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Francesca Bria, la cittadina europea

A margine dell’eastwest Forum, abbiamo chiesto a Francesca Bria come sia potuto accadere che un talento cresciuto nelle istituzioni europee e consolidatosi nella capitale finanziaria d’Europa (ormai ex...) sia stato notato a Barcellona e non dai suoi concittadini... fino ad oggi...

Francesca Bria, Chief Technology e Digital Innovation Officer del comune di Barcellona insieme al direttore di Eastwest Giuseppe Scognamiglio sul palco dell’Eastwest Forum tenutosi a Roma il 5 ottobre scorso.
Francesca Bria, Chief Technology e Digital Innovation Officer del comune di Barcellona insieme al direttore di Eastwest Giuseppe Scognamiglio sul palco dell’Eastwest Forum tenutosi a Roma il 5 ottobre scorso.

Personaggio affascinante e appassionato, giovane ma non troppo da apparire velleitaria, determinata e ispirata ma anche pragmatica e concreta, Francesca Bria rappresenta la migliore storia da raccontare ai giovani europei della generazione Millennials. Sentiamo da lei perché.

Il ricercatore indiano Reuben Abraham ha detto che le trasformazioni delle città sono troppo veloci perché si possa sperare che la Governance si adatti in tempo reale. Ma c’è una città, Barcellona, che sembra un’eccezione, tanto da rompere gli schemi in modo fragoroso: un‘italiana ha un ruolo politico in una città spagnola, caso unico, l’assessore all’innovazione tecnologica di Barcellona. Com’è potuto succedere?

«Sì, che ci fa un’italiana, anzi una romana…del quartiere Monti, non solo in Spagna, ma in Catalogna? Sono l’unica straniera - e donna - nel governo catalano, che guida l’innovazione della città di Barcellona. Sono stata chiamata dalla Sindaca, Ada Colau, per immaginare insieme il modello di città e definire l’agenda digitale. Come è successo? Lavoravo a Londra da 8 anni, alla Nesta, Fondazione dell’Innovazione del Governo inglese, e un giorno mi ha chiamato Ada Colau dicendomi: “Abbiamo visto il lavoro che fai, vuoi venire ad applicare le tue idee a Barcellona?” Mi ha dato un brief molto specifico che mi ha interessato moltissimo, non era facile essere straniera in un governo, tra l’altro non parlavo il catalano, adesso lo capisco… “Io voglio che i dati e le tecnologie del futuro siano davvero al servizio dei cittadini”, ha proseguito la Colau. Voleva ribaltare il progetto di Barcellona, la smart city per eccellenza: IBM, CISCO, sensori, connettività. Ma che ci facciamo con queste infrastrutture? La città aveva adottato un modello neo-liberale che, attraverso la tecnologia, ha avviato la privatizzazione di infrastrutture urbane e di sevizi fondamentali: ripensare la smart city al servizio del cittadino è stata una sfida che ho deciso di accettare e mi sono messa al servizio della città di Barcellona, ormai da quasi tre anni… Per me, è stato importante anche il fatto che fosse una donna a guidare un settore come la tecnologia, settore un po’ macho, dove ci sono soprattutto uomini a definire il modello del futuro. Non so se conoscete la storia di Ada Colau, viene dai movimenti cittadini per il diritto alla casa, il diritto alla città, è una sindaca estremamente popolare, sensibile alle problematiche sociali più forti della città: per noi, la rivoluzione digitale deve essere democratica e femminista».

Tu non sei solo assessore, sei anche Chief Technology Officer, dirigente con competenza tecnologica che, come hai detto, è stata finora una competenza tipicamente maschile. Uno dei progetti che state sviluppando a Barcellona ha un nome: Decidim. “Decidiamo”, in effetti, è un simbolo della democrazia partecipativa alla quale accennavi ed è anche nel DNA della Sindaca. Democrazia partecipativa significa avere a bordo smart citizens. C’è chi propone di selezionare, di pesare i voti. E’ un’antica idea di chi ritiene che solo chi abbia un diploma, chi sa leggere e scrivere, dovrebbe poter votare. Politicamente scorrettissimo. Voi state facendo il processo inverso: state cioè cercando di elevare il livello culturale e civico dei cittadini per farli diventare smart, così da poter partecipare alla vita democratica e civica della città in modo più utile alla collettività...

«Si, noi diamo una fortissima importanza alle politiche di partecipazione cittadina. Il DNA del grande esperimento Barcellona è questo: proviamo a rispondere a una profonda crisi di legittimità delle istituzioni democratiche, una crisi della rappresentanza che porta moltissimi cittadini a scollarsi dalle istituzioni politiche, soprattutto i giovani, che noi mettiamo logicamente al centro del progetto di città futura. I cittadini si sentono ormai tagliati fuori dalla politica pubblica. La nostra risposta è mettere in campo una reale politica di democrazia partecipativa, che non significa una Facebook democracy. Abbiamo un dipartimento nel Comune di Barcellona che si occupa di diritti civili e partecipazione dei cittadini: da una parte, la democrazia diretta, la consultazione e le leggi cittadine, il bilancio partecipativo, la democrazia deliberativa; e dall’altra, la democrazia rappresentativa, puntando sui territori e sull’inclusività, alla questione di genere, di età, alle questioni socio economiche. La piattaforma di Decidim Barcelona - la nostra democrazia digitale - è un software libero, creato insieme a una comunità di oltre 40 sviluppatori, che si riuniscono in uno spazio chiamato ‘laboratorio di democrazia cittadina’, per definire regole e processi della partecipazione; garantiamo totale trasparenza e accountability degli algoritmi e delle decisioni automatiche, con dati accessibili e quindi verificabili. Ho lavorato più di 10 anni su questi temi anche per la Commissione europea - ci tengo a dirlo - la nostra piattaforma è un bene digitale comune, i cittadini ne sono i proprietari e ne discutono le forme di governance a livello partecipato. Mi pare un fatto importante, soprattutto se consideriamo il grosso potere delle piattaforme digitali in mano a poche imprese, che utilizzano i dati dei cittadini per profilazione commerciale o per politiche elettorali».

Non ci vorrà troppo tempo per elevare il livello dei cittadini a quello di smart citizens? Perché, se questi grandi progetti impiegano troppo tempo, finiamo nella trappola di Keynes: “Siamo tutti morti nel lungo periodo”…

«Non credo. Io sarei più preoccupata dallo smart government: dalla capacità delle nostre istituzioni e di chi le governa, di aprirsi, di quanto siano capaci di integrare l’intelligenza collettiva dei cittadini nei processi di formulazione delle regole e delle leggi e quindi nei processi della decisione politica. Il governo di Barcellona è un esperimento di trasformazione e in molte cose ci sentiamo superati dalle forme di intelligenza dei cittadini e dalle comunità; magari questo è il caso catalano, dove c’è una tradizione di mutualismo, di attivismo di comunità, anche nella gestione dei servizi pubblici, della transizione energetica, della gestione dell’acqua, degli spazi verdi, degli spazi pubblici, delle scuole. Ecco, su tutto questo, credo che le Amministrazioni centrali siano molto indietro...»

L’intelligenza che costruiamo non rischia di accentuare la distanza tra queste città che si evolvono e il resto del paese? Forse in Catalogna, i cittadini si sentono talmente smart da ritenere di poter fare a meno del resto del Paese?

«È certamente un rischio, sono d’accordo. E per fortuna ci sono anche iniziative come quella curata da Rem Koolhaas, che lavora al progetto Smart city in a countryside: come integrare i territori attorno alle città, le campagne, per un modello più sostenibile. Da Barcellona, noi lavoriamo anche con i piccoli centri, con le piccole città, che spesso sono più avanti. La grande forza delle città è la creazione di reti: ad esempio, Barcellona è attivissima per quanto riguarda la diplomazia delle città, nella creazione di reti: la rete di città che stiamo mettendo in campo include New York, Berlino, città cinesi, indiane, si chiama fearless cities, che è un po’ la risposta delle ‘città senza paura’ agli Stati Nazione, che  barcollano di fronte alle grandi sfide: polarizzazione della ricchezza, cambiamento climatico, migrazioni, l’inefficienza delle democrazie. Le città, invece, che hanno la prossimità con i cittadini e che si mettono in rete, soprattutto per risolvere i problemi, possono essere - io credo - un grande laboratorio di sostenibilità se gestite nella maniera giusta, insieme ai cittadini».

Tu sei un esempio vivente di come un cittadino europeo, globale, rispetto alla provenienza locale, reinveste la propria competenza, perfezionata nelle istituzioni europee e poi a Londra. Vorrei che tu ci aiutassi a smitizzare questa idea che la burocrazia europea è sistematicamente inefficiente. Sia tu che io siamo due euro-entusiasti, lo possiamo dire pubblicamente. Dicci qualcosa che faccia capire che Bruxelles non è l’origine di tutti i mali.

«Grazie per la domanda impopolare: in questi giorni, in Italia, se parli bene degli eurocrati, sei considerato un nemico del popolo. Secondo me il tema dell’inefficienza dell’Europa è un po’ forzato, nel senso che tutti sappiamo che le Amministrazioni pubbliche sono tendenzialmente inefficienti e la burocrazia di Bruxelles non fa eccezione. Nel mio settore, guardando al futuro, allo strapotere del Big Tech, alla questione della Governance e delle regole, che succederà ai dati? Di chi è la proprietà dei dati? Che succederà con i sistemi di intelligenza artificiale? Stiamo entrando in un nuovo colonialismo digitale? Per me c’è troppo poca Europa! Dovremmo averne di più. Ci sono questioni molto importanti di politica industriale, di geopolitica, di politica economica, di politica fiscale ed è evidente che l’Europa dovrebbe affrontarle come Europa, perché altrimenti saremo noi i primi colonizzati digitali. L’India, per esempio, ha strategie definite, con le quali non possiamo pensare di confrontarci con 27 entità separate...»

Sfondi una porta aperta. Tu lavori in Europa, lavori a Londra, amministri Barcellona: tornerai in Italia, è una speranza che dobbiamo coltivare quella del rientro dei cervelli o dobbiamo fare un salto culturale e considerarci cittadini europei, semplicemente?

«A me fa piacere dare un contributo al mio paese: sono romana. Sono in contatto con la Sindaca Raggi, con gli assessori. Abbiamo un accordo di collaborazione con Milano, Torino e Roma e io molto volentieri metto a disposizione quello che sto facendo fuori, le mie conoscenze, competenze e idee. Cominciamo con un consiglio ai giovani: io sono partita appena ho potuto. Ho studiato fuori, ho colto le opportunità che potevo, secondo me una delle cose positive dell’Europa sono i programmi di ricerca e di studio europei, che ci consentono di lavorare e studiare meglio, imparare le lingue. Come riportare poi in Italia tutta questa conoscenza acquisita? Purtroppo, il paese sembra bloccato, i ragazzi non hanno lavoro, non hanno futuro, c’è precarietà enorme e questo in molti altri paesi non accade. Si investe di più sui giovani, è fondamentale il ricambio generazionale».

Per chiudere sulla smart city: esiste una dimensione ideale? Le città del futuro hanno dimensioni varie. La tua esperienza significa che forse smart deve per forza svilupparsi in una dimensione come quella di Barcellona o possiamo immaginare anche grandezze diverse?

«Quando parliamo di smart city - soprattutto a Barcellona - vogliamo uscire dalla visione tecnocratica o tecnologica, perchè smart city in realtà si riferisce al modello di città. Nel mio programma co-costruito, co-creato con i cittadini nell’ecosistema di Barcellona, parliamo di transizione energetica, mobilità sostenibile, diritto alla casa, creazione di nuovi spazi verdi. Barcellona ha un progetto bellissimo nel quale abbiamo applicato tutti gli strumenti della partecipazione e della digitalizzazione: la chiusura di interi distretti della città al traffico, cerchiamo di combattere il cambiamento climatico, di ottenere il 40% di abbassamento delle emissioni, migliorare la qualità dell’aria, ridefinendo la mobilità in città. Queste sono le grandi sfide delle città. Poi si inizia a pensare alla tecnologia, ai dati, alla progettazione della città fatta insieme agli urbanisti, agli architetti, agli studenti, ai cittadini, a come si deve governare e rispondere concretamente alle sfide sociali, economiche e ambientali che abbiamo di fronte. Quindi smart city non significa sapere dove mettiamo i sensori, che tipo di connettività attivare etc. Chi governa le infrastrutture e come si realizzano è il tema chiave. I dati sono una meta-utility; le infrastrutture chiave sono l’acqua, l’elettricità, i trasporti, bisogna capire chi controlla chi e cosa, chi governa cosa, pubblico o privato? A mio avviso, i dati dovrebbero essere infrastruttura pubblica della città. E poi bisogna proteggere la privacy, fare in modo che i cittadini siano consapevoli di chi prende i dati e per farne cosa: questi secondo me sono i grossi temi del futuro».

Ti ringrazio molto di questa tua testimonianza appassionata. La nostra rubrica è intitolata ai protagonisti della storia e non facciamo interviste soltanto a protagonisti già noti e affermati ma anche a quelli su cui scommettiamo. E siamo certi di investire bene con te.

@GiuScognamiglio

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