eastwest challenge banner leaderboard

Iva e il "cavaliere bianco"

L’economia reale peggiora, anche se il risparmio sugli interessi si prolunga: per bloccare l’aumento dell’Iva servirebbe qualche coniglio nel cappello…

L’ex Ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria durante il suo intervento al G20. Franck Robichon/Contrasto/Pool via REUTERS
L’ex Ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria durante il suo intervento al G20. Franck Robichon/Contrasto/Pool via REUTERS

Era una montagna enorme, assai difficile da scalare. Così l’hanno fatta saltare. A guardare la cronologia della crisi di Governo con le lenti dell’economia, l’apparente irrazionalità della politica italiana acquista una sua logica. In assenza del colpo di mano salviniano, dopo le promesse dell’estate, sarebbe arrivata la realtà dell’autunno. Con la pubblicazione degli obiettivi di finanza pubblica a metà settembre, doveva iniziare l’iter istituzionale e politico della legge di stabilità per il 2020, da presentare entro dicembre. Ma il secondo partito del Governo − e il primo nei sondaggi – si è sottratto all’iter: qualcun altro lo farà senza di lui, oppure la manovra toccherà al futuro Governo uscito dalle urne. La soluzione del rebus dipenderà dalla sapienza istituzionale di Mattarella e dalle mosse dei partiti. Ma poiché l’urgenza della manovra economica sarà uno degli attori, o dei pretesti, in campo, vale la pena vedere nel dettaglio qual era il quadro che la defunta maggioranza gialloverde ci ha lasciato, e quali possono essere gli scenari alternativi.

Sul piano strettamente economico, la sessione di bilancio che si apre in piena crisi ha davanti a sé alcune novità negative e altre positive: da un lato, il peggioramento dell’economia reale; dall’altro, una specie di “regalo” postumo di Draghi, con un risparmio sulla spesa per interessi; e un trascinamento positivo anche della manovra di metà anno fatta a luglio. Due elementi utili ma certo non risolutivi, di fronte alla montagna da scalare per il 2020: che partiva già con 27,6 miliardi ipotecati, ossia da trovare, ai quali se ne sarebbero dovuti aggiungere almeno altrettanti seguendo le promesse di Salvini e Di Maio.  

Una cosa è certa: il “cavaliere bianco”, il salvataggio inatteso, non arriverà dalla ripresa economica. Per il 2020 le previsioni più accreditate stimano l’andamento del Pil attorno allo 0,7-0,8%. Non c’è da brindare. La cattiva performance dell’economia ha un duplice impatto negativo sui conti pubblici: per il suo effetto sulle entrate fiscali e contributive, e perché allontana i parametri europei di rapporto tra deficit e Pil. È vero che Lega e M5S avevano promesso di infischiarsene, di tali parametri; ma è anche vero che finora, a ogni tornante della trattativa con Bruxelles, Roma alla fine è rientrata sulla via tracciata dall’appartenenza all’area dell’euro. Lo ha fatto con la manovra per il 2019 e poi con la correzione del decreto fiscale del primo luglio. Forse era loro intenzione farlo anche in autunno, se non fosse saltato tutto, prima (ossia scrivendo già una manovra in linea con le richieste della vecchia Commissione Ue) o poi (puntando a un deficit più alto e poi aprendo una trattativa con la nuova Commissione). Per ora, i numeri scritti e approvati anche da Bruxelles parlano di un deficit tendenziale, per il 2020, del 2,1% del Pil.

Il problema è che a quel 2-2,1% ci si arriva con l’aumento dell’Iva, ossia se scattano le clausole di salvaguardia che ci trasciniamo da un anno all’altro. Ma tutti chiedono il blocco dei rincari Iva: questo vuol dire che già “a bocce ferme” il Governo deve trovare, per il 2020, 23,1 miliardi che vadano a compensare il mancato aumento dell’Iva. In automatico, vanno cercati anche altri 3-4 miliardi per alcune spese che vanno rifinanziate. Così il conto è già salito a quasi 27,6 miliardi. Ai quali ne vanno aggiunti altri 5 se si vuole portare il deficit all’1,8% del Pil, come concordato con Bruxelles.

Di contro, quali sono i risparmi di spesa, sempre “a bocce ferme”? Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, i tre quarti della manovra correttiva di luglio per il 2019 si trascineranno anche nel 2020. Si tratta in particolare delle minori spese per i pensionamenti anticipati (quota 100) e il reddito di cittadinanza: 3 miliardi, derivanti in parte da errate previsioni del Governo sul “gradimento” dei suoi stessi provvedimenti. Altri 2 miliardi verranno, salvo inattesi tumulti sui mercati, dal risparmio della spesa per interessi derivante dalla politica monetaria espansiva della Bce e dalla riduzione dello spread – almeno fino alle turbolenze di agosto. Con cinque miliardi di “aiuto” e quasi 28 di “ipoteca”, i blocchi di partenza della manovra erano già in salita decisa.

Salita che si era fatta ripidissima con gli annunci messi sul tavolo, per il 2020, da Lega e 5 Stelle: la prima punta all’estensione della flat tax al massimo possibile, fino al suo obiettivo dichiarato in campagna elettorale, ossia un’aliquota unica al 15% per tutti i redditi. Il Movimento 5 Stelle ha scelto altri due cavalli: fisco, con una riduzione del numero delle aliquote che abbassi le tasse sul ceto medio, e salario minimo legale. Queste bandiere agitate nel vento della manovra sono destinate a restare, probabilmente, come temi della campagna elettorale, quando ci sarà. E poiché la proposta di salario minimo, benché senza impatto diretto sul bilancio pubblico, è destinata ad avere vita complicata, per le condizioni politiche e sociali, la competizione tra i due ex alleati si gioca ancora una volta tutta sulle tasse e sulle diverse proposte in campo.

Va detto che nessuna di queste è una “flat tax”, a rigor di termini. La prima proposta leghista è quella di applicare l’aliquota unica del 15% − ora riservata agli autonomi in regime forfettario – a tutti i redditi familiari sotto i 50.000 euro. Questa proposta avrebbe molti difetti tecnici, a partire dal fatto che una parte dei contribuenti continuerebbe, come ora, a essere tassata su base individuale, un’altra passerebbe al fisco “familiare”. E, com’è nella logica della flat tax, il suo vantaggio sarebbe crescente al crescere del reddito. Costerebbe, nel disegno originario, intorno ai 17 miliardi di euro. Dove trovarli? Si parla di una revisione totale delle attuali detrazioni, a partire da quelle fisse e quelle sanitarie, ma questa finirebbe per essere una partita di giro per molti contribuenti, che guadagnerebbero dall’aliquota quello che perdono dal taglio delle detrazioni. Forse anche per far fronte a queste difficoltà, è spuntata l’idea di una “flat tax” molto più timida, limitata agli incrementi di reddito: in sostanza, lo sconto fiscale beneficerebbe solo chi nel 2019 ha guadagnato di più che nell’anno precedente. Un sistema complicato, fonte di sperequazioni non facilmente giustificabili.

Di contro, la proposta del M5S prevede tre aliquote – al 23, al 37 e al 42% − e una “no tax area” uguale per tutti di 10mila euro. Per capire il suo costo, e dunque le coperture da trovare, bisognerebbe però sapere se si mantiene o no il “bonus Renzi”. I 5 Stelle vogliono poter dimostrare che loro riducono le tasse soprattutto a chi ha di meno, dunque non dovrebbero togliere un bonus che già era per i ceti medio-bassi: ma in questo caso tutta la manovra costerebbe 23 miliardi.

Insomma, sia nell’una che nell’altra visione dei tagli fiscali, tra novità del 2020 e blocco dell’Iva la manovra lieviterebbe ad almeno 40 miliardi, che non si sa dove trovare. A meno di non guardare nell’archivio delle pubblicazioni del ministro Tria, che ha spesso spiegato, scientificamente, perché preferire le imposte sui consumi a quelle sul lavoro. Dunque potrebbe essere favorevole a un compromesso che fa aumentare l’Iva – anche se meno del preannunciato – e allo stesso tempo taglia qua e là imposte e/o contributi sui redditi da lavoro. Ma in misura limitata e a piccoli passi, dati i vincoli esterni. Questo lo scenario sul banco del governo, prima che l’impazienza salviniana di capitalizzare i consensi (che, con i dettagli della manovra, avrebbero anche potuto scemare) facesse saltare il banco stesso. Sul quale resta, come eredità, la trappola dell’aumento dell’Iva: che da finanziaria diventa anche politica, dato che una parte dello schieramento politico vuole evitare le urne proprio in nome della necessità di sterilizzare l’Iva. Ma poiché ci si pensa – o ci si dovrebbe pensare – da mesi, è possibile che nel cassetto tanto i tecnici di Tria quanto quelli dell’opposizione abbiano qualche proposta da mettere ai voti subito. In assenza della quale, l’Iva da clausola di salvaguardia dei conti pubblici potrebbe diventare clausola di sopravvivenza dell’attuale parlamento, legittimando nuove maggioranze e governi “tecnici”.

@robertacarlini

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA