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Il ritorno di Yulia

Il Presidente uscente sfida la rediviva Yulia Tymošenko, favorita nei sondaggi. A sparigliare, un outsider: il popolare comico Volodymyr Zelensky

Yulia Tymoshenko durante il congresso del partito Batkivshchyna. REUTERS/Valentyn Ogirenko/Contrasto
Yulia Tymoshenko durante il congresso del partito Batkivshchyna. REUTERS/Valentyn Ogirenko/Contrasto

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di marzo/aprile di eastwest.

Le elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 31 marzo rappresentano un passaggio fondamentale per l’Ucraina post-Maidan. Non solo perché definiranno la strada per i prossimi 5 anni, ma anche perché saranno un importante test in vista dell’altro appuntamento elettorale del 2019, le elezioni parlamentari di ottobre. Il tutto in un contesto che vede il conflitto nell’est del Paese ben lungi dall’essere risolto, l’annessione della Crimea che continua a contrapporre, non solo sul piano retorico, Kiev e Mosca e un lento affievolirsi dell’importanza dell’Ucraina nei piani delle cancellerie occidentali. La campagna elettorale, iniziata il 31 dicembre scorso, non sarà quindi priva di sorprese e si giocherà su più tavoli dove aspetti domestici e internazionali si fondono.

Nonostante siano più di venti i candidati registrati, la vera battaglia secondo i sondaggi si giocherà tra il Presidente uscente, Petro Poroshenko, e un’altra vecchia conoscenza della politica ucraina, Yulia Tymoshenko. La possibile sorpresa, dovuta anche all’alto livello di indecisione dell’elettorato, potrebbe essere rappresentata da Volodymyr Zelensky, popolare attore e comico.

La prima notizia, in effetti, è che le elezioni si terranno. Lo scontro a fuoco tra navi ucraine e la marina russa nel mar d’Azov aveva suscitato non poche preoccupazioni. A quella che è stata subito definita come un’aggressione russa, Kiev aveva reagito con l’introduzione delle leggi marziali. In molti avevano visto nella fretta con cui il Presidente, in grave crisi di consensi, aveva dichiarato lo stato d’emergenza, un mal celato tentativo di annullare o posticipare le elezioni. Così non è stato. Su forte pressione di un’ala del parlamento e, soprattutto della società civile, le leggi marziali sono state introdotte per soli 30 giorni (invece dei 60 proposti) permettendo un regolare inizio della campagna elettorale.

Il divampare della nuova tensione con la Russia però ha avuto lo stesso un impatto sul clima politico interno. La crisi nel mar d’Azov è servita a distogliere l’attenzione, almeno in parte, dai numerosi problemi irrisolti sul piano politico, economico e sociale. Nella sua campagna elettorale, infatti, Poroshenko ha deciso di ridurre all’osso i riferimenti alle difficoltà economiche, alla piaga della corruzione, all’urgenza di riforme strutturali nel sistema giudiziario. Ai problemi causati dalla crescente pressione esercitata dall’apparato statale e dall’amministrazione presidenziale tramite gli opachi Servizi di sicurezza (SBU) sulla libertà di stampa, sugli attivisti e sulla società civile più in generale. Lingua, fede, esercito è lo slogan ufficiale del Presidente uscente che non sembra voler fare nulla per scavalcare il recinto accuratamente costruito dallo staff responsabile della campagna elettorale. Non sorprende che oltre all’aggressione russa l’altro tema che − in piena campagna elettorale − ha dominato il dibattito è stato quello dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina e ha visto Poroshenko come principale attore protagonista. Il tutto condito da un controllo sempre più stretto sui mezzi d’informazione e da una strategia sempre più aggressiva sui social media, con tanto di troll pro-presidenziali. Una bella differenza rispetto allo slogan del 2014: Vivere in modo nuovo

D’altro canto, non può non sorprendere la popolarità di Yulia Tymoshenko, nonostante un armadio pieno di scheletri e la sua ambiguità di fondo nei confronti del Cremlino. “Regina del gas” durante la fase di privatizzazione negli anni Novanta, legata a doppio filo al clan degli oligarchi di Dnepropetrovsk, alleata e poi rivale di Leonid Kuchma padre-padrone dell’Ucraina post-indipendenza, Primo Ministro con Yushenko, prigioniera politica sotto Yanukovich. Ora promette di risolvere le difficoltà economiche e di riprendere il controllo su Crimea e Donbass. “Come?” è la domanda alla quale nessuno ha sentito una vera risposta.

Il fatto che Yulia Tymoshenko sia ad oggi una delle favorite nella corsa presidenziale rappresenta una cartina di tornasole della situazione politica nel Paese. A cinque anni di distanza dalle promesse e dall’entusiasmo delle proteste di Maidan che hanno costretto alla fuga l’allora Presidente Viktor Yanukovich, molti dei problemi cronici rimangono irrisolti. La commistione tra potere economico-oligarchico e la politica, di cui proprio Poroshenko e Tymoshenko sono perfetti esempi, rimane il punto centrale di ogni competizione elettorale. Nonostante il ritorno ad un sistema semipresidenziale, il clientelismo rimane una pratica dominante nel parlamento che, de-facto, è oggi un organo sotto il controllo del Presidente. I partiti rimangono semplici “strumenti elettorali”. In linea con i trend precedenti, ad esempio, tra il 2013 e il 2015 sono nati 45 nuovi partiti. La maggioranza di essi in pratica non esiste già più. Certo, ci sono stati alcuni successi, come la non scontata stabilizzazione macroeconomica in tempi di guerra, grazie ai prestiti del Fmi e dei partner occidentali. O come la parziale riforma del farraginoso sistema energetico gestito dal colosso statale dai piedi d’argilla come Naftogaz. O, infine, la parziale decentralizzazione che ha dato più autonomia agli enti locali.   

Nell’Ucraina post-Maidan, però, questi pochi successi non possono bastare al cospetto di un sistema politico rimasto in pratica nelle mani dei soliti noti. Così, mentre secondo alcuni sondaggi circa l’80% degli ucraini ora pensa che il Paese si stia muovendo nella direzione sbagliata, il fatto che a guidare la lunga lista dei possibili outsider sia l’attore Volodymyr Zelensky rimane un segnale poco confortante. Sebbene Zelensky sia un volto nuovo, i suoi slogan e gli appelli alla pancia del Paese rimangono vaghi e contraddittori. Inoltre, anche se sembra capace di catalizzare il crescente malcontento generale non solo verso l’attuale Presidente ma anche verso le istituzioni politiche più in generale, rimangono dubbi sulle sue reali intenzioni. In molti vedono in Zelensky una pedina nelle mani del potente oligarca Igor Kolomoisky che − in aperta guerra con Poroshenko a causa della nazionalizzazione del colosso finanziario PrivatBank − potrebbe utilizzare il “suo” candidato come pedina di scambio per assicurarsi i favori del futuro Presidente, chiunque esso sia.    

Nonostante la grande imprevedibilità di questa tornata elettorale che porterà quasi certamente due candidati a sfidarsi nel secondo turno, l’unica cosa certa è la drastica diminuzione dell’importanza della divisione tra est e ovest. Grazie alla guerra, alla perdita dell’elettorato in Crimea e nel Donbass e alla continua lotta intestina nell’unico partito con una posizione apertamente favorevole a Mosca (Blocco d’opposizione), una vittoria di un candidato pro-Cremlino sembra oggi impossibile. Sebbene alcune speculazioni vorrebbero la Tymoshenko, in caso di vittoria, barattare la Crimea per il Donbass, questo appare uno scenario più che remoto. Qualsiasi sia il vincitore, infatti, la direzione in politica estera sembra destinata a rimanere allineata con l’Ue e la NATO. Ed è proprio la politica di Bruxelles e Washington che sarà un elemento fondamentale non solo per forzare il nuovo Presidente ad inaugurare una nuova fase di riforme, ma anche nel mediare una soluzione, seppur difficile e ad oggi imprevedibile, del conflitto nel Donbass. Il tutto, come di consueto, con il convitato di pietra pronto ad approfittare di ogni segnale di instabilità.

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