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Prove di successione

Più della metà dei Tedeschi guarda ancora con favore alla Cancelliera, ma in molti pensano che il suo lungo addio stia bloccando la politica di Berlino

Angela Merkel insieme al nuovo Ministro della Difesa tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer. REUTERS/Fabrizio Bensch/Contrasto
Angela Merkel insieme al nuovo Ministro della Difesa tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer. REUTERS/Fabrizio Bensch/Contrasto

Il prossimo 9 novembre sarà il trentennale della caduta del muro di Berlino. La Germania si prepara ad affrontare l’anniversario in preda a dilemmi esistenziali sul proprio futuro. Dove sta andando la cosiddetta Berliner Republik? Cosa ci sarà dopo Angela Merkel, che lo scorso 1° agosto ha superato quota 5000 giorni alla guida del Paese? Sono in pochi a credere che la Cancelliera possa davvero arrivare fino alla fine del suo mandato nel 2021, mentre c’è chi scommette che l’ultimo Governo merkeliano possa esaurirsi già a fine 2019 o inizio 2020. Decisive sono le elezioni regionali in Sassonia e Brandeburgo, il 1° settembre 2019, così come quelle in Turingia, il 27 ottobre.

Nelle scorse settimane, la Cancelliera ha riaffermato la sua storica resilienza, ricordando di essere ancora capace di dare le carte in tavola nella politica tedesca. Questa volta, però, Merkel lo ha chiaramente fatto in previsione della sua successione e nel quadro di un esecutivo di coalizione sempre più indebolito. L’elezione di misura della tedesca Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione Europea è stata un mezzo disastro per la Große Koalition di Berlino: proprio la Spd tedesca ha votato contro l’alleata e proprio Merkel si è dovuta astenere per preservare il suo governo in patria. La Kanzlerin, tuttavia, è riuscita ugualmente a sfruttare al massimo l’affermazione della sua ex Ministro della Difesa a Strasburgo, consegnando sorprendentemente ad Annegret Kramp-Karrenbauer il posto lasciato libero da von der Leyen.

Delfina ed erede designata di Merkel ma già in crisi di consensi, Kramp-Karrenbauer avrà ora un Ministero dal budget e dal ruolo strategico adeguati a rafforzare il proprio profilo politico. L’innesto di Kramp-Karrenbauer non potrà però arginare la fragilità strutturale del governo Merkel IV. Se è vero che la Cancelliera continua a essere vista con favore da oltre la metà dei tedeschi − come dimostra anche la discrezione del Paese in merito allo stato di salute di Merkel − cresce anche il numero di chi pensa che il suo addio attento e calibrato stia durando troppo a lungo. C’è chi si domanda se la Kanzlerin e il suo personale modello tedesco di Wu wei, l’azione-non-azione taoista, non stiano ormai bloccando la politica di Berlino, impedendo di impattare con la necessaria energia questioni sempre più urgenti e profondamente intrecciate tra loro. Questioni che vanno dall’economia alla sicurezza, dall’ambiente alla geopolitica.

Nel gennaio 2018 in Germania circolava con una certa soddisfazione una notizia particolare: a causa della costante produttività e dell’alta esportazione, nel Paese c’era scarsità di pallet, i bancali da carico per il trasporto delle merci. Oggi, un anno e mezzo dopo, questo ottimismo si sta erodendo. A luglio 2019 l’istituto di ricerca economica Ifo di Monaco di Baviera ha reso noto il suo nuovo Business Climate Index, che calcola il livello di fiducia delle imprese tedesche. L’indice è sceso di 1,8 punti rispetto al mese precedente, arrivando a quota 95,7, il valore più basso dall’aprile 2013. Com’è naturale per un’economia d’esportazione come quella tedesca, il crescente pessimismo nel mondo produttivo è collegato ad agenti esterni, a partire dalla situazione estremamente difficile della Brexit e dall’altrettanto complessa fase del nuovo protezionismo trumpiano (di cui la Germania è uno dei bersagli più diretti). Dopo la crescita costante e il boom occupazionale degli ultimi anni, ora in Germania non si esclude più l’arrivo di una fase di recessione. Un problema che non interesserebbe solo Berlino, ma che coinvolgerebbe diversi partner della filiera produttiva tedesca, con una conseguente esacerbazione dell’insoddisfazione e delle tensioni all’interno dell’Ue e dell’eurozona.

Tra i cristiano-democratici tedeschi circola una domanda: chi sarà il più adatto ad affrontare una fase economico-politica così delicata? Annegret Kramp-Karrenbauer è davvero la persona giusta? O potranno tornare in scena il grande sconfitto Friedrich Merz o il sempre scaltro Jens Spahn? E con quale maggioranza potrebbe lavorare la Cdu-Csu, vista la sua attuale incapacità di stare al di sopra del 30% nei sondaggi?

Il prossimo alleato della Union non sarà certo la Spd, la cui pasokification (crisi della Sinistra Europea) e crisi d’identità non la rende più un partner sufficiente a formare un esecutivo, e nemmeno i liberali di Fdp, che non sembrano al momento in grado di sfondare il muro del 10%. L’alleato più plausibile per un nuovo Governo di cui faccia parte la Cdu-Csu sarebbero quindi i Verdi. I Grünen tedeschi, grazie anche alla efficace doppia leadership di Annalena Baerbock e Robert Habeck, stanno vivendo un hype politico e mediatico senza precedenti, determinato dalla crescente consapevolezza pubblica in merito all’emergenza ambientale e climatica. I sondaggi tedeschi danno i Verdi stabilmente intorno al 23% e ormai a pochi punti percentuali dalla Cdu-Csu. Tuttavia, se su base locale e regionale le alleanze tra Cdu e Verdi funzionano da tempo, il gioco si farebbe più complesso su scala nazionale. In questo senso è stato anche significativo il rifiuto del gruppo verde europeo Greens/EFA (che è a egemonia tedesca) di sostenere la cristiano-democratica von der Leyen in sede Ue. L’agenda ambientalista non spaventa più gran parte del mondo produttivo tedesco, ma il programma dei Grünen resta comunque radicale su aspetti come il fabbisogno energetico e la conversione dell’industria automobilistica. Proprio in una fase di rallentamento dell’economia, la collaborazione tra Verdi e Cristiano-Democratici potrebbe diventare più complicata.

Ancora più complicate potranno essere le determinanti differenze di Weltanschauung tra Verdi e Cdu-Csu su temi chiave come l’immigrazione, il multiculturalismo e la disputa sull’identità tedesca (si veda alla voce Leitkultur).

Da parte loro, i Verdi potrebbero provare a creare un esecutivo di sinistra alleandosi con la Spd e la sinistra radicale Linke, rafforzando anche il profilo sociale delle loro prospettive ambientaliste. In questo caso, però, resterebbe da vedere quanto i Grünen possano preservare il consenso di quell’elettorato centrista e post-merkeliano che si è recentemente spostato verso di loro.

È invece al momento fuori discussione un’alleanza tra Cdu-Csu e destra identitaria AfD. Questo vale soprattutto alla luce della progressiva radicalizzazione di Alternative für Deutschland, dove la corrente nazionalista sta diventando sempre più egemone. Se su scala federale AfD resta al di sotto del 15% nei sondaggi, le elezioni in Brandeburgo, Sassonia e Turingia sembrano destinate a confermare l’enorme presa degli identitari nella Germania orientale, dove potrebbero presto diventare il secondo o il primo partito. Nel giorno del trentennale della caduta del Muro, la Berliner Republik potrà trovarsi di fronte all’evidenza incontrovertibile di una lacerazione est-ovest mai sanata e sempre più destabilizzante. Una ferita in cui Alternative für Deutschland sembra in grado di muoversi come forza di espressione territoriale quasi regionalista.

In futuro, la dirigenza nazionale Cdu dovrà quindi anche lavorare per non permettere nella Germania orientale contatti eccessivi tra le sue sezioni locali e quelle di AfD. Alternative für Deutschland, del resto, è da sempre anche una realtà fatta di fuoriusciti dalla Cdu, sia a livello di dirigenza che di base elettorale. Lo scorso anno il Governo Merkel ha di fatto rimosso l’allora capo dell’intelligence interna, il membro della Cdu Hans Georg Maaßen, per le sue posizioni critiche verso il governo in merito alle manifestazioni di estrema destra a Chemnitz del settembre 2018 (scatenate dall’uccisione di un giovane locale da parte di due richiedenti asilo). Dopo la sua sostituzione Maaßen non ha lasciato la Cdu, ma è diventato una voce di dissenso che è oggi molto emblematica di come una parte del partito cristiano-democratico condivida alcune posizioni di AfD, soprattutto su temi come la sicurezza e l’immigrazione.

Nel frattempo, però, in Germania è emersa tutt’altra emergenza sicurezza. Lo scorso giugno, in Assia, è stato assassinato Walter Lübcke, politico locale della Cdu e attivo sostenitore delle politiche della Willkommenspolitik (politica di accoglienza) di Angela Merkel. Per il suo omicidio è stato arrestato Stephan Ernst, un uomo legato agli ambienti neonazisti. Il caso Lübcke ha portato alla luce il riemergere della violenza di estrema destra. Particolarmente sintomatici sono i collegamenti dell’omicidio Lübcke con il network del sanguinario gruppo terroristico NSU-Nationalsozialistische Untergrund, una formazione la cui storia è a dir poco esemplare del pericolo di sottovalutazione dell’estremismo neonazista in Germania.

Il ritorno dei fantasmi neonazisti in Germania ha oggi una valenza particolare, perché si inserisce in uno scenario più ampio di stravolgimenti geopolitici determinati dalla fine del tradizionale ordine atlantico del dopoguerra. Dopo essere stata per anni la prima della classe della globalizzazione e del libero mercato, adesso la Germania soffre sempre più le accelerate mutazioni del ruolo degli Stati Uniti d’America in Europa. E se a Berlino c’è la tendenza a vincolare troppo gli attuali stravolgimenti geopolitici alle intemperanze e alla psicologia di Donald Trump, bisogna notare come, in realtà, questioni sempre più cruciali come il contributo tedesco alla Nato o la creazione di una difesa autonoma europea trascendano l'eccezionalità dell’attuale presidenza Usa. Allo stesso modo, non è certo solo una conseguenza del trumpismo il fatto che Berlino si trovi sempre più incastrata tra le virate di Washington, i tentativi di riaffermazione di Mosca e i progetti euroasiatici di Pechino.

Lo scorso luglio, in occasione del sequestro di una nave britannica nello stretto di Hormuz, gli Usa hanno formalmente chiesto a Berlino di partecipare a una missione navale nell’area. La risposta tedesca è stata vaga, perché chiaramente influenzata dalle differenze tra Ue e Usa sul dossier Iran. Ma se da una parte la volontà tedesca di salvaguardare una politica di de-escalation con Teheran è sembrata più che legittima, dall’altra parte la contro-proposta tedesca di intervenire con una missione europea è stata presentata in modo confuso e non come un’alternativa autentica ed efficace. Una cosa è certa: la sicurezza delle vie marittime è una questione che proprio un’economia di fortissimo export come quella tedesca non potrà permettersi di ignorare molto a lungo. Quella che è definita globalizzazione, del resto, è innanzitutto una rete mondiale di rotte commerciali marine percorribili in sicurezza. Se questa rete comincia a sfaldarsi, l’economia tedesca (ed europea) ne risentiranno molto velocemente.

Più ampiamente, la Germania del futuro prossimo avrà sempre più difficoltà nel proclamarsi potenza morale e multilaterale senza offrire posizionamenti più pragmatici e coerenti. Un banco di prova esemplare potrà essere il raddoppio del gasdotto Nord Stream, su cui Berlino ha per ora seguito la mera realpolitik nazionale, senza voler mai affrontare un confronto strategico interno all’Ue sulle conseguenze geopolitiche dell’opera.

L’intensità dei prossimi anni richiederà scelte più chiare da parte dei prossimi esecutivi tedeschi e sembra evidente che la Germania potrà esprimerle solo all’interno di un’Unione Europea che sia capace di essere attrice e non pedina tra le superpotenze del mondo multipolare.

Nei prossimi anni, probabilmente, nessun Paese più della Germania avrà bisogno di un’Unione Europea forte e indipendente. Per la Berliner Republik, infatti, non c’è certezza di un futuro democratico al di fuori dell’Ue.

@Lorenzomonfreg

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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