voti dietro il Likud con il suo Yesh Atid), al Blu e Bianco di Benny Gantz, fino ai partiti di destra New Hope dell’ex Likud e delfino del premier Gideon Sa’ar e al partito dei russofoni di Avigdor Liberman, mancano 4 seggi. Per questo, il pressing non solo è su Yamina affinché passi da quest’altro lato della barricata, ma si sta anche cercando di convincere Ra’am. E, i partiti di destra della coalizione stanno facendo pressioni su Lapid affinché rinunci alle sue velleità del premierato, che gli competono visto che il suo è il primo partito della coalizione, per offrirlo a Bennet in cambio dell’adesione. L’idea sarebbe quella di andare verso un premierato a rotazione, con Bennet che comincia per primo e Lapid a seguire. Certo è che una coalizione così ampia, anche se unita dal sentimento anti Netanyahu, potrebbe avere vita difficile.

Come potranno convivere i labouristi e gli arabi con gli esponenti della destra che non vogliono sentire parlare di stato palestinese, è ancora da spiegare. Lo sa bene Rievlin che oggi, ricevendo i dati finali, ha auspicato che possano esserci, per formare la coalizione di Governo, anche “collaborazioni insolite” tra partiti per trovare a quadra e dare al Paese un Governo stabile, allontanando il pericolo di nuove elezioni. Il Likud, dopo che il Presidente Rivlin ha fatto appello all’unità anche attraverso le “collaborazioni insolite”, considerando questo come un sostegno alla coalizione anti Netanyahu, ha protestato in tutti i consessi, ricordando anche duramente al Presidente il suo ruolo super partes. Intanto, il 5 aprile sarà anche la data dell’inizio del processo che vede imputato, in tre casi, Benjamin Netanyahu. E due giorni dopo, Rivlin dovrebbe annunciare il nome della persona a cui affiderà l’incarico di formare il nuovo Governo.

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L'AUTORE

Nello del Gatto

[GERUSALEMME] Corrispondente per diverse testate, dopo 6 anni in India e 5 in Cina per Ansa. Autore e conduttore di Radio 3, è esperto di Asia e Medio Oriente.
GUALA
AUTEC